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A caccia di dischi. I migliori album del 2022, le considerazioni di Beatrice Pagni

All’inizio del suo A pesca nelle pozze più profonde, Paolo Cognetti confessa di aver avuto una sorta di illuminazione durante l’apprendistato per cui si è convinto che imparare a pescare sarebbe stata la chiave per diventare un buon scrittore. C’entrava la letteratura americana ovviamente e c’entrava la meditazione, tutto ciò che è rituale, preghiera. In un mondo parallelo a quello in cui Cognetti che si esercita in mezzo ai cespugli con la sua canna da pesca, ci sono io che mi alleno col fucile e imparo a prendere la mira. Ho sempre pensato d’altronde che per diventare un bravo ascoltatore – non si nasce, no, ma lo si può diventare – più che la pesca fosse indicata l’arte venatoria, la caccia.

Sono andata a caccia molto spesso in questo 2022, musicalmente parlando, anche se in realtà è ciò che facciamo ogni qualvolta sentiamo l’urgenza di spostarci oltre le coordinate spazio temporali già note. Ci mettiamo alla ricerca di qualcosa di oscuro, misterioso alle nostre orecchie, poco chiaro al nostro archivio mnemonico. Viviamo come preda preziosa il disvelamento di nomi sconosciuti scovati su bandcamp, di link soundcloud salvati sul telefono; e nell’attimo in cui realizziamo che quello, proprio quello, potrebbe essere un disco importante, che ci terrà compagnia per molti mesi, sorridiamo perché la caccia sta andando bene. Imbracciamo le cuffie migliori come fossero un binocolo per vedere lontano l’arrivo dell’animale, per sentire più limpidamente l’assolo di batteria, la linea di basso che anarchicamente prende la sua strada. A volte non siamo da soli, abbiamo bisogno di un aiuto, del nostro setter per stanare nuove uscite; ecco che il passaparola fra colleghi, il consiglio dell’amico fidato si fa presto passaggio obbligatorio per la creazione di una struttura affidabile in cui rifugiarsi. La mia caccia, devo ammetterlo, è stata più faticosa degli anni passati: non ricordo quando ho iniziato a vagare armata per i campi dello streaming in questo 2022 generosissimo ma sono consapevole di averlo fatto in modo spesso disconnesso, privo di una volontà precisa nella ricerca, mossa dalla pura e grezza curiosità di trovare qualcosa che mi facesse stare bene. Semplicemente questo. Poi la caccia sa trasformarsi in romantico inseguimento per cui un artista riesce a portarti da un altro, per affinità strumentale, vicinanza tematica, o più banalmente perché quel folle di Spotify alle volte va detto, ci azzecca.

Questa lista, senza vincitori né sconfitti, è solo una piccola finestra sull’avventura di qualcun altro che ha cacciato durante l’anno, e può aver avuto più successo di noi, può non aver trovato nulla. Però è uscito, si è messo gli stivali e ha attraversato campagne e boschi. Alla fine ciò che conta è non perdere mai la voglia di andare a caccia. Di suoni, sia chiaro.

Prendiamo ad esempio l’anarchia compositiva di Alabaster dePlume che nel suo GOLDun disco bellissimo, poetico, visionario – regala un jazz borderline con i fiati suonati come in una pièce dell’assurdo. Un canto d’amore e di coraggio in cui lo spoken word abbraccia Don Cherry e la Sun Ra Arkestra. Una forma di libertà che si riscopre anche nel cantautorato di Alessandro Fiori: Mi sono perso nel bosco offre paesaggi che riportano in vita la delicata fantasia di Endrigo e Bindi, che esaltano un caleidoscopio elettronico à la Sparklehorse, e si arrampicano fino alla rarefazione da cuore analogico in stile Jim O’ Rourke. Quando il cacciatore si fa preda accade che un disco possa sovvertire il piano in uno squilibrio di potere che vede noi cacciatori-ascoltatori restare vittime della violenza di un colpo di fucile. Un po’ quello che è accaduto con The Car  che segna un ritorno pesantissimo per una band che ha scritto una linea musicale spettacolare, fondamentalmente grazie a una massiccia dose di indipendenza dal resto della scena, concentrandosi su obiettivi sempre più ambiziosi e raggiungendo il suono in cui credono veramente.

Deludere i fan di un tempo, far innervosire lo zoccolo duro di Humbug ci sta, purché il quartetto inglese possa sempre fuggire la stagnazione, senza paura. The Car non è semplicemente un disco ma rappresenta l’indiscussa presa di posizione di una band che non può più fare a meno di brillare nel momento in cui la loro musica si schianta su di noi.  Un valzer perfetto – nel suo essere barocco, cinematografico, esistenzialista – per imparare a dirsi addio. Il nuovo disco degli Arctic Monkeys è una sorta di liturgia, è la reinvenzione personale e artistica attraverso la musica del concetto di solidità. Per questo, in un certo senso, quando loro tornano, torniamo tutti noi.

Ci sono anche altri ritorni che confermano le altissime aspettative lanciate negli anni passati: penso a Bobby Oroza sempre più figura importante per la musica soul analogica e atmosferica che con Get On the Otherside ci fa dono di uno degli album soul più belli dell’anno. Così come Scenario dei C’mon Tigre è la sintesi perfetta del mondo contemporaneo, sempre in movimento, cosmopolita, umanissimo. Il duo italiano riesce ancora una volta dove i compendi di antropologia hanno fallito: far appassionare l’uomo alla sua stessa complessità, ballando, entrando in contatto con il corpo elettrico e sperimentando libertà esplorative mai pensate prima.

E poi ancora il Cosmic Analog Ensemble del prolifico produttore libanese e polistrumentista Charif Megarbane, che in Expo Botanica  racconta e fa suonare la vita immaginata delle piante. Se il lato A crea un’atmosfera giocosa e quasi zuccherina con stravaganti colonne sonore cinematografiche in stile europeo, il lato B offre un contagioso groove d’organo, rotture funk e melodie pop psichedeliche orientali. Un’orchestra immaginaria per un maestro illusionista. Sembra un gioco di prestigio anche Cheat Codes, collaborazione preziosa tra il leggendario rapper Black Thought e il produttore Danger Mouse: i due fanno un salto indietro nel tempo grazie a una nebulosa sonora ispirata al boom-bap degli anni ’90 e impastano un disco tradizionalista nell’accezione migliore del termine perché ci ricorda come unire il meglio che offre l’hip hop a ciò che era il rap non derivativo, a come compattare questa sostanza duttile grazie a jazz, pshyc soul e downtempo lo-fi. Massiccio e vorticoso, imprescindibile.

Eric Chenaux con Say Laura ci ricorda di essere l’anello che congiunge sapientemente Talk Talk, Robert Wyatt e Neil Young, grazie a un’eleganza innata, a melodie senza fronzoli e quasi sempre alla deriva. La sua filosofia sulle fumose ballad d’avanguardia trova spazio in queste cinque composizioni cui Chenaux offre un’elasticità, un respiro, un tempo a parte. Così come la fusion strabiliante ed estrosa dei Fievel is Glauque, la foschia disinvolta del meglio dell’MC offerto da Fly Anakin, l’Afro soul che celebra gli ottoni e il ritmo della vita firmato Jembaa Groove, la metafisica elettronica di John Caroll Kirby che continua il suo viaggio sonoro attraverso jazz, funk, new age e ambient, la connessione intensa e intenzionale di Kae Tempest, la costruzione della memoria attraverso il funk funambolico di Kevin Morby, il sogno higlife e afrobeat dei Kokoroko. Lavori che hanno un peso specifico in un anno musicalmente ricco e a fuoco, dodici mesi di uscite stimolanti e mai monotone. Ne avevamo davvero bisogno, sì.

E ancora le trame grezze di Julmud, producer palestinese e volto di spicco nella scena hip hop di Ramallah, il mistero analogico del Marxist Love Disco Ensemble che riscrive le radici di un genere – la disco -, unendo bagliori pop e boogie muscolare a lotta di classe e teoria marxista, il tempo misto della beatitudine soul funk balearica del nuovo disco dei Nu Genea, sempre più intrisi di sole e groove, l’evocativa narrazione fra nature ambient e new age di Osaki Seiichi, il rumorismo jazz e la pastorale americana del grande romanzo sonoro di Robert Stillman che partendo dall’improvvisazione attraversa dimensioni a noi ancora ignote, l’inno al viaggio dei Tapioca fra soul brasiliano, funk e MPB, la sospensione nostalgica che profuma di Kris Kristofferson di casa The Delines, l’eleganza confidenziale e i notturni jazzistici di Tirrenian, l’ibrido pop per eccellenza di Tutti Fenomeni, citazionista con cognizione di causa, ironico e grottesco, ora dance ora noir, fino all’avventura di TYTO al secolo Beppe Scardino, musicista eclettico e nome noto per il jazz, ora alle prese con un nuovo progetto che mescola flauti e sax a drum machine e campionatori, beat mefistofelici, downtempo e free jazz cinematico, per un enigma post-moderno straniante e bellissimo. E come dimenticarsi di Warhaus ovvero l’essere musicale più sibaritico dell’ultimo decennio che ha scritto il disco (sincero e senza fronzoli) dell’età adulta e sembra appartenere al futuro sebbene abbia radici nel passato lontano dei crooner. Un disco, Ha Ha Heartbreak, che si muove su vibrazioni art-pop, armonie jazz ariose ed archi cinematografici e mentre tenta di tenere a bada la realtà in quella bolla confortevole che è la negazione, regala un verso che può sintetizzare anche questa bislacca professione degli ascoltatori, “Girl, it’s in the future we belong / I know it’s in the future we belong”.

Tavolozze sonore che hanno fatto un enorme balzo in avanti rispetto ai lavori passati, vantando molto spesso una vasta gamma di colori e strumentazioni, dall’ortodossia analogica alle bizzarrie digitali, con sbalzi orchestrali e vocalità sinestetiche. Mi sembrano tutti dischi che in superficie mi sorridono ma sotto qualche strato di strumentazione racchiudono la paura di invecchiare, mescolata all’arroganza di un passato selvaggio. Penso che significhi crescere, per me che ascolto, per loro che compongono, cantano, suonano. Sono dischi e sono mondi, piccoli hotel spaziali che stiamo semplicemente visitando, pernottandovi qualche notte, prima di spostarci altrove. Entriamo e usciamo con la libertà di non chiudere mai la stanza a chiave. Abbiamo l’opportunità di avere a disposizione tutti gli album del mondo, non tutti ci toccheranno allo stesso, non tutti vorranno raccontare la stessa storia perché questa è letteralmente la vita, nessun minuto nella nostra vita è uguale a quello successivo. Alla fine l’arte e la creatività possono partire da tutto tranne che da un limite.

Non è il piacere della decostruzione che anima questa lista bensì la gioia quasi infantile di dar vita a una fantasmagoria che (vi) invita all’ascolto e perfeziona quella missione stilistica e compositiva per cui ogni nota oltre a essere al suo posto può davvero ritrovarsi dappertutto. Alla fine penso sempre a quel domani, a quella finestra aperta che un nuovo disco mi regalerà. È proprio vero, come canta quello spilungone belga, che apparteniamo al futuro.

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