Jonny Greenwood rompe il silenzio: “Boicottare la mia musica è come togliere libri dagli scaffali”

Il chitarrista e polistrumentista torna a parlare della questione in Medio Oriente. E riguardo i Radiohead...

Jonny Greenwood torna a parlare a un anno esatto dal terremoto che ha travolto i suoi live con il musicista israeliano Dudu Tassa. Le polemiche che hanno investito il chitarrista dei Radiohead e il suo progetto parallelo in realtà non si sono mai spente del tutto, ma l’occasione per tornare sul dibattito arriva con un’intervista esclusiva concessa al quotidiano spagnolo El Pais. Il pretesto è il lancio di Ranjha, il nuovo album firmato insieme al cantante e compositore israeliano Shye Ben Tzur e ai Rajasthan Express, undici anni dopo l’acclamata esperienza di Junun.

Il precedente dello scorso anno, le minacce ricevute

Proprio lo scorso anno, la pressione dei movimenti pro-Palestina – in prima linea la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel – era riuscita a far saltare i concerti di Greenwood e Tassa a Londra e Bristol. Quello che per gli attivisti fu un successo derivante da una “mobilitazione pacifica”, per i due musicisti fu qualcosa di più opaco: basti pensare che i club avevano subito minacce concrete alla sicurezza di pubblico, staff e artisti.

Interrogato sul peso di quel boicottaggio, Greenwood risponde dopo una lunga pausa: “Sono appassionato di cinema, letteratura e musica israeliana. La musica che faccio con Dudu riporta in vita canzoni più antiche della maggior parte dei Paesi che oggi si stanno combattendo tra loro. Questa per me sarà sempre la cosa più importante”. Poi, un paragone con l’editoria:

Ci sono librerie a Madrid che vendono liberamente i romanzi di Amos Oz, che è israeliano. Cancellare la musica è come togliere i libri dagli scaffali

“Nessun rispetto per il loro governo, ma per gli artisti sì”

Il clima diventa leggermente teso quando il discorso si sposta sulla questione in Medio Oriente: alla domanda sulla sua prospettiva personale riguardo quanto stia accadendo in Palestina e Libano, Jonny Greenwood sceglie la via diplomatica, tagliando corto e spiegano di non vedere legami tra le bombe e il suo nuovo progetto discografico. Muro blindato anche da parte della sua etichetta, la BMG, il cui portavoce avrebbe chiesto al giornalista di non approfondire ulteriormente l’argomento.

Non è un mistero che Greenwood sia legato fortemente a quella terra (la moglie è israeliana), e che le sue abitudini domestiche siano da anni quelle di una comune famiglia ebraica. L’artista però, accusato di complicità con la linea di Tel Aviv, non ci sta e tende a precisare. Già lo scorso ottobre aveva confessato di aver partecipato a manifestazioni contro il premier Netanyahu:

Passo molto tempo lì con la mia famiglia. Non posso dire “Non faccio musica con voi stronzi a causa del governo”. Non avrebbe senso. Non ho alcun rispetto per il loro governo, ma ne ho per gli artisti nati lì.

Il futuro dei Radiohead per ora in stand-by

Infine, il capitolo Radiohead. Per i fan della band di Oxford le notizie non sono entusiasmanti. Sull’eventualità di un nuovo album c’è molta nebbia e Greenwood ammette di non avere risposte: “Non ne ho la minima idea. Thom sta lavorando a delle registrazioni per conto suo e vuole portarle a termine. Al momento nessuno lo sa”.

Qualche spiraglio in più si apre però sul fronte dei live: il chitarrista ha confermato che all’interno della band si sta parlando della possibilità di tornare in tour, ma invita alla massima prudenza, ironizzando sulla storica incapacità del gruppo di pianificare le proprie attività con largo anticipo.

Siamo molto fortunati a poterlo fare e che la gente abbia voglia di venire a vederci. Stiamo parlando di come rifarlo, ma ovviamente per parecchio tempo non succederà proprio nulla

Per ora quindi, non esistono né date né programmi concreti: l’idea di rimettere in moto la macchina Radiohead c’è, ma i tempi restano indefiniti.

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