Annunciati come superospiti per la serata finale dell’edizione 2023, i Depeche Mode – ormai ridotti ai soli Dave Gahan e Martin Gore, dopo la dipartita del compianto Andy Fletcher lo scorso anno – sono tornati sul palco dell’Ariston dopo più di trent’anni. L’occasione è stata il lancio mondiale di Ghosts Again, primo estratto da Memento Mori pubblicato 17 marzo di quell’anno. Una canzone pop in apparenza semplice e leggera, dal tono quasi dimesso, in cui il duo si confronta con l’idea, il concetto e l’immaginario della Morte (vedi anche un video che nel caratteristico b/n di Anton Corbjin cita Il Settimo Sigillo di Bergman), riallacciandosi volutamente in certi suoni e atmosfere al passato glorioso di Music For The Masses e Violator (pur non evocandone la medesima epicità drammatica – ma aspettiamo l’album).
Ed è a quei tempi che bisogna tornare per tracciare la storia del legame ultratrentennale che lega i Depeche Mode a Sanremo. Anzi, ancora più indietro: all’uscita di Black Celebration, presentato nel febbraio 1986 nel corso di un’edizione del festival condotta da Loretta Goggi con interventi comici del Trio (Marchesini, Solenghi, Lopez) e Sandro Ciotti inviato. È un altro Sanremo, ed è anche un’altra Italia: sono gli anni del playback, del Totip, dei Ricchi e Poveri e di Toto Cutugno, di Deejay Television e della Duranmania. Tra gli altri ospiti internazionali di quell’edizione: Sting, Prefab Sprout, Fine Young Cannibals, Spandau Ballet (anche loro oggetto di mania) e Talk Talk; circolano ancora oggi racconti di un epico party alcolico alla discoteca Boccaccio di Sanremo.
In questo contesto, i Depeche Mode arrivano già ben piazzati; il loro rapporto con il Bel Paese si è consolidato con i primi live in occasione del tour di Some Great Reward due anni prima (novembre 1984, date a Firenze, Roma e Milano), e resterà sempre saldissimo. Il Festival del 1986 vede trionfare Adesso Tu di Eros Ramazzotti (già primo tra i giovani con Terra Promessa nel 1984), secondo Renzo Arbore (Il clarinetto), popolarissimo in quegli anni grazie alle sue rivoluzionarie trasmissioni televisive; quell’anno si parla tantissimo del pancione finto di Loredana Bertè (in gara con Re) e dell’ombelico di Anna Oxa. Altri tempi.
I quattro di Basildon presentano il singolo Stripped (che nella didascalia televisiva diventa … Strippers (!): motocicletta sul palco e albero di Natale (?), hanno ormai perso l’aura di ragazzotti perbene dei primi tempi e si mostrano adesso decisamente più dark – in particolare Alan Wilder ricoperto di pelle nera, ma gli altri non sono da meno. La coreografia sul palco, come nei live del periodo, prevede l’uso massiccio di percussioni a sottolineare l’incedere industrial del brano, ma a Sanremo si tratta ovviamente di un’esibizione in playback – curioso, tuttavia perché in realtà questa è la prima edizione in cui i cantanti in gara si esibiscono cantando dal vivo, pur su una base preregistrata.
Sull’onda del singolo, Black Celebration sarà un picco artistico e non solo e spianerà la strada per l’evoluzione successiva, in termini di successo e di grana artistica; l’omonimo tour li porterà in Italia in agosto, a Rimini e… Pietra Ligure (?!).
Dopo tre anni si ritorna in Riviera, stavolta per promuovere Everything Counts, brano del 1983 ripubblicato come singolo in promozione del live 101. Quello del 1989 è il Sanremo di Ti Lascerò di Oxa/Leali e della discussa conduzione (causa defezioni di diversi interpellati, tra cui Renato Pozzetto) dei “figli d’arte” Rosita Celentano, Paola Dominguín, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi. Ma è anche l’anno del ritorno di Mia Martini con l’epocale Almeno tu nell’universo, della Vasco dell’allora fenomeno televisivo adolescenzial-cecchettiano Jovanotti e del comico Francesco Salvi (con il tormentone Esatto!). Erano anni strani e irripetibili, in un corto circuito tra musica, tv e intrattenimento che mescolava alto e basso con grande nonchalance; basti dire che tra i partecipanti figuravano l’ormai quasi dimenticato Gigi Sabani e addirittura Renato Carosone. Nella sezione giovani vince una certa… Paola Turci.
In tutto questo allegro e rocambolesco carrozzone, i Depeche Mode appaiono come delle vere rockstar da stadio, quali in effetti sono; è un passaggio televisivo che cementifica la fan base del gruppo e fotografa il momento preciso che li vedeva pronti ormai a compiere il passo decisivo prima di conquistare il mondo (altri ospiti internazionali di quell’edizione: Enya, Boy George, Elton John).
Esattamente un anno dopo, infatti, arriverà la consacrazione globale con Enjoy The Silence, preceduta l’anno prima da Personal Jesus e in annuncio dell’imminente avvento di Violator e della fama planetaria che conseguirà – a certificare l’affaire Depeche/Italia, si ricorderà che l’album fu in parte realizzato a Milano, presso i Logic Studios dei fratelli LaBionda. Nel febbraio 1990 si arriva così per la terza volta a Sanremo, ma questa volta non si tratta un’apparizione nel corso della kermesse regolare, bensì nel corso di Sanremo International, evento collaterale e separato (come era stato Sanremo Rock nelle precedenti edizioni – due ospiti a caso: The Smiths e The Fall) tenutosi qualche giorno prima del festival vero e proprio. Che si tenne invece dal 28 febbraio al 3 marzo e vide la vittoria dei Pooh con Uomini Soli (ma chi vinse davvero fu il trottolino amoroso di Minghi e Mietta… e poi vi lamentate di certi tormentoni?), in un’edizione un po’ bislacca condotta da Gabriella Carlucci e Johnny Dorelli che prevedeva, per la prima e unica volta dagli anni ’60, la presenza di cantanti internazionali abbinati ai nostrani con una versione in inglese del brano in gara (Ray Charles e Toto Cutugno? È successo davvero). Forse è per questo motivo che i veri ospiti internazionali furono relegati in una rassegna a parte?
Presentati da un entusiasta Gegé Telesforo, i Depeche passano quindi in tv in separata sede e in seconda serata, ma si tratta comunque di un’esibizione storica. Gahan si è ormai trasformato nella rockstar che ha sempre voluto essere – vedi la reazione della platea appena si toglie la giacca), mentre Gore imbraccia la sua Gretsch e quelle note immediatamente familiarissime e immortali risuonano e smuovono quel che devono smuovere nel pubblico, coinvolto nel finale nemmeno fossimo allo stadio – e il playback, per un attimo, svanisce. Sipario.