Depeche Mode. La pace interiore nell’essenzialità di “Enjoy the Silence”
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Tony D'Onghia
- 23 Novembre 2022
Words are very unnecessary / They can only do harm
Registrato per buona parte del 1989 tra la Gran Bretagna, gli U.S.A., la Danimarca e l’Italia – in questo caso nei mitici Logic Studios di Milano – e pubblicato il 19 marzo 1990, Violator è uno degli album dei Depeche Mode di maggior successo commerciale, oltre ad essere uno dei più amati dai fan. A precederlo due singoli non meno fondamentali, Personal Jesus e Enjoy The Silence, quest’ultimo particolarmente amato grazie a un video che ha fatto la storia.
A realizzarlo è il fotografo e regista olandese Anton Corbijn che, dopo essersi fatto le ossa come fotografo all’interno della scena musicale nazionale a partire dalla metà degli anni settanta, diventa noto in Gran Bretagna e a livello internazionale in qualità di collaboratore di prestigiose testate del Regno Unito come NME (storico il suo servizio sui Joy Division, altra formazione a cui il suo nome è indissolubilmente legato) e soprattutto The Face. Il suo marchio si basa su un uso distintivo del bianco e nero, ma ci sono delle eccezioni. Nel 1983 il suo primo videoclip, Hockey dei tedeschi Palais Schaumburg, in cui figurano anche Thomas Fehlmann e Moritz von Oswald, ha una grana che ricorda i film di Cronenberg; ma è con quelli successivi commissionati da Propaganda, David Sylvian, Echo & the Bunnymen che il suo culto in b/w prende forma. Dell’anno successivo, e siamo nel 1984, il ritorno al colore con Pride (In the Name of Love) degli U2, brano che grazie a un ritornello killer, e a un impatto immediato sulle classifiche di vendita, diventa da subito un classico della band.
L’incontro tra Corbijn e Depeche Mode risale a tre anni prima, 1981, per la promozione del debutto Speak & Spell. Giusto un set fotografico per NME, prima che le strade del fotografo e della band si separino per qualche anno, più per le perplessità del primo che l’apprezzamento dei secondi. Il background rock dell’olandese gli impedisce di apprezzare senza pregiudizi una band di synth-pop, punto di vista che cambierà negli anni successivi parallelamente all’evoluzione del sound di Dave Gahan e Co.
Ero convinto che la gente associasse la musica dei sintetizzatori alla tecnica e alla distanza emotiva, mentre nel loro caso dovetti riconoscere che sotto c’era anche dell’anima. Credo di avere un approccio che va più in quella direzione e questo ha fatto la differenza.
Anton Corbijn
È il 1986 quando Corbijn e la band stringono un sodalizio destinato a durare negli anni. A Question of Time da Black Celebration dà inizio a qualcosa di speciale ed è lo stesso fotografo a ricordarlo nella prefazione del libro del 2020 Depeche Mode. «Volevo che tutto fosse giusto per loro. Volevo pensare per loro, essere geniale per loro». A quel clip ne seguiranno altri 20, con i più recenti datati 2017, e con la sua collaborazione a espandersi via via a quella di direttore creativo della produzione visiva del gruppo. Negli anni successivi Corbijn si occuperà di numerose riprese live, di girare documentari e di disegnare la maggior parte delle copertine degli album e dei singoli della band a partire proprio da Violator, ruolo che, con le dovute eccezioni, assume in quegli anni anche per gli U2.
Girare quel video è stato davvero faticoso. Anton a volte posizionava la macchina da presa molto lontana da me. Per cui mi ritrovavo a camminare da solo con la sdraio senza sapere né quando iniziare o quando fermarmi. Mentre venivo sballottato da una location all’altra con quel pesante mantello pensavo a Andy, Martin ed Alan che se la spassavano in qualche pub…
Dave Gahan, Stripped di Johnathan Miller
Tornando a Enjoy The Silence, nell’immaginario collettivo il brano rimane legato al video promozionale girato e ideato da Corbijn. Sua la proposta, che prende evidente ispirazione dall’estetica e dai temi del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, di riprendere un solitario Dave Gahan vestito in abiti regali, mentre attraversa paesaggi naturali del tutto privi della presenza di esseri umani – Scozia, Portogallo e le Alpi svizzere le location scelte – trascinandosi dietro una sedia a sdraio. Il concept rispecchia il senso del testo della canzone, se possibile rendendola ancora più universalmente significativa. Un invito a cercare la pace interiore nell’essenzialità; nelle piccole grandi cose, quelle che il più delle volte diamo per scontate.
Anton Corbjin si presentò alla Mute affermando di avere un’idea fantastica per il video. Arrivò e ci spiegò l’idea. Un Re (Dave) che camminava lungo variegati paesaggi naturali. Ci guardammo abbastanza perplessi, come idea non ci pareva granché ma lui era entusiasta e poi il peso del lavoro sarebbe ricaduto quasi tutto sulle spalle di Dave …per cui accettammo subito. Non ci è mai piaciuto troppo girare i video
Martin Lee Gore, Stripped di Johnathan Miller
Nonostante l’estetica stilizzata e l’evidente efficacia, la band non sembrò sulle prime apprezzare o semplicemente capire ciò che il regista aveva in mente, restia nel seguire le sue direttive nella convinzione che un video promozionale più tradizionalmente inteso fosse la scelta più appropriata. I quattro, in definitiva, accetteranno la sfida, anche perché la fatica delle riprese sarebbe ricaduta su un solo componente, Dave Gahan, una scelta che si rivelerà vincente e segnerà un punto di svolta nella loro collaborazione, come ricorda lo stesso olandese che fino a quel momento aveva ricoperto il ruolo di fotografo e regista di fiducia.
Trainato dal video, Enjoy The Silence raggiunse, per la prima volta nella carriera della band, la Top 10 statunitense, cementando una relazione professionale tutt’altro che convenzionale. «Non ci sono contratti o titoli professionali», sottolinea lo stesso Corbijn. «Si va da un progetto all’altro. E si presume che io sia coinvolto (…) Non voglio che la loro fiducia sia un caso. Voglio che la loro fiducia sia guadagnata».
