Rumore Adriatico. Il suono della musica indipendente, intervista a Giuseppe Giusva Ricci
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Massimo Onza
- 2 Giugno 2023
È dalla perturbazione delle comfort-zone che si origina il pensiero, dall’incontro con il “non rassicurante” che si risveglia la coscienza
Giuseppe Giusva Ricci
Il 3 e il 4 giugno 2023 al Parco Della Pace di Cattolica (Rimini) si svolgerà la prima edizione di Rumore Adriatico, festival musicale espressamente dedicato alla scena indipendente italiana. La mission dell’evento non è solo quella di arricchire di una nuova sfaccettatura la proposta di una città già molto attiva dal punto di vista culturale e di dare spazio a molte realtà artistiche del territorio, ma anche di pensare la socialità su basi differenti dal semplice marketing legato a nomi di grido.
Non che manchino progetti capaci di richiamare pubblico, anzi, ma a vedere la composizione della scaletta è evidente come questa sia stata costruita tramite una scelta oculata che pone l’accento su elementi qualitativi. Una prospettiva che ha permesso di affiancare realtà già riconosciute a band esordienti o meno note della scena eppure tutte accomunabili da una vitalità capace di fare il punto sullo stato dell’arte nostrano. Del resto, il sottotitolo “Musica dal Presente” spiega bene l’idea di fondo, ovvero quella di fotografare il momento attuale attraverso un ampio spettro si sonorità senza limiti prescrittivi, dal post-rock all’electro ambient, e con la prospettiva di sviluppare il percorso anche negli anni a venire.
Durante la due giorni si esibiranno sul palco dieci artisti: dal mix di psichedelia, minimalismo e avanguardia del duo Bono / Burattini, ovvero Francesca Bono, cantante di Ofeliadorme e membro del collettivo Donnacirco, e Vittoria Burattini, batterista e componente storico dei Massimo Volume, che a febbraio ha esordito via Maple Death con l’ottimo Suono In Un Tempo Trasfigurato (sulle nostre pagine trovate recensione e intervista curate da Massimo Onza), al cantautorato impegnato di Cigno, tra le voci più interessanti degli ultimi anni, tornato recentemente con Nada! Nada! Nada! (recensione a cura di Stefano Pifferi).
E ancora, dall’avant psych di Blak Saagan – in versione expaanded a trio con Laura Campana (basso) e Alessandra Lazzarini (flauto, synths) – a presentare l’ultimo lavoro in studio del 2021, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo (recensione a cura di Stefano Pifferi), alla potenza del power duo psych-kraut San Leo. Una visione musicale ad ampio raggio poi rifinita dal synth pop punk dei BellaNotte, dal noise no wave del quartetto pesarese Container 47, dal post-punk dei Sad Noir, dal synth pop anni 80 degli Amanda, dall’indie rock dei Silki e dall’ambient noise del duo Jacopo Buda / Demetrio Cecchitelli.
La mente dietro un progetto tanto ambizioso è quella del direttore artistico Giuseppe Giusva Ricci, scrittore (sulle nostra pagine la recensione del suo ultimo libro E giustizia per tutti) e noto dj con svariati anni d’esperienza sulle spalle, da sempre molto attivo nell’ambito della cultura giovanile. Tra le sue tante esperienze, anche la cura della colonna sonora del film Tutti morimmo a stento (2015), opera prima del regista Alessandro Nunziata, prodotta anche con il supporto del circolo del cinema di Cattolica, Toby Dammit, e che nel 2017 ha ricevuto il premio di miglior film dalla giuria del Respect Human Rights Film Festival di Belfast.
A pochi giorni dal debutto del festival abbiamo intervistato Ricci per parlare delle scelte e idee che hanno animato il suo impegno nel mettere su un evento che si spera possa diventare uno degli appuntamenti annuali fissi della variegata proposta musicale estiva del Bel paese.

SA: Sei un grande appassionato di musica e anche i tuoi libri sono pieni di riferimenti a band e sonorità che apprezzi. Tra l’altro, nel tuo ultimo libro “E giustizia per tutti” la musica è un aspetto importante se non predominante. Mi piacerebbe approfondire l’argomento con te.
GGR: Come per tanti immagino che il “vizio di forma” (quello della passione per la musica) sia stato innescato. Nel mio caso accadde a sei anni quando fui ipnotizzato dai vinili che giravano e risuonavano in casa, Chick Corea, Weather Report, Charles Mingus, John Coltrane, Thelonious Monk, De André, Battiato, King Crimson, Jethro Tull: come puoi immaginare da lì ogni altro suono è stato filtrato in base a quell’imprinting, così tempo di arrivare all’adolescenza e le classiche scoperte delle rock non emozionavano quanto altre scoperte derivanti dalla necessità di ricerca che fortunatamente ancora oggi mi perseguita verso ogni genere sonoro, senza ovviamente disdegnare a priori i prodotti più pop se nel solco della dignità stilistica. E Giustizia per Tutti è l’ultimo capitolo di una serie di romanzi in cui la musica accompagna l’esistenza dei protagonisti che essendo adolescenti hanno a che fare con i nostri caotici tempi, relativi disagi, relativi suoni: qui poi interviene la formazione accademica sociologica a chiudere il cerchio.
SA: La musica è per te un forte mezzo di critica culturale ma anche una forza generatrice di socialità basata su concetti ben distanti dal semplice marketing o commercializzazione. Cosa mi dici a riguardo?
GGR: Claude Debussy scrisse: «La verità è che la vera musica non è mai “difficile”. Questo è soltanto un termine che funge da schermo, che viene usato per nascondere la povertà della cattiva musica». La musica (come diverse altre arti) è un elemento che agisce sulla cultura di massa quanto sulla contro-cultura prima che il cosiddetto “sistema” la fagociti, così semplicemente credo che le sonorità distanti o ignorate dai media più attivi nella formazione culturale della società (quali TV e radio) siano naturalmente quelle più attive nel raccontarci gli aspetti più marginali o futuribili della società stessa. La musica (come altre forme creative) è un vettore di formazione culturale-spirituale per chiunque tramite appunto la stimolazione dell’intelletto quanto dell’emotività. Al netto della necessità di leggerezza e di intrattenimento che accomuna tutti – e come fa ad esempio la scuola e l’istruzione pubblica insegnando i grandi poeti, la letteratura classica e la filosofia, anziché i testi delle fiction tv o altro – ritengo sia utile la promozione di arti stimolanti per evitare un appiattimento culturale generale che per forza di cose si ripercuote quasi su tutto: è dalla perturbazione delle comfort-zone che si origina il pensiero, dall’incontro con il “non rassicurante” che si risveglia la coscienza.
SA: Dai tuoi romanzi si percepisce un’attenzione particolare nei confronti della cultura (e sottoculture) giovanili e immagino che in base a tutto quello che abbiamo sinora detto cimentarsi con la direziona artistica di un festival musicale sia quasi un passaggio obbligato.
GGR: Obbligato non direi, forse è un naturale sviluppo, un ulteriore approdo dopo decenni di dj set, e direzioni artistiche “minori”, della somma di determinate passioni che poi si sono trasformate in mestiere. Il mettere in comune, il condividere i frutti della ricerca e creare appunto situazioni gradevoli per i tanti che cercano sempre nuova musica o stimoli ridisegnando lo stereotipo musica = giovani.

SA: Come nasce l’idea di Rumore Adriatico e cosa pensi possa apportare a un posto già molto conosciuto come la città di Cattolica?
GGR: Potrebbe sembrare “banale” ma nasce dal fatto che Cattolica, pur ospitando da anni importanti concerti di star internazionali nella sua Piazza della Regina e altri festival culturali, come ad esempio il Mystfest o il nuovissimo Regina Fumetti Festival, non aveva un evento di musica underground o sconosciuta al grande pubblico. Così (e qui entra in ballo una visione innovativa dell’amministrazione comunale) il progetto è stato ben accolto e supportato. L’intento è quello di costituire nel tempo un altro appuntamento forse piccolo ma rilevante per Cattolica. Il fatto che sia costruito su band originarie della costa adriatica è un dettaglio identificativo ma non esclusivo (come dimostra la lineup di questa prima edizione). Nel tempo ho notato quanto il nostro territorio (dall’alta alla bassa Romagna) fosse vivace e aperto a idee musicali e iniziative, da qui l’idea di provare a contestualizzare il tutto.
SA: La scaletta del festival sembra basarsi su una scelta molto accurata che riesce a mettere assieme nomi noti della scena indipendente con progetti meno conosciuti. Come ti sei mosso da questo punto di vista?
GGR: In questi anni si è accumulata (con la spinta dei social e della facilità produttiva di supporti audio e anche del loro consumo digitale) una notevole quantità di idee e materiali musicali che hanno una dignità e una qualità relativamente alta e sarebbe un “peccato” rimanesse sconosciuta, inascoltata. Delle cose belle, interessanti, mi piacerebbe ne potessero godere in tanti, ma non scopro nulla, non invento nulla, immagino che ogni festival indipendente o ogni locale attivo su questi circuiti musicali abbia la stessa mission o agisca nella stessa filosofia.
SA: Sul palco ci saranno, tra gli altri, alcuni progetti molto interessanti, come il duo Bono / Burattini, Cigno, San Leo e Blak Saagan. Come mai queste scelte?
GGR: Dai prodotti che mi appaiono più “nuovi” e apprezzabili, fino a progetti che appunto meno conosciuti (magari per eta’ o esperienze discografiche) che però penso meritino delle opportunità di palco. L’idea era quella di mettere assieme sonorità distanti ma originate dalle stesso embrione: il post tutto, post rock, post pandemia, post talent show, post regresso…. il rinnovare l’esistente, il cercare di inserire del nuovo, sperimentare con un certo senno, ecco!
SA: Cosa mi dici delle altre band?
GGR: Sad, Silki, Bellanotte (al loro primissimo concerto), Amanda, Container 47: anche loro diversi ma con una evidente volontà di ricerca o determinate coerenze e voglia di rinnovare certi registri: come sempre è chi si mette in gioco provando a rimescolare le carte a incuriosirmi e suscitarmi stima. Anche in questi casi parliamo di diversi musicisti che hanno decenni di esperienze alle spalle con altre band o progetti sonori diversi, anche già affermati in una certa misura.
SA: È prematuro chiederlo alla vigilia della prima edizione, ma come pensi o speri possa svilupparsi in futuro Rumore Adriatico?
GGR: Qualche idea la ho. Intanto portiamo a termine questa, poi con il fermento adriatico qualcosa nasce sempre, le realtà già affermate prima di Rumore Adriatico ci sono, magari una bella collaborazione su ampia scala.

