Recensioni

Due lunghe, lunghissime tracce trance-addicted costituiscono il quarto lavoro del duo romagnolo San Leo. Pubblicato dalla benemerita Bronson e impreziosito da una copertina di rara bellezza che lancia più di un indizio verso l’immaginario simbolico-misterico evocato, Mantracore tiene fede al bellissimo titolo inerpicandosi per quel sentiero oscuro fatto di psych-rock, tribalismo, post-rock rigorosamente strumentali che il duo aveva indagato negli album precedenti ma che qui, fusi ed esasperati, finisce al limitare della selva oscura del drone ambient. Nessuna paura, le cupe e oscure lentezze del genere qui ci sono ma sono funzionali a una ricognizione molto più ampia e varia.
La prima metà del primo brano, MM, che occupa l’interezza del lato A del vinile, è, infatti, una lunga discesa negli inferi che si accende improvvisamente a furia di un percussivismo quasi animalesco e una serie di riff in totale libertà (il duo è essenzialmente chitarra, appannaggio di Marco Tabellini, e batteria, per mano di Marco Mingani, già noto in altri ambiti come Inserirefloppino) che aumenta a dismisura lambendo, per intendersi, i furiosi territori da devasto alla Lightning Bolt ma intrippati col free-form e le (e)statiche oscillazioni vuoto/pieno. Sul lato opposto risponde Core, che da subito spinge sull’acceleratore della follia elettrico-percussiva, sfoggiando un parossismo sonoro che non risulta mai gratuito o fine a se stesso, ma serve quasi da acceleratore di stati d’animo, tra ipnosi da headbanging, ritualità e trascendenza.
Sì, perché, ed è questo il bello di Mantracore, ad un certo punto la velocità cala, le atmosfere si diradano, il deserto o le profondità del cosmo si manifestano insieme allo smarrimento di chi ascolta, per poi, di nuovo, ondivagamente, riprendere a fluttuare, a risalire l’immaterialità e a farsi materia, densità, devasto. Onirici ma materici, visionari ma densi e tangibili, i San Leo toccano un vertice della loro ormai sostanziosa discografia.
Amazon
