Ama l’errore, l’esperimento, la provocazione. Intervista ai Confusional Quartet
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Massimo Onza
- 2 Dicembre 2021
La benemerita Italian Records continua a far tornare dal passato perle di quella scena rock italiana degli anni ’80 che aveva come capitale Bologna. Un panorama molto sfaccettato e che vedeva in pista le perle migliori del sound nostrano a scompaginare qualsiasi idea di tradizionalismo musicale. Tra queste è impossibile non menzionare i totalizzanti Skiantos, i cibernetici Stupid Set e i dissacranti Gaznevada. Dopo la ristampa delle prime epocali pubblicazioni di questi ultimi, arrivate lo scorso gennaio, ecco che l’etichetta si è adoperata per due recuperi altrettanto importanti, ovvero i primi due convulsi lavori dei leggendari Confusional Quartet: il primo omonimo LP del 1980 e il successivo e altrettanto omonimo 10” pollici del 1981, EP ora ristampato in versione 12” con l’aggiunta di un prezioso live d’epoca, tenuto dai quattro marziani – come li ha sempre definiti la stampa – il 13 maggio 1980 all’Odissea 2001 di Milano. Un ulteriore reperto che aiuta a spiegare ancora meglio l’energia creativa con cui Marco Bertoni (tastiere), Lucio Ardito (basso), Gianni Cuoghi (batteria) ed Enrico Serotti (chitarra) assaltavano il pubblico dal vivo.
Nato sul finire degli anni ’70, il Confusional Quartet ha fatto della diversità e della follia sonora un marchio indelebile, esasperando al cubo l’idea di ala creativa del movimento del ’77 attraverso la scelta in totale controtendenza, ma ancora attuale e ricca di prospettive, di proporre musica puramente strumentale: un fulminante mix di new e no wave, furia punk, derive avanguardiste, jazz e musica popolare. Un caleidoscopio folle lanciato a velocità supersonica molto importante non solo per la qualità e l’originalità della proposta, ma anche per la capacità di ispirare un messaggio fondamentale: esprimere se stessi in piena libertà. Qualcosa che risuona molto forte ancora e forse soprattutto oggi al cospetto di una contemporaneità che fa dell’omologazione artistica la propria way of life.
L’uscita delle ristampe ci ha dato l’occasione per discutere con Marco Bertoni della nascita e dello sviluppo di quel suono mirabolante, ma con uno sguardo anche sul presente, visto che quell’esperienza non può essere relegata solo ai tempi andati. Se rievocare quel determinato periodo storico significa ripercorrere un momento irripetibile per la musica nostrana, quello della band è un viaggio ancora in corso e che scorre con la stessa intensità creativa e indefinibile di un tempo. Dopo lo scioglimento nel 1981, i quattro si sono ritrovati nel 2006 e hanno ricominciato a suonare con l’intatta voglia di un tempo, raggiungendo nuovi pregevoli risultati negli album Italia Calibro X (2011), come anche nel successivo ed ennesimo omonimo disco lungo Confusional Quartet (2012) e in Confusional Quartet Play Demetrio Stratos, con quest’ultimo che li vede suonare su vecchie registrazioni inedite del leggendario cantante degli Area – culto di fondamentale ispirazione per i Nostri.
Anche dal vivo la band è tornata a pieno regime spargendo la stessa creatività destabilizzante di un tempo. Per farvi un’idea potete recuperare lo streaming del concerto che il quartetto ha eseguito lo scorso anno per Viralissima, la rassegna di show online lanciata da LepidaTV. Non sarà mai come vederli dal vivo in carne e ossa, ma la potenza marziana colpisce alla grande. Come leggerete di seguito, comunque, un nuovo album targato Confusional dovrebbe arrivare entro l’anno, quindi reggetevi forte.
Se siete già avvezzi a molti dei sopracitati argomenti, nella chiacchierata che segue troverete certo il ricordo importante di un’epoca irripetibile, popolata da artisti e personaggi fondamentali per lo sviluppo della scena musicale nostrana, ma anche e soprattutto un approfondimento dei concetti che fanno vivere ancora oggi uno dei suoni più originali che il Bel Paese abbia mai partorito e che ha giocato, e se la gioca tutt’ora, alla pari con calibri come Devo o con le traiettorie intercettate della stagione della no wave newyorchese. Non, quindi, di semplice nostalgia si tratta, quella che Bertoni ricorda essere tipica del racconto che tutte le generazioni fanno alle precedenti («che le cose che hanno colpito i nostri sensi vergini e ignoranti nell’adolescenza siano magiche è ovvio a prescindere»), ma il racconto di uno spirito che continua, visto che la band è tutt’ora viva e vegeta, e in continua evoluzione.
La doverosa premessa di Bertoni prima di iniziare la chiacchierata è molto chiara in questo senso: «È già un po’ di volte che mi capita di rispondere a cose così lontane nel tempo, ho molto piacere di farlo perché l’esperienza dei Confusional è una cosa che ancora succede, non è tutto adombrato dal solito discorso dei bei vecchi tempi. Ho la fortuna che la musica sia diventata la mia professione, ho uno studio e come produttore e compositore ho fatto molte cose. Ma anche per i Confusional le cose sono andate avanti e sono ricominciate da circa 11 anni. Proprio in questi giorni stiamo facendo il nuovo disco. Dico questo per specificare che stiamo parlando di circostanze che per noi sono ancora ammantate di realtà. La prospettiva e soprattutto l’esperienza e il ricordo di questa sono per noi ancora oggi veramente interessanti».

Detto questo, non si può tuttavia non cominciare dal contesto in cui il quartetto ha preso vita, e prima del famoso festival Bologna Rock e del Movimento studentesco del ’77: «È innegabile che alla fine degli anni Settanta ci siamo trovati giovani musicisti in una situazione che poi abbiamo capito essere veramente unica. Penso che si possa dire questo perché non si è ripetuta in Italia e forse nel mondo, da un certo punto di vista. Noi avevamo 15, 16 anni, eravamo tutti alle superiori, tutti dello stesso quartiere di Bologna, e ci siamo conosciuti intorno al 1975, per cui abbiamo cominciato a frequentarci e a suonare in cameretta prima che scoppiassero i disordini della Bologna del ’77, con il conseguente omicidio di Pierfrancesco Lorusso, gli scontri in strada e le vetrine rotte. Più che il fermento, più che politico, consapevole, che apparteneva agli universitari con un pochino di anni più di noi, la cosa che colpiva molto noi adolescenti era la forte aggregazione che c’era».
L’aggregazione e l’irriducibile voglia di fare assieme tirarono subito dentro un vortice vitale i quattro giovanissimi. Un contesto fertile che sicuramente favoriva anche l’espressione artistica: «In ogni scuola di Bologna si organizzavano dei concerti, ad esempio quello di fine anno o di una festa particolare, e queste sono state le prime occasioni per suonare. Ricordo anche che era abbastanza obbligatorio sia fare delle cover di cose che piacevano particolarmente, sia inventarsi dei pezzi e far sentire che c’erano delle idee da proporre a questa sorta di piacere di stare tutti insieme». Circostanze che, come puntualizza Marco, sono state arricchite da diversi elementi concomitanti, come l’intensa socialità che offriva la città nell’epoca pre-internet e pre-smartphone, scevra quindi da qualsiasi idea di rete che non fosse quella genuinamente umana: «La dimensione di Bologna era quella di un grosso paesone, con tutti i vantaggi della provincia e senza nessun svantaggio della metropoli. Non avevamo sicuramente le dimensioni di Milano, però c’era un numero di giovani elevatissimo, questo senz’altro grazie alla presenza dell’Università. Bisogna ricordare che erano anni in cui non c’erano le radio private, che di lì a poco sarebbero nate come radio libere, non c’erano ovviamente i telefonini e nemmeno i computer; in casa c’erano due canali televisivi, il primo e il secondo, radio Capodistria come radio alternativa e il telefono con la rotella. Però, la cosa per noi fondamentale era che tutte le sere uscivi di casa e alle 9:30 incontravi tutti in piazza Maggiore. Questa è stata la chiave principale dell’aggregazione».
Quel ritrovarsi ha dato quindi vita all’ala creativa del movimento del ’77 e proprio in un periodo di forte cambiamento culturale: «I fricchettoni e gli hippie stavano diventando punk. Esattamente in quei mesi, dei miei amici fricchettoni avrebbero comprato il chiodo di pelle nera e avrebbero cominciato ad ascoltare i Ramones. Eravamo sempre noi, però stavamo cambiando, e questo ha portato un’energia nell’aria veramente forte, perché si cominciavano ad ascoltare cose che non avevamo mai sentito, e tutte le band che iniziavano a suonare erano influenzate tantissimo dai nuovi dischi che arrivavano». Un periodo che viveva anche di una temporalità diversa, facendo nascere situazioni del tutto inedite e improvvise, come quella che ha portato alla pubblicazione del primo album dei Confusional Quartet grazie allo zampino lungimirante della Harpo’s Bazaar, che successivamente sarebbe divenuta la storica label Italian Records: «Adesso puoi fare un progetto e dire “l’anno prossimo faremo o tra due anni faremo”, all’epoca era impensabile. Si pensava in termini di settimane se non mesi, nel senso che tutto era veramente molto più vissuto in tempo reale, molto più veloce. Tanto è vero che noi dopo i primi concerti siamo stati chiamati dai ragazzi del Harpo’s Bazaar, che ci chiesero di fare una delle audiocassette che loro producevano. Credo avessero già fatto qualcosa con gli Skiantos e Gaznevada, e volevano che anche noi registrassimo per loro. Poi, per tutta una serie di alchimie, è successo che noi, invece che fare un’audiocassetta, facemmo un album in vinile, e fummo il primo vero e proprio album licenziato dall’etichetta che si era appena auto-chiamata Italian Records».

Riannodando i fili del passato, un aneddoto molto divertente è quello legato al cambio di moniker della band, inizialmente Confusional Jazz Rock Quartet. Nell’intervista che i Gaznevada hanno rilasciato lo scorso marzo a Sentireascoltare, Giorgio Lavagna ha raccontato di essere stato proprio lui a far cambiare nome alla band durante un incontro prima del Bologna Rock, dicendo ai quattro, «Qui bisogna decidersi, o è Bologna Rock, o è Bologna Jazz». A questo punto non posso esimermi dal chiedere a Marco se la cosa abbia un fondamento di verità: «Giorgino è un carissimo amico, gli voglio veramente un gran bene, per cui se l’ha detto sarà senz’altro vero. Il nostro primo nome era Confusional Jazz Rock Quartet perché eravamo stranamente nel calderone di gruppi che venivano definiti New Wave, No Wave o Punk, però dentro ci buttavamo delle cose che erano indubbiamente jazz o jazz rock. Ricordo che quando fu il momento di uscire con il disco, Oderso [Rubini], che era il responsabile dell’aspetto musicale dell’Italian Records, ci consigliò di scrivere solo Confusional Quartet, perché il nostro nome era troppo lungo e ci connotava troppo. Era un periodo in cui ci si ascoltava molto, quindi non escludo che in qualche occasione Giorgio e Oderso ci abbiano detto che il nome non funzionava, e abbiamo deciso di cambiarlo. Tra l’altro, è stata una dritta molto buona perché ha portato molto bene al progetto».
Un nome importante della storia artistica di quel periodo è proprio quello del sopracitato Rubini, un personaggio chiave che si è formato professionalmente proprio in quella scena e che ha avuto un ruolo significativo anche per i Confusional: «Oderso è un amico e un personaggio molto importante. Aveva qualche anno in più di noi ed era parte della cooperativa Harpo’s Bazaar, ed era quello che si occupava dell’aspetto della produzione musicale, di stare con i gruppi, farli registrare e far si che nascesse l’Italian Records. È stata sicuramente la figura di riferimento per tutti i musicisti di Bologna, è quello che ha tenuto in piedi e ha fatto nascere quest’onda bolognese». Ma Rubini era anche parte di un collettivo che ha permesso la nascita e lo sviluppo fondamentale delle nuove leve musicale che la popolavano: «Ricordo Anna Persiani, per tutti noi Anna Matita, che si occupava delle grafiche e in un periodo in cui non esisteva il computer e bisognava usare fotocopiatrice e Letraset. Era veramente brava, tutte le copertine dell’Italian Records sono opera sua. Poi c’era Nino Iorfino, che è stato il primo a sentirci al Punkreas e a chiederci di incontrare tutti loro e registrare qualche cosa per l’Italian Records. Vorrei citare anche Giovanni Natale, un ragazzo che si occupava all’inizio soprattutto di cinema e riprese, ed è quello che ha ereditato dal punto di vista del business l’Italian Records. Ha fatto dei successi discografici importantissimi, è tuttora un editore molto importante, e siamo ancora amici e in contatto».
Ma tra tutte la persone che hanno attraversato l’avventura del gruppo c’è stato anche il fondamentale apporto artistico e umano di colui che divenne il quinto Confusional: «Il nostro mentore fu Gianni Gitti, un altro giovane membro della Harpo’s Bazaar, che aveva qualche anno più di tutti e uno studio di registrazione professionale. Ed era un genio. Per noi fu veramente un incontro incredibile, ci fece conoscere cose che non sapevamo minimamente che esistessero, come ad esempio i Futuristi o la possibilità di suonare lo studio di registrazione. Fece il primo disco degli Skiantos, Inascoltable, e facemmo con lui anche il nostro primo disco. Per noi fu il quinto Confusional, ci cambiò tanto e cominciò a darci quella consapevolezza che non avevamo. Per spiegarmi meglio, hai 16 anni e ti dicono, “Ok domani ci troviamo lì e registrate”. Noi non avevamo neanche idea di cosa volesse dire, siamo arrivati in questo posto, lo studio di Gianni in centro a Bologna, abbiamo scaricato gli strumenti, li abbiamo montati e abbiamo suonato. Fine. Abbiamo fatto il nostro disco in due giorni, ricordo che il primo giorno, la regia era in un’altra stanza, appena finimmo di suonare lui arrivò e ci guardò esterrefatto. Era veramente sconvolto da quello che avevamo fatto e noi non capivamo. Avevamo un’attitudine molto selvaggia e naturale».

Ad ascoltare il racconto di Marco riguardo al primo approccio in studio della band, viene da chiedersi quanto ci fosse di premeditato in un suono tanto esplosivo, vista la giovane età, o se venisse miracolosamente fuori in modo del tutto naturale con l’unico obiettivo di fare il più casino possibile: «La consapevolezza o l’attenzione che possiamo avere adesso, ovviamente, non l’avevamo per nulla, però come tutti i giovanotti che suonano avevamo dei miti, delle persone che volevamo emulare». E proprio il voler emulare i loro miti musicali ha spinto i 4 ragazzini a imbracciare strumenti e a salire sul palco: «In quel momento, le cose che proprio ci folgoravano erano gli Area. Avevamo la grande fortuna di avere uno dei nostri gruppi mito in Italia, e li abbiamo potuti vedere dal vivo tante volte. L’altro gruppo che ci ha influenzato parecchio dal punto di vista dell’energia, facendoci capire che si poteva fare un progetto con un’attitudine anche metà musicale o artistica, sono stati i Devo».
Ma se l’emulazione è stata la miccia, il suono dei tre veniva sprigionato da un’attitudine sorprendentemente spontanea, che ha dunque permesso di sviluppare un vero e proprio marchio di fabbrica: «Il fatto che nascesse tra noi quattro questa alchimia sonora è stato una cosa proprio nostra, fin dal primo momento in cui abbiamo cominciato a suonare avevamo quel suono là. Fare i dischi all’epoca voleva dire registrare su un otto piste, non si trattava di produzioni discografiche in cui potevi inventare un suono in provetta. C’era quell’attitudine molto rock o molto prog di avere una band in studio, e quello che senti nelle registrazioni è quello che la band realmente è. A parte pochissime sovraincisioni, forse due in tutto l’album, quello che si sente nel nostro primo disco, come anche nel secondo, sono semplicemente i Confusional che suonano. Penso che questo ci abbia distinto sin da subito, visto che l’unica decisione che avevamo preso era di non avere il cantante e quindi fare musica solamente strumentale e attraverso di essa sprigionare energia. Solo che, invece di spaccare la faccia a tutti con un unico genere, facevamo un pezzo diverso da un altro. Pian piano forse stava nascendo un’attitudine prettamente Confusional, però di fatto i primi concerti sono stati questo».
Ovviamente c’è stato un momento particolare, un’improvvisa illuminazione che ha fatto prendere realmente coscienza al quartetto delle proprio potenzialità: «Al Bologna Rock siamo saliti sul palco non avendo mai avuto, ovviamente, l’esperienza di suonare davanti a così tante persone, e proprio in quel momento abbiamo scoperto dentro di noi che la cosa che ci veniva obbligatorio fare era essere incredibilmente energetici. E infatti hanno poi scritto che la nostra attitudine sul palco è stata la cosa più punk che si è vista al festival. L’idea che fossimo senza cantante, che facessimo jazz rock – chiamiamolo così (ride) – o comunque che, senza dire nulla, affiancassimo velocemente tanti pezzi così diversi tra di loro, uno punk, uno no wave o una polka, ma tutti con una con una grandissima energia, ha colpito molto il pubblico».
Se da un lato c’era tanta voglia di mescolare istintivamente generi differenti, un altro tassello fondamentale che ha permesso di sviluppare una personalità distintiva era la voglia di essere competenti in quel che si faceva: «Negli anni ’70, quando cominciavamo ad ascoltare i primi dischi, la musica cosiddetta alternativa che poteva arrivarci era il prog. Forse uno dei motivi per cui abbiamo cominciato a suonare insieme era anche il fatto che ci piacesse l’idea di farlo bene. In questo senso, sicuramente i Confusional erano il gruppo più nerd della scena bolognese. Se in quel momento lì, tra il punk e Brian Eno, la parola d’ordine era il “non musicista”, noi eravamo invece più affascinati dall’aspetto dell’energia, ma ci piaceva l’idea di sprigionarla in assoluta libertà e con la competenza per fare quello che ci pareva. Avevamo degli esempi che ci ispiravano in questa direzione».
Oltre ai miti e a respirare un aria molto creativa, nella Bologna degli anni ’80, come ha ricorda Marco, c’era anche la possibilità di assistere a eventi che potevano cambiarti la vita: «In quegli anni, per tutta una serie di motivi politici, la Cultura a Bologna viaggiava molto alta. Era possibile assistere a tantissimi concerti o a eventi molto importanti, e gratuitamente. Ci è capitato da ragazzini di vedere Enrico Rava, oppure un pianista minimalista incredibile, purtroppo mancato da poco, Frederic Rzewski, o Karlheinz Stockhausen che fece un’istallazione ai giardini Margherita. Poi un giorno, per caso, vai in piazza Maggiore, ti chiedi che cosa stia succedendo e vedi i Clash che suonano. Sono stati mesi molto particolari, che dal punto di vista emotivo e artistico hanno contribuito molto farci diventare quello che siamo. Un’altra cosa molto bella fu una performance in strada del Living Theatre. Tutto questo ci ha sicuramente formato ed è servito a farci capire che potevano succedere cose di un certo tipo dal punto di vista artistico, anche se il discorso va innestato in giovincelli di 15-16 anni che vogliono solo fare casino, però facendo vedere che sanno suonare. Ma non come i jezzaroli, come li chiamavamo noi, che si suonavano molto addosso. Noi volevamo proprio partecipare a quell’onda che si percepiva chiaramente nelle strade. Ce ne siamo sempre fregati completamente delle mode, però ci è sempre interessata l’attitudine provocatoria di far vedere che c’è sempre la possibilità di fare qualcosa di alternativo e in maniera libera. Una prerogativa di cui abbiamo sempre più preso coscienza con gli anni».

Se l’attitudine e il suono del quartetto sono difficilmente definibili con le categorie dell’epoca, è proprio nell’indole creativa della no wave che i Nostri trovano una sponda fondamentale. Nel ’79, durante la partecipazione alla IV Settimana internazionale della Performance – manifestazione annuale bolognese che raccoglieva le novità in campo artistico e musicale (l’anno prima si era esibito in solo proprio Demetrio Stratos) – la band aveva condiviso il palco con gli 8 Eyed Spy di Lydia Lunch per poi intraprendere uno storico tour italiano assieme alla band della regina del suono no wave newyorchese: «Andavamo in giro in furgone e si è stretta una bella amicizia e ci siamo divertiti come dei matti, è stato davvero molto bello. Ricordo centinaia di lattine di birra vuote dentro al furgone, i ristoranti, i concerti… Noi ascoltavamo loro suonare e ci piacevano come attitudine, tra l’altro due di loro avevano fatto parte dei Contortions di James Chance, una fetta della no wave newyorchese. E loro ascoltavano noi dicendo “fico, bello” e ci facevano un sacco di domande. Questo è stato per noi molto divertente e gratificante. A quell’età si cercano sempre delle conferme o dei feedback da parte del mondo, e il feedback da parte loro è stato importante. L’attitudine no wave, soprattutto quella newyorchese, era veramente affascinante, avevamo un modo di fare molto diverso però anche molto simile in un certo senso. Ricordo che noi rimanemmo veramente molto impressionati dal fatto che loro ci rispettavano molto, consideravano quello che facevamo folle».
Oltre all’amicizia con Lunch, nata proprio durante il tour e che continua ancora oggi – l’ultimo album di Bertoni è il lavoro collaborativo Wrong Ninna Nanna del 2020, con i testi di Franco “Bifo” Beradi e le interpretazioni di Bobby Gillespie dei Primal Scream e la stessa Lunch – quell’esperienza testimoniava anche una città per nulla ai margini delle periferie dell’impero: «In quegli anni Bologna non era provincia. Per tutta una serie di strane costellazioni, che poi vuol dire un certo numero di persone che da un punto di vista culturale, in modo fisico e pratico, connettevano Bologna con New York, c’è stata una sorta di ponte artistico tra le due città. Per cui, tra la fine anni ’70 e i primi anni ’80, probabilmente tutte le cose che succedevano a Bologna erano molto in sintonia con ciò che succedeva a New York». Una circostanza pienamente confermata anche per quanto riguarda i Devo, band conosciuta dai Confusional grazie a Red Ronnie, che ne cominciò a parlare sulle prime fanzine dell’epoca, e poi sfociata in un’amicizia dopo i concerti tenuti in Italia nel 1980 dagli autori di Uncontrollable Urge: «Ci siamo incontrati e loro avevano già sentito il nostro primo disco, che gli era piaciuto molto. Era normale per noi conoscersi perché eravamo coetanei e li amavamo tantissimo, però amavamo tantissimo anche la musica che facevamo noi. Era bello confrontarsi con loro alla pari».
Entrando più nello specifico degli elementi, sia musicali che concettuali, del suono dei quattro bolognesi, bisogna tornare al mentore Gianni Gitti. Proprio quest’ultimo li ha fatti familiarizzare con il Futurismo, poi diventato fondamentale per lo sviluppo artistico della band: «Gianni è servito molto perché noi, da bravi adolescenti, parlavamo pochissimo. Io ero incredibilmente timido e non parlavo mai. Suonavamo e basta. Ricordo benissimo questa cosa perché mi ha veramente molto impressionato. Arrivammo nello studio di Gianni Gitti, montammo le nostre cose e suonammo la prima facciata del nostro album. La mattina dopo, lui aveva passato tutta la notte sveglio a lavorare sui nostri brani perché lo avevano molto colpito, abbiamo parlato per ore. Per me questo è un ricordo sconvolgente. Lui probabilmente aveva tipo 30 anni, per cui lo vedevo già come super grande o anziano, però diceva delle cose talmente fresche e talmente forti da affascinarci totalmente. Ci ha parlato veramente di tante cose, ci ha fatto ascoltare tutti i suoni che aveva fatto per noi, i tagli, gli spostamenti di struttura, e noi eravamo piacevolmente sconvolti dal suo intervento sui nostri pezzi».

Proprio durante la chiacchierata con Gitti entra per la prima volta in ballo la parola Futurismo: «Un’altra cosa che Gianni ci disse quel giorno fu: “Ma voi siete Futuristi!”. Ci disse proprio, “Voi siete Futuristi! Avete un modo di fare che mi ricorda tantissimo questa cosa che io conosco molto bene”, e si riferiva al fatto che aveva appena finito di registrare un disco di musica futurista per per la Cramps Records di Gianni Sassi. Era venuto a conoscenza di tutta una serie di cose, come gli esperimenti di teatro sintetico futurista, e quindi il taglio di situazioni diverse affiancate tra di loro che i futuristi chiamavano l’analogia, ovvero il vero amore che unisce le cose più distanti tra di loro, una specie di utilizzo di sample ante litteram. Ma anche le melodie cretinette di pianoforte futurista gli ricordavano quelle che facevo io con i Confusional, e ovviamente la teoria dell’Intonarumori ben si legava al nostro approccio sperimentale».
La folgorazione per il movimento artistico dei primi del ‘900 fruttò subito il brano Guerra in Africa, che comincia con Filippo Tommaso Marinetti che declama il manifesto del Movimento Futurista – reperto sonoro avuto grazie a Gitti – e si innestò immediatamente con l’amore che i Confusional avevano per gli anni ’60 italiani, con i ricordi dell’infanzia trascorsa al mare e con la passione per una certa italianità: «Significava avere la consapevolezza che in giro per il mondo, quando si parlava di moda e di design, l’Italia era davvero la numero uno. Questa è una cosa che ci interessava molto». Visti i legami del Futurismo con il Fascismo, manifestare una tale passione poteva anche avere delle stupide controindicazioni: «Fummo immediatamente tacciatati, fortunatamente non da tutti ma da molti, di essere fascisti, perché secondo questi il richiamo al Futurismo poteva esser fatto solo da fascisti. Una cosa che ci siamo portati dietro fino a tutti gli anni ’80, e nonostante fossimo uno dei gruppi del Movimento Bolognese (ride), per cui, figurati… A metà anni ’80, poi, la famiglia Agnelli fece una grandissima mostra sul Futurismo Italiano a Palazzo Grassi, a Venezia, che sdoganò il movimento artistico a livello culturale, liberandone l’enorme valore artistico dal fardello di doverlo giudicare dal punto di vista politico e accettandolo come prima vera avanguardia italiana. Noi ce ne fregavamo totalmente, musicalmente eravamo totalmente anarchici, il Futurismo ci sembrava una cosa incredibilmente vicina a noi e basta. Non ci interessava se fossero fascisti o meno. Era talmente più alta la bellezza e la vitalità dell’opera Futurista che per noi travalicava la componente politica».
Parlando sempre di avanguardie, un altro nome che viene fuori ascoltando i dischi dei Confusional Quartet è quello dell’importante compositore contemporaneo John Cage. Uno dei pezzi nati in studio in quel periodo, Swing, partiva da un’idea molto semplice di basso e batteria su cui Gitti sovrappose i nastri che aveva registrato durante l’opera Il treno di John Cage: «Come dicevo prima, a Bologna succedevano cose da un punto di vista culturale molto alte e una delle più importanti avvenute in quegli anni è stato il fatto che Cage fosse venuto a Bologna per realizzare la sua opera, Il Treno di John Cage, ovvero un giro in treno tra Bologna e Porretta Terme. Però si trattava di un treno preparato, con microfoni che registravano il rumore del treno e musicisti che facevano le loro performance durante il viaggio, tra cui c’era anche Demetrio Stratos. Noi non c’eravamo perché eravamo troppo piccolini, però l’evento fu seguito da Oderso, che era stato un allievo di GianFelice Fugazza, docente di musica elettronica al conservatorio di Bologna, e da tutta l’Harpo’s. Grazie a persone come Oderso e Gitti si creava una sorta di corto circuito tra ragazzini che cominciano a suonare e compositori di musica contemporanea di assoluto livello. Quando ci hanno proposto di mettere in uno dei nostri pezzi questi nastri di Cage lo abbiamo trovato fantastico. Noi non sapevamo minimamente chi fosse, però abbiamo sentito una cosa che ci sembrava super, sconvoltissima, all’epoca si diceva “fuori” (ride, ndSA), e quindi abbiamo accettato immediatamente».
Del resto, ascoltando i Confusional viene facile accostarli a un’idea molto interessante di Cage, quella di “circo musicale”: “portare al pubblico quanta più musica possibile tutta insieme”, come lo definiva il compositore. E a questa va aggiunta anche quella dose di spontaneità che accomuna due esperienze solo all’apparenza distanti: «È vero, ma io amo molto anche il lato più concettuale e meno spontaneo di Cage, tipo “organizziamo un silenzio che dura un tot di tempo e allora tu capisci che tutti i rumori che senti all’interno di quel silenzio diventano musica”. Questo è veramente affascinante, Gitti avrebbe detto “futurista”. Ti parlavo prima della sintesi del teatro futurista e del prendere cose diverse e usarle con consapevolezza in forte contrasto tra di loro. I Futuristi definivano questa pratica analogia, ovvero l’amore che unisce le cose più distanti. Una frase che sembra pochissimo futurista ma che in realtà è molto interessante».

Oltre all’avanguardia e all’energia punk, Bertoni e soci erano anche molto attenti anche alla cultura più prettamente popolare del Bel Paese. Basta ricordare la loro versione futurista della canzone Volare di Domenico Modugno o la riproposizione live di brani di liscio lanciati a mille all’ora, come Il Carrozzon del maestro Franchino Camporeale: «Tra tutte le cose che ci piaceva mescolare c’era sicuramente anche la componente folk. Ascoltare il folk balcanico degli Area era pura magia e un’ispirazione. Noi eravamo i creativi del Movimento, per cui lo facevamo con grande amore e rispetto, ma comunque sempre con quell’attitudine di prendere i pezzi per provocare e divertirsi. Di un discorso più serio sulla Filuzzi bolognese e sul liscio, che anche in questo caso apprendemmo dagli archivi e dai racconti di Gianni Gitti, ce ne saremmo accorti un pochino di tempo dopo. In realtà all’epoca la nostra attitudine era molto vorace, prendevamo tutto quello che c’era intorno e lo fagocitavamo bellamente».
Se da un lato la componente popular arricchiva la complessità del loro approccio ibrido, dando alla band un’altra preziosa cartuccia da sparare per i folli accostamenti, dall’altro ne fomentava la componente provocatoria: «Nel live pubblicato nella seconda facciata della ristampa del 10” c’è dentro questa polka che faceva il padre orchestrale di un nostro amico e noi l’abbiamo suonata ben volentieri, ma in un’epoca dove ci si vergognava normalmente a parlare di liscio. Così come eravamo accusati di essere fascisti perché facevamo i Futuristi, eravamo anche completamente demodé e imbarazzanti perché suonavamo brani di liscio. La nostra logica era di fregarsene totalmente e di continuare a fare questo caleidoscopio di pezzi diversi appiccicati. Basta vedere la furia con cui eseguivamo quel brano che ci si rende conto del messaggio. Per un concerto importante che facemmo a un festival Nazionale dell’Unità, non ricordo dove, chiamammo un’intera compagnia di ballerini di liscio per farli esibire su questo brano. Vennero all’appuntamento, tutti con i loro abitini in tiro, ma poi sentirono il modo in cui lo facevamo e scapparono via con il loro pullman».
Nel 1981 i Confusional pubblicano l’omonimo 10”, un disco che a riascoltarlo oggi non ha perso un millimetro della sua attualità. Un lavoro forte come il precedente album e ancora più sperimentale che pare una messa a punto dell’ossessione sulla réclame, o meglio, un’ossessione futurista per la réclame. Il disco contiene la famosa Sigla riproposta in diverse modalità, e provate a indovinare chi ha ispirato in prima battuta l’intuizione: «L’idea è venuta dalla forte influenza a livello produttivo e creativo di Gianni Gitti, dalla sua voglia di fare esperimenti in studio, che ci ha permesso di pensare di pubblicare un singolo pezzo, una musichetta che abbiamo intitolato Sigla, proponendolo più volte in modalità diverse, ovvero tramite differenze di produzione e di contesto con le quali la collocavi». Un’idea cesellata e rifinita anche attraverso un ulteriore influsso filosofico: «Un’altra ispirazione è stata il lavoro di Alessandro Mendini, un architetto e designer italiano che seguivo molto e che lavorava su un concetto molto interessante, quello dell’oggetto banale, decontestualizzato, isolato e reso consapevole, e proposto in diverse modalità». E la sigla era proprio questo: «La cosa ha paradossalmente fatto dire a molti che ci stessimo ispirando al lavoro dei Residents e al loro album di jingle [Commercial Album], ma in realtà non era così. Dietro c’era solo il fatto di voler usare con consapevolezza una musica “cretinetta”, un motivetto musicale banale, appunto, però facendola sentire una volta suonata dal gruppo, una volta suonata da un sintetizzatore, una volta usata come sottofondo di voci prese da una commedia radiofonica, ecc. E questa cosa è stata l’intera seconda facciata dell’EP. Se vuoi, un’operazione non molto commerciale (ride, ndSA)».

Un’EP fulminante che ad ascoltarlo oggi sembra suggerire anche una critica al contesto comunicativo che stava sorgendo proprio agli albori degli anni ’80 e che solo qualche tempo dopo avrebbe dato vita alla lunga era delle televisioni commerciali: «No, non c’era. Anche se mi rendo conto che la cosa è un po’ implicita nel disco. Però, sai, eravamo molto influenzati dai Devo, dal discorso della devoluzione, di giocare a fare l’automa rincretinito mentre suonavi, di voler utilizzare loop che si inceppano come abbiamo fatto nella cover di Volare. Per noi la sigla era un passo avanti in questa direzione, ma forse, da parte nostra inconsapevolmente, dentro c’è anche quello che tu vedi. Cominciavamo sicuramente a osservare una realtà intorno a noi che stava totalmente rincoglionendo».
Dopo quest’ultimo EP, i Confusional pubblicano nel 1981, sempre per la Italian, Documentario, uscita composta di 3 settepollici flexy che prosegue sulla schizoide onda della band. Subito dopo, per intraprendere altri percorsi personali e artistici, Bertoni esce dal gruppo, che ha comunque continuato a fare molti concerti per poi sciogliersi l’anno seguente. L’occasione della preparazione di un box set antologico ha permesso ai quattro marziani di rincontrarsi facendo scattare nuovamente la scintilla: «Ci siamo talmente tanto divertiti quando ci siamo ritrovati, che una delle cose che ci siamo detti è stata, “beh, torniamo a suonare assieme”». Subito dopo si sono ritrovati in sala prove, e proprio quella jam session è diventata l’album Italia Calibro X: «Siamo sempre noi che suoniamo come al solito, senza dirci nulla, abbiamo attaccato i jack e abbiamo suonato. Ci siamo accorti che ci divertivamo ancora molto, quindi abbiamo lavorato per un anno ed è uscito il disco Confusional Quartet, dove c’è la collaborazione con Bloody Beetroots, e da là abbiamo ricominciato a suonare in giro e a fare cose, e quindi è arrivato il disco con le registrazioni di Demetrio Stratos, Confusional Quartet Plays Demetrio Stratos. E poi c’è anche l’album che stiamo preparando in questo periodo e che spero esca entro l’anno».
Anche l’attività live, come dicevamo all’inizio, è ripresa a pieno regime, continuando a dare molta soddisfazione al quartetto: «Abbiamo cominciato a suonare anche fuori dall’Italia e ci siamo veramente stupiti del fatto che la cosa che facciamo incontri molto consenso. Siamo tornati a casa veramente carichi vedendo la gente che si diverte ad ascoltarci, che balla… (ride, ndSA). Voglio dire, per ballare a un live dei Confusional bisogna impegnarsi parecchio. È stata una cosa che ci ha veramente colpito e ispirato molto per il nuovo album. Un storia che va avanti, anche perché a noi, al di là del dato anagrafico, ci dicono sempre che siamo dei marziani».
Se un nuovo lavoro è in arrivo, il recupero delle ristampe dei primi due album dei Confusional Quartet rimane il modo migliore per riscoprire un’esperienza seminale del passato che riesce splendidamente a raccontare la volontà di esserci di quattro giovanissimi bolognesi: «Si tratta di materiale che non ascoltavo da tantissimi anni, mi ha molto colpito la qualità sonora. Le musiche ovviamente le ricordavo benissimo, fanno parte di noi, però mi ha sorpreso sentire come all’epoca sia stato bravo Gianni Gitti a darci quel suono. È veramente bello. Fa anche indubbiamente piacere vedere come un momento di totale spensieratezza e libertà giovanile venga ricordato come importante. A posteriori, nel nostro piccolo, abbiamo fotografato un pochino quel periodo, una cosa molto più grande di noi che girava intorno a noi, e che comunque era sempre fatta di persone con nomi e cognomi e che hanno fatto cose che riverberavano tutte intorno a noi. Un contesto che ci ha dato la possibilità di poter esistere e di poter pubblicare, che per l’epoca, devo dire, non era una cosa così scontata. Ricordo che ho passato tutta la gioventù brontolando e lamentandomi sempre incazzato perché dovevamo fare più concerti e più dischi, ma in realtà era una cosa veramente complicata per l’epoca. Già la famosa frase “andiamo in studio a registrare”, più tardi avremmo capito che non era così scontato sentirsela dire».
Le ristampe sono quindi l’occasione per analizzare anche quest’aspetto di quell’inedito periodo storico, una stagione creativa che ha reso possibili situazioni non assolutamente facili da mettere in campo: «Riguardo alle ristampe, probabilmente la cosa che ci fa più piacere adesso è proprio il fatto che siamo riusciti a poter registrare quello che facevamo. E visto che il nostro modo di fare le cose era veramente molto puro, eravamo troppo giovani per avere malizia o disperazione, è ancora più importante, perché siamo riusciti a mettere sul nastro magnetico una cosa che adesso ci ritorna esattamente com’era all’epoca. Il nostro tentativo di dire, “ci siamo, vogliamo farvi sentire delle cose, vogliamo provocarvi, farvi alzare dalla sedia”. Molto new wave come situazione (ride, ndSA)».

I due lavori e il percorso attuale della band permettono però di inquadrare il discorso anche in una diversa prospettiva, per fare alcuni interessanti confronti tra passato e presente. L’impressione che se ne ricava, in questo senso, pone l’accento su un decisivo scarto culturale che, al netto degli ineludibili cambi d’epoca, pone questioni molto attuali dal punto di vista produttivo ed esistenziale: mentre una volta l’intento principale era quello di esprimersi nel modo più libero e puro possibile, oggi la strategia dominante pare invece essere l’inseguimento delle visualizzazioni online. Approccio, quest’ultimo, che più di ieri sollecita verso una maggiore omologazione per assecondare il gusto di un pubblico ampio: «Sono d’accordo con l’analisi e la prima cosa che mi viene da pensare è che la musica è bella perché si copia. Si comincia a suonare emulando qualche cosa, volendo riprodurre ciò che senti succedere dentro di te quando ascolti alcune cose, e probabilmente se a farlo è un artista creativo ci mette dentro anche molto del suo. I discorsi da un punto di vista positivo evolvono in questo modo, ma quando succede le vecchie generazioni dicono a quelle più giovani, “Ah, ma questo l’ho già sentito”. In realtà, per le nuove generazioni quel qualcosa lì non è già sentito ma completamente nuova, perché ci stanno mettendo dentro la loro energia giovanile. È successo anche a noi, ovviamente. Sicuramente, ciò che osservo da un punto di vista culturale è che una volta era più facile avere dei riferimenti che davano un esempio di libertà. Adesso, come giustamente dici tu, è più facile sentire esempi di pseudo-libertà, dove tutto comunque è asservito all’omologazione. Sembra che se si esce dal cono di luce in cui hai la possibilità di essere visualizzato, non succeda nulla, ed è una situazione angosciante e che provoca anche terrore».
Se lo spirito del tempo è per forza di cose cambiato, non per tutti ma per moltissimi, è anche il contesto produttivo odierno che incoraggia un certo appiattimento culturale: «Ti parlo di anni dove c’era un’industria che si chiamava industria discografica e che adesso non esiste più. Soprattutto negli anni ’60 e ’70, chi la governava non erano degli intellettuali, ma, come diceva Frank Zappa, dei personaggi col sigarone che vedevano arrivare dei soldi perché vendevano del vinile e non gliene fregava assolutamente niente di cosa ci fosse stampato sopra. In questa sorta di anarchia passavano anche dei dischi con sopra delle cose veramente fuori, che potevano essere molto stimolanti per chi volesse suonare e anche fare da esempio. Erano dischi capaci di dire, “sapete cosa c’è? Se vi mettete insieme a suonare potete fare anche delle cose così. E anzi, sapete cosa c’è? Non è che vi diciamo di fare proprio le cose come le facciamo noi. No, no. Vi insegniamo il trucchetto per farle. Andate a culo con la testa”. Questo amore per le frontiere inesplorate era una cosa che mi prendeva molto. Un tipo di cultura che proveniva direttamente da quella hippie dei ’60. Non a caso, fino agli anni ’70 trovavi in testa alle classifiche dei dischi che adesso non so neanche se qualcuno pubblicherebbe mai, roba o prog o rock, assolutamente non mainstream e molto alternativa».

Esempi di libertà permettevano di vedere il mondo in modo diverso, come un campo non solo da agire, ma anche da modificare con la propria esperienza, senza ridurre l’espressione artistica a puro inquadramento in un contesto produttivo che, come dice Bertoni, non appesantiva affatto il discorso, ma anzi, a volte lo favoriva decisamente: «Da ragazzini abbiamo avuto degli esempi da seguire che ci indicavano un certo tipo di strada, e cioè di fare le cose amando l’errore, amando l’esperimento, amando la provocazione. Per noi gli Area significavano questo, erano qualcosa di bellissimo, non perché avevamo un approccio intellettuale ma semplicemente perché a un loro concerto venivamo travolti da un’energia meravigliosa, capivamo che stava succedendo qualcosa. Quando hai un esempio che nella nella tua vita vera può succedere qualcosa di così forte, allora capisci che si va oltre la moda e l’omologazione, e cioè che tu puoi far succedere qualcosa che prima non c’era. E penso che questo sia veramente bello, e se sei giovane ti rimane dentro come un ricordo indelebile. Se poi intraprendi una strada artistica, come prima cosa vuoi ricreare quelle sensazioni con la tua roba».
A partire da queste basi, è evidente non solo un cambiamento dell’esperienza artistica, ma dell’esperienza tout court, soprattutto per quanto riguarda la condivisione e la socializzazione: «Probabilmente far sentire le proprie cose in giro oggi è molto più semplice, basta buttare un file in rete e ci sei, però noi avevamo la fortuna di poter verificare dal vivo, con della gente davanti, l’impatto di quello che facevamo. Al Bologna rock c’erano 7.000 persone per ascoltare gruppi completamente sconosciuti, ci è capitato di suonare anche in posti davanti a 15.000 persone, ma per un gruppo che si pone come assolutamente alternativo e che si fa assolutamente i c**** propri, sono cose un po’ strane, come è anche strano che alla fine arrivi l’applauso perché la gente ha capito che qualcosa è successo. A noi interessa e interessava far succedere questo tipo di cose veramente marziane».
E l’approccio marziano dei Confusional Quartet indica una strada totalmente opposta dall’omologazione: «Dietro alla musica che facciamo non c’è, ovviamente, il postulato “la faccio perché vendo”, ma “la faccio perché vivo”, sono un musicista, faccio delle cose e te le faccio sentire. Il problema, adesso, è che tutto, al di là del mercato, è appesantito da una cultura che invece di favorire l’incendio soffoca molto. Sono bravi i giovani che riescono, e ce ne sono tanti adesso, a testimoniare quanto sia faticoso oggi fare queste tipo di cose e come sia anche abbastanza triste dirlo in questo periodo storico. Ogni generazione che vuole esprimersi troverà il modo di farlo, lo stanno facendo e come sempre lo faranno, ma ora si è inceppato culturalmente proprio un meccanismo che favorisce l’aggregazione. Invece che essere in un posto davanti a 200 persone che ti ascoltano, guardi un numerino e vedi che ti hanno ascoltato 400 persone. Però si tratta di una situazione da remoto, e questo dal punto di vista del tempo reale e soprattutto dell’esperienza in sé è una mancanza. Produco tanti giovani e la cosa che ci si aspetta sempre di far succedere è creare la situazione che li faccia andare in giro a farsi ascoltare, perché questa è la vita e probabilmente è ciò che ti fa scrivere».
In effetti, molto spesso si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di un flusso comunicativo dominato per lo più dalla psicosi della visibilità, e che nonostante si riveli spesso inefficace, rimane dominante: «Quello che tu dici è talmente vero che devo dire che oramai non è neanche più un discorso pensato per molti giovani, ma un elemento già insito in quello che fanno, un’influenza talmente grande e subita che spinge forzatamente a essere un po’ succubi di queste dinamiche. Noi, nel nostro piccolissimo, quello che vogliamo continuare a dire è invece, “senti questa cosa che ho appena fatto, è frutto innanzitutto di un collettivo, quindi si tratta del lavoro di un gruppo di persone che si gestisce come un collettivo e che ti vuole mostrare che si possono fare delle cose in libertà”. Poi, quando si lavora senza limiti ogni cervello mostra i suoi, e questa è la bellezza delle cose. Evviva i limiti!»

