Massimo Zamboni
Massimo Zamboni, foto per la stampa di Diego Cuoghi (2022)

Cantando una patria sconsolata. Intervista a Massimo Zamboni

Un incontro telefonico con Massimo Zamboni per parlare del suo nuovo disco pubblicato da Universal, La mia patria attuale, e da lì di Italia, di patrie varie, di passaggi storici, di come si crea la musica e di collaborazioni.

Questo nuovo disco viene annunciato come «Zamboni torna a cantare dopo 10 anni», eppure 10 anni fa, nell’ultimo album di canzoni, cantava Angela Baraldi, mentre nei tuoi altri progetti, dagli ex-CSI a Soviet + elettricità, da Sonata a Kreuzberg ai concerti di Stazioni Lunari, perfino nella Macchia mongolica, non mancavi di farlo, secondo me anche crescendo come cantante…

A dire la verità, la cosa che volevo dire era che non usciva un mio album da solista da una decina d’anni, non era tanto il cantante ma proprio come album solista. Sono usciti tanti dischi, in buona compagnia: collaborazioni con Angela, con post-CSI, con altri, concerti dal vivo o progetti speciali come I Soviet… o Il Richiamo degli scomparsi. È chiaro che quel che sento questa volta è che ho inseguito con molta più determinazione il ruolo del cantante vero e proprio, ho abbandonato le chitarre anche se le ho composte, però ho chiesto ad altri eccellenti chitarristi di suonarle e di darmi di più alla scrittura e alla voce. E da questo punto di vista forse questo è il primo vero album che faccio come cantante. Questo credo che sia un po’ il senso dell’uso della voce.

Quindi i tuoi primi dischi, Sorella Sconfitta e quelli che hai antologizzato in Canto l’isolamento non li consideravi dischi da cantante?

Eh, sei attentissimo. No, certo: quando si usa la voce il ruolo è quello. Però c’è una consapevolezza diversa, forse, che si è depositata in questi anni, per cui quello che prima affrontavo con più incertezza o con un appoggio (perché nei concerti c’era sempre un’altra voce, mediamente), adesso sento di poterlo fare da solo. E in qualche modo in questi vent’anni ho anche maturato un repertorio personale che non necessariamente deve riassumere delle caratteristiche di CCCP e CSI, che non sono due presenze docili da avere di fianco, sono due monumenti che influenzano pesantemente tutto quello che puoi fare in seguito. Però mi sembra di aver raggiunto un buon patteggiamento con quello che è stato, che posso comprendere nel mio repertorio ma da cui posso anche svincolarmi in maniera molto decisa.

Nell’ambito di questa ricerca musicale, negli ultimi anni sei passato da un progetto in cui facevi il bassista come Sonata, alla composizione di strumentali per una colonna sonora, a un album di canzoni come l’ultimo, riguardo al quale fai un discorso su un certo tipo di canzone che serve per affrontare certi temi…

Diciamo che ogni argomento, ogni album e ogni progetto ha caratteristiche tutte sue. Per Sonata a Kreuzberg ho pensato di usare il basso, un po’ perché le canzoni riportate in quell’album, che si rifanno ai primi anni ’80 tedeschi, non prevedevano chitarre – la chitarra è uno strumento assolutamente bandito in quegli anni e in quei luoghi, quindi ho seguito quella consuetudine per riportarle un po’ alla loro radice. E così anche La macchia mongolica è un album di composizioni strumentali perché non volevo parole che guidassero il viaggio interiore di un ascoltatore verso quella Mongolia. In La mia patria attuale, per parlare di parole difficili, pesanti, quasi inaffrontabili come “patria”, ho pensato di usare la forma della canzone vera e propria, di diventare molto più cantautorale del solito, perché è un concetto che… non so neanche come dire, dev’essere … quando si parla di questi argomenti bisogna guardarsi negli occhi e usare una formula collettiva, e credo che la canzone sia una modalità più inclusiva. E così ho pensato di rivolgermi al classico italiano, cioè usare lo stilema della canzone e della voce, dominante rispetto all’arrangiamento.

Le parole intorno alle quali ruota il tuo disco sono “patria” e “cantautore”: sono entrambe molto scivolose, dai confini non sempre netti, perché anche l’idea del cantautore, dalla prima ondata degli anni ’70 a ora, è cambiata. Penso, tra le altre, a due tappe, entrambe di nome Vasco, ovviamente Rossi e Brondi, che rappresentano cambiamenti avvenuti rispetto al conterraneo Guccini, a De Gregori, al filone principale…

Certo, io peraltro i cantautori classici italiani che dici, al di là forse di Guccini con cui sento molta affinità territoriale, non li ho mai ascoltati, e confesso anche di non averli mai sopportati: non hanno mai fatto parte del mio orizzonte di ascolti, li ho sempre evitati perché non cantavano per me, erano parole, canzoni e modalità espressive che non mi hanno mai riguardato. Vasco, entrambi i Vasco, hanno aggiunto qualcosa di molto diverso e che sento molto vicina, in fin dei conti. Però, diciamo che queste canzoni “cantautorali” nascono dal non aver mai ascoltato i cantautori. Forse è un patrimonio che abbiamo noi, che ognuno di noi ha assorbito anche in maniera inconsapevole, e io ho cercato di restituirlo in questo modo.

Perché poi nel disco, accanto a questo tipo di canzoni ci sono quelle scritte nel tuo stile, che tu dicevi che si è staccato da quello dei tuoi due vecchi gruppi. Eppure mi sembra di aver notato, ascoltando i dischi di Gianni Maroccolo (meno quelli di Giorgio Canali), che è come se nei CSI aveste elaborato uno stile insieme, che possiamo definire ombroso e dilatato per alcune cose, riflessivo per altre, che poi vi siete portati dietro nei vostri progetti solisti, come se l’aveste creato e poi vi fosse rimasto come un bagaglio da cui partire e andare oltre, ma come un punto di partenza comune…

Ma sai, quando hai un imprinting come quello che ti è dato da CCCP e CSI, poi non ha senso svincolarsi da lì, sono stati vent’anni molto tumultuosi, molto pieni di assoluta formazione individuale o anche collettiva, e questo ti regala un bagaglio di esperienze e anche di consapevolezza che è difficile da sconfessare. Io non farei mai niente che in qualche modo non vada a intersecarsi con il percorso passato, perché ne sono prigioniero e padrone allo stesso tempo, e sono molto orgoglioso di questo doppio ruolo di prigionia e padronanza.

Lockdown a parte, il modo di lavorare in studio e di fare i dischi è cambiato nei diversi progetti? Arrivare con alcuni brani per un disco strumentale è diverso rispetto al mettersi in tre a viaggiare per la Berlino degli anni 80 o arrivare con delle canzoni da produrre?

La cosa che è cambiata è che adesso io sono su un percorso in qualche modo solitario, più che solista, nel senso che compongo le canzoni, le scrivo, le sistemo, e poi ho ottimi collaboratori con cui arrangiarle o rifinirle, o aggiungere idee anche preziose, anche notevolmente, non sono canzoni immutabili. Prima, sia con i CCCP che con i CSI, era assolutamente un discorso a pari livello: specie con i CSI, ci mettevamo in una sala prove e ognuno metteva lì una nota, nessuno di noi ha mai portato una canzone completa. Le canzoni nascevano dal nostro stare assieme, perché il nostro era uno stare assieme lungo, contorto, anche violento a volte. Ora no, io sono da solo in sala prove: registro, provo, incido, riprovo e poi quando ho un’idea abbastanza chiara dell’album, lo propongo agli altri musicisti con cui lavoro e cominciamo il lavoro di rifinitura.

Ma questo è avvenuto anche per gli ultimi tre progetti? Perché Sonata a Kreuzberg aveva una formazione particolare, La macchia mongolica magari è più simile a questo…

Sì, ma comunque è lo stesso modo di procedere: ci sono io davanti a uno schermo, davanti a un amplificatore e cerco di… ragionando, di solito partendo da un titolo (perché è sempre il titolo che mi dà la strada da seguire: sono tutti titoli molto determinati, naturalmente), finché non riesco ad avere la tessitura completa dell’album: poi esco e con gli altri allargo il tema, lo approfondisco e lo rifiniamo.

Passando alle canzoni, più che fare una riflessione sulla parola “patria”, perché alla base del disco c’è il fatto che quella parola a sinistra si usa poco ed è difficile da maneggiare anche per motivi storici, nell’album hai parlato proprio della patria stessa, del luogo, dell’Italia…

Beh, sai, diciamo che puoi affrontare in maniera saggistica certi termini più attraverso i libri, perché ti consentono un tempo più lungo, ma anche di sezionare parola per parola e di fare tanti rimandi. Tutte cose che la musica, per una sua struttura intrinseca e per nascita, non è in grado di fare. Diciamo che io ho cercato di lanciare una suggestione e un pensiero, che tengono conto del difficile rapporto che abbiamo (noi italiani in particolare, perché mi sembra diverso dal rapporto che ha la maggior parte degli europei con i rispettivi paesi d’origine) rispetto alla parola “patria”, rispetto al sentirci cittadini di questa patria, che troppo spesso scambiamo con la parola “nazione” o ancora peggio, con la parola “stato”. E quindi questi termini si confondono nella nostra testa, si moltiplicano e ci rendono incapaci di vedere. Cioè siamo stati derubati di una possibilità di ragionare e di agire in maniera più serena, più lineare rispetto a questi termini. Le canzoni tengono conto di questo sentimento, che è stato lo sbigottimento, l’arrabbiatura, il ringraziamento per i beni che questo paese ci regala, che sono un passato importantissimo, sono un clima meteorologico e una cucina eccellenti, sono una serie di libertà assolutamente invidiabili che si mescolano con un senso di oppressione, di inutilità e di coercizione a volte molto violenta, che è innegabile.

Massimo Zamboni
Massimo Zamboni, foto per la stampa di Diego Cuoghi (2022)

È che le tue canzoni sono spesso riflessive. Pensavo che – ma era un’aspettativa mia – avrei trovato un riferimento a questo sentimento. Però, ecco, il concetto di patria non è una novità in tutta la tua opera (pur non avendo mai usato la parola, forse solo nella canzone Linea gotica), hai parlato a volte delle tue patrie: l’Emilia, l’URSS, la Mongolia, Berlino… patrie spirituali, luoghi culturali e anche dell’anima, spazi e tempi, quelli in cui si è formata l’identità del luogo e quelli in cui tu l’hai incrociata…Con una battuta facile, quali sono le Affinità e divergenze tra il modo in cui hai trattato le patrie precedenti e questa?

Mah, guarda, io credo che poter riflettere continuamente, com’è capitato a me, sulle proprie appartenenze, sui propri territori, sui propri confini, sia una grandissima fortuna che la maggior parte delle persone non si concede o non può concedersi. Vedo persone molto strattonate, molto confuse su questo, anche spaventate dal definirsi. C’è molta attrazione per gli spostamenti, per pensarsi cittadini ubiqui del mondo. In realtà io credo che la residenza, la genealogia, il conoscere molto profondamente la terra che ti ha generato o quella in cui vivi, dare un significato autentico alla parola “casa”, che ovviamente non è una semplice “abitazione”, e tracciare i confini delle proprie patrie, che per me sono state di volta in volta la Mongolia, Berlino, l’Unione Sovietica, l’Emilia, adesso questa Italia, sia un grandissimo privilegio, perché ti situa in maniera solida in quello che fai, ti dà un passato e una possibilità di futuro, ti fa capire che tu sei anello di una catena e non sei la fine di una montagna. Sono tutti fondamenti del mio lavoro, che sia scrivere, suonare o leggere: mi rendo conto che questo è un tema assolutamente ricorrente.

Nel disco si parte, com’è quasi normale che sia, parlando del nostro paese, del paesaggio, col mare e i suoi significati simbolici, ma più avanti canti «stanca è la bellezza del suolo» e «gonfia di arroganza», che è cosa diversa dal «Ora dovremo avere tutti più pretese» di Ora ancora, che sembra una risposta a chi considera da “viziati” le richieste di certi diritti. Tra l’altro mi ha colpito, perché una canzone di Battisti periodo Pannella, La sposa occidentale, si apre proprio con i versi «non dobbiamo avere pazienza ma accampare pretese intorno a noi»…

Ci sono parole pericolose: io ho esitato molto prima di usare la parola “pretese”, perché ne vedo anche tutta la negatività. Però allo stesso tempo vedo una moltitudine di persone che non accampa pretese, cioè che si lascia vivere, accetta di mangiare dei cibi di plastica, accetta delle condizioni di lavoro inaccettabili, accettano modalità di vita, di consumo, di traffico, di svilimento del nostro essere cittadini in maniera assolutamente supina; e quindi credo che sia necessario innalzare il livello delle pretese, dando loro una patina morale – non una patina di recriminazione, tutt’altro – o la pretesa di esistere, di contare qualcosa, di sapere che abbiamo una vita e va spesa nel migliore dei modi. Io credo che ognuno sappia dare un significato alla parola “migliore dei modi”: noi sappiamo perfettamente che cosa è giusto e che cosa non è giusto fare. Volevo riferirmi a questo, con la parola “pretese”.

Nel parlare dell’Italia giochi anche con i riferimenti culturali, citando anche scherzosamente versi che sono patrimonio comune, soprattutto in Tira ovunque un’aria sconsolata (e «la caduta tendenziale» di Italia chi amò)…

Sono giochi di parole che tengono conto della loro stessa comprensibilità: in “…sconsolata” ho cercato di ribaltare il significato delle canzonette, che sono diventate patrimonio nazionale, in qualche modo. E quindi è un gioco, però un gioco che rivela poi uno stato di fatto, una situazione in cui ci troviamo, cioè questo carattere sconsolato e difficilmente consolabile che ha la maggior parte dei nostri concittadini o connazionali.

Forse, a questo punto della civiltà, con tutto quello che ci passa davanti agli occhi o nelle orecchie, guardare le cose e anche nominarle col filtro della cultura, parlare dell’Italia usando come filtro anche quello delle canzoni, alla fine è in qualche modo inevitabile…

Lo sai, l’Italia è la patria delle canzonette, è chiaro che riflettere oggi sulle parole usate per quelle canzoni ti fa capire quello che è accaduto, il cammino in peggioramento di questo paese. Queste sono tutte canzoni anni ’60, un periodo in cui c’era, al di là del grandissimo disastro antropologico e culturale legato alle condizioni di vita di quegli anni – con l’avvento di un consumismo feroce e la perdita di potere della nostra cittadinanza – un’Italia sognante, illusa, leggera, arrogante: quella che si trovava in spiaggia pensando che quello fosse il paradiso, che scopriva gli elettrodomestici, che trovava le prime automobili; l’Italia scivolava “nel blu” appunto. Adesso quel blu è diventato un blu di Prussia, un blu tossico, velenoso.

Ecco, ma anche nel testo di una canzone è diventato più difficile parlare delle cose direttamente, in modo puro? Il filtro culturale, guardare il mondo da un punto di vista letterario, è inevitabile?

Io credo che sia sempre la cifra intellettuale che ci fa scoprire il mondo. In particolare, per quello che mi riguarda, la cifra umanistica interpretativa, non quella matematica o razionale: quest’ultima non riesco ad applicarla, non riesco a farmi spiegare nulla da quel genere di formule.

Tu dici che «conviene tornare a temere» tutta una serie di cose: non è allora il caso di tenere «le mani serrate alle belle bandiere»?

Dipende, bisogna dare un significato alle cose. Nel senso che abbiamo visto le mani serrate alle belle bandiere per tanto tempo, per decenni; adesso queste bandiere si sono svuotate di significato, e prima di essere riprese in mano hanno bisogno di essere arricchite nuovamente, perché altrimenti diventano testimonianza di qualcosa che poi nella realtà non ha un fondamento.

L’ultimo verso del disco (prima dell’ultimo ritornello) è «questa terra indocile non teme di lasciarsi attraversare»: parli dell’Italia, dell’Emilia…

Parlo dell’Emilia: quella è una canzone dedicata all’Emilia, che è sempre stata terra indocile e che allo stesso tempo è stata sempre una terra di attraversamento sia geografico, perché per andare dal Nord al Sud del nostro paese comunque ci devi transitare. Ma è anche una terra che non ha mai temuto di farsi contaminare, ha sempre accolto le grandi intelligenze del pianeta, ha sempre abbracciato le grandi cause del pianeta: da questo punto di vista c’è ancora questa apertura.

Ma pensi che si possa dire anche dell’Italia in generale, o della Mongolia?

Beh, per l’Italia in generale è difficile, perché ha dei connotati regionali così netti, così determinati, che tante volte quello che vale per una regione non vale per altre. È difficile avere un quadro d’insieme di questa nostra Italia. Quanto alla Mongolia, direi che in qualche modo, per alcuni motivi, è quasi esente da un tempo storico: nel senso che ha caratteristiche di clima e di territorio che fanno sì che la Storia fatichi ad affermarsi, ad accumulare detriti, a depositarsi su sé stessa. È una terra che si difende abbastanza bene, ora con maggiore difficoltà perché assediata da due colossi come la Russia e la Cina, ed è una preda molto ambita per le escavazioni del suolo, materiali nobili che contiene nel deserto, eccetera; quindi è una creatura fragile anche la Mongolia, ma diciamo che ha le sue difese ed è certamente un luogo aperto.

Ne La trionferà è raccontato molto bene tutto il rapporto di Cavriago col comunismo e l’URSS, e come si è evoluto nel ‘900, però a un certo punto sorvoli sulla crisi del volontariato e i cambiamenti che portano il Partito ai debiti, fenomeni accennati quasi solo in una frase. Cosa è successo?

La crisi del volontariato tiene conto della grande delusione che c’è stata, nel senso che quando crolla un’appartenenza che è durata quasi un secolo, fatta di responsabilizzazione degli individui oltre che della collettività, quando senti che il lavoro per il quale non ti sei mai risparmiato (perché c’è stato un offrirsi quasi cristiano, viene da dire paradossalmente) non viene valutato, non è più in grado di cambiare quello che sta accadendo né di invertire la rotta, allora subentra una disaffezione, assolutamente naturale, umana e genuina, che porta anche, tra i vari aspetti, a una caduta del volontariato, perché non se ne trova più il senso.

È che sembrava fosse successo già negli anni ’60…

Non è mai stato un partito monolitico, il PCI, al di là dell’apparenza, nel senso che c’erano scontri, discussioni, dispute, non solo al vertice ma anche tra la base e il vertice e all’interno della base. Io credo che fino agli anni ’70-’75 circa ci sia stata molta unitàrietà, molta voglia di partecipare; abbiamo cominciato a vedere questa caduta dalla metà degli anni ’70 in avanti.

Dovuta a delusione dei risultati? Perché in realtà…

No, neanche troppo, a dir la verità: perché se ci pensiamo bene le elezioni del 1976 hanno portato il PCI al suo massimo storico. E nel giro di poco siamo passati da quel grandissimo successo elettorale a livello nazionale a una caduta. In qualche modo il PCI è diventato il nemico di tutti in un pugno di mesi: un fatto abbastanza inspiegabile, se vogliamo.

Tornando al disco, è curiosa la scelta di un chitarrista come produttore di un album in cui le chitarre dovevano programmaticamente essere “tenute a bada”…

Eh eh, a me piace non aver percorsi troppo lineari.

Chiudo con un’ultima cosa: volevo lodare la scelta di Lalli come voce per Sorella sconfitta: era già un pezzo bellissimo, ma cantato da lei è proprio la quadratura del cerchio…

Vero, era perfetta. Purtroppo ci siamo persi per strada, lei non ha più avuto voglia di cantare quindi ho dovuto abbandonarla, mio malgrado.

Volevo chiederti se questa collaborazione poteva avere sviluppi futuri, ma da quello che mi dici, mi pare di capire di no…

No, lei a un certo punto ha deciso, non voglio dire di chiudere, però di ritrarsi dalla possibilità di cantare, di fare concerti, e quindi ho dovuto prendere atto di questa sua, più che giustificata, più che giusta, scelta.

Anche perché immagino che abbia un carattere non banale…

Decisamente. Anche perché una voce del genere… la voce è l’espressione di un carattere, di un essere.

Come ci si lavorava insieme?

Oh, in maniera molto tranquilla: è una persona assolutamente gentile, carina, squisita; partecipativa, insomma, non c’è mai stato un conflitto.

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