Il rock and roll è morto invano. Intervista ai Fontaines D.C.
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Fernando Rennis
- 19 Agosto 2024
Ad accogliere i Fontaines D.C. a Milano nel cuore della notte c’era il diluvio, ma ora un sole inaspettato filtra attraverso la vetrata di un ristorante. Grian Chatten, Carlos O’Connell e Conor ‘Deego’ Deegan III sono seduti sfoggiando il loro vestiario cyberpunk, come nel video di Starbuster, il primo singolo estratto da Romance, che esce a dieci anni dalla formazione della band, quando si chiamava soltanto Fontaines, dal cognome di un personaggio de Il padrino.
Partiamo da ancora più indietro, dai primi ricordi con la musica. I genitori di Chatten si sono conosciuti in un irish bar a Hannover. Entrambi suonavano in gruppi che facevano cover di canzoni irlandesi, dei Dubliners e dei Pogues. Suo padre ama letteratura e musica, sua madre lo ha iniziato a musica “cool” come quella dei Pixies e, soprattutto, dei Cure. Una notte lo ha tirato giù dal letto per ballare insieme il loro Greatest Hits del 2001. Chatten da piccolo voleva diventare un calciatore del Liverpool e suo padre gli comprava le figurine a patto che imparasse a memoria poesie.

O’Connell, diventato da non molto padre di una bambina, adesso è “felice” e sembra aver messo da parte la rabbia di un ragazzino che ha trovato nella musica un modo per fare i conti con le sue turbe. È stato suo cugino Mark, più grande di lui, a fargli conoscere la musica. La sua morte ad appena ventitré anni è stata un trauma che, però, gli ha permesso di spulciare in lungo e largo quella collezione di dischi, facendogli scoprire Nine Inch Nails, Nirvana, Alice In Chains e altri artisti alternativi degli anni ’90.
Deegan III si ricorda di una stanza a casa dei suoi genitori in cui nessuno entrava mai, ma dove c’era un porta Cd riempito più per decoro che in base a qualche passione in particolare. Infatti, i dischi variavano da Louis Armstrong alla Motown, passando per gli Oasis, i preferiti di suo padre. In una compilation c’era un brano dei Libertines che l’ha sconvolto per la sua cruda sincerità. Riflettendo a posteriori, Deego riconduce questa sua reazione al fatto che fosse un bambino sensibile che percepiva la mancanza di autenticità nella musica mainstream di allora.
Tutti e cinque, però, hanno vissuto il contatto con nuova musica grazie a Trevor Dietz, il promoter del Workman’s Club, a Dublino, che ha fatto conoscere loro la sua amata musica di Manchester: Smiths, Joy Division, Stone Roses e Happy Mondays. Ancora oggi il chitarrista Conor Curly e il batterista Tom Coll chiudono i loro djset con il mix di Wfl di Paul Oakenfold. Dietz è una figura fondamentale per il circuito musicale cittadino e non solo. Per esempio, le domeniche del Workman’s Club sono dedicate alla presentazione dei suoi artisti irlandesi preferiti che ancora non hanno un contratto discografico. Gestisce sale prova, organizza serate in vari club di Dublino e una sera, dopo aver visto Chatten cantare per tutto il concerto senza levare le mani dalle tasche, è diventato manager dei Fontaines D.C.
Su Soundcloud si trovano ancora alcuni frammenti registrati ormai un decennio fa di Conor Curly e Deegan III, mentre sono andate perse una serie di cover di Leonard Cohen di O’Connell, tra cui spiccava una bellissima Chelsea Hotel. Però, il suo amore per l’artista canadese è rimasto immutato, al punto che ha ancora in progetto di organizzare una serata tributo con vari artisti che si alternano su un palco e un’orchestra. Quello di Chatten, un giorno, è pubblicare un libro, magari una raccolta di poesie.
Per lui la performance è un “blackout”, una “catarsi”. Quando i Fontaines D.C. hanno girato in tour con gli Arctic Monkeys nell’autunno del 2023, vedere Alex Turner e compagni suonare dopo di loro ogni sera è stato “emozionante”. In particolare, Chatten, apprezza la loro “continuità nell’essere credibili”, nonostante due decenni di carriera alle spalle.

Con Deegan III ci mettiamo a camminare in direzione Giardini Indro Montanelli, una buona prova per la mia allergia, che mi avrebbe potuto trasformare proprio nel ritornello di Starbuster, puntellato da quei respiri affannosi che lo caratterizzano. In quasi tutte le interviste successive all’uscita del singolo si citano i Korn come una delle influenze del pezzo, ma faccio notare a Deego – un amante delle playlist – che mi aspettavo di trovare un altro brano al posto di A.D.I.D.A.S., ovvero Twisted Transistor. Mi guarda un po’ stranito, “non so cosa stiamo per fare!”, dice, mentre lo cerca e quando parte la batteria ci canta su l’inizio di Starbuster. “Figo!”, fa, e poi spiega: “Perché la musica e il testo dialogano molto bene l’uno con l’altro, il call and response è molto efficace. Ed è proprio quello che succede in Starburster”.
Rispetto al passato, Chatten taglia le sillabe in maniera più modernista. Deegan III mi spiega che forse il motivo è che ha cantato spesso senza avere il testo e questo lo ha liberato dalla forzatura di un sistema di rime o dalla lunghezza dei versi. A dimostrazione di questo, basta prendere un esempio su tutti, Boys in the Better Land. Lì il flusso era più rigido, in Romance è un flow che spesso lascia spazio a pause, a volte ritardando l’entrata di un verso. Per il bassista c’è anche un’altra qualità innovativa nell’approccio di Chatten: “Si è attenuto di meno alla razionalità quando ha scritto quei testi, infatti può mettere in rima la parola calibro con salamandra”. E con Salinger, perché la letteratura è parte integrante di questi ragazzi.
Deego racconta che con le loro raccolte Vroom e Winding hanno cercato di esplorare la poesia: “All’inizio, quando eravamo giovani, avevamo sentito questa passione per la musica, che è diventata un mezzo di scoperta. Per scoprire non solo altri artisti, ma anche i nostri stessi sentimenti. Ma quando siamo andati al college, tempo dopo, abbiamo capito che si trattava di qualcos’altro”. La musica era diventata la causa di una certa popolarità al BIMM Music Institute di Dublino – dove nel 2022 hanno istituito una borsa di studio per giovani artisti emergenti – e di competizione, così “trovare la poesia in mezzo a tutto questo ci ha permesso di cogliere qualcosa di nuovo, di nostro, di personale. E tornare alla poesia e poter recuperare il senso della nostra arte attraverso una forma diversa è stato molto stimolante”
C’è un filo che lega due delle maggiori influenze dei Fontaines D.C., i poeti Beat e i Beach Boys: l’America. “Penso che gli americani abbiano una capacità speciale di fantasticare e di essere realisti”, dice Deego. E continua: “Credo che i poeti beat fossero molto attenti alla crudezza che si respirava a New York in quel periodo, ma, allo stesso tempo, anche a innalzare quei personaggi sul piano della fantasia, rendendoli quasi lirici, anche se erano umani, facendoli diventare qualcosa di più. Penso che sia una cosa molto, molto profonda da poter fare nella vita e in quello che ti circonda nella realtà. Penso che sia qualcosa che abbiamo cercato di fare a volte nei nostri testi”. I Beach Boys hanno ispirato il gruppo principalmente perché l’ha alleggerito. “Ci hanno mostrato come rilassarci e divertirci. Brian Wilson ha fatto del pop un’arte estremamente elevata. E l’ha fatta sembrare così semplice e divertente. Ho comprato una copia di Smile quando sono stato a Madrid, solo per averla, perché per me è come un totem del successo musicale”.
Ascoltando Romance si toccano con mano le parole del bassista sul processo di realizzazione del disco: “Credo che non stessimo cercando di fare musica che fosse avanguardista. Piuttosto, stavamo cercando di ridurre i limiti che ci poniamo perché abbiamo queste idee e sono sincere, ma per qualche motivo quando fai arte e hai un album di successo senti quella specie di spinta a fare altra musica in quel modo. È qualcosa a cui abbiamo sempre cercato di resistere”.
Il quarto album dei Fontaines D.C. approfondisce il sound di Skinty Fia, strappandolo dalle viscere oscure di brani come In ár gCroíthe go deo, Bloomsday o Nabokov ed esponendolo alla brezza che sorvola il catalogo 4AD (Pixies, Cocteau Twins), la psichedelia retrò degli Stone Roses, gli R.E.M. di Document, le atmosfere dei Broadcast. C’è l’hip hop, lo shoegaze, chitarre che sembrano uscite dagli anni ’90, strani sintetizzatori giapponesi – molti synth, però, sono stati tagliati dal risultato finale – archi, ritmi dilatati e attorcigliati orchestrati da Tom Coll. Carlos O’Connell si alterna tra la chitarra, tenendo fede alla sua fascinazione per Rowland S. Howard, e i suoi nuovi acquisti: un mellotron e una tastiera. Conor Curly ha trascinato i Fontaines D.C. verso la sua passione per lo shoegaze e ha contribuito alla dimensione cinematografica del disco, da buon amante di Angelo Badalamenti e, in particolare, della colonna sonora di Twin Peaks, e dalla sua stessa vena da compositore, tirata a lucido nel 2021 per un corto.
“Questo è il primo album in cui ho davvero amato la mia stessa voce”, dice Chatten, che ha ridotto quelle ripetizioni che lo affascinavano in passato, ma non riesce ancora a godersi a pieno il momento, perché sempre concentrato sui nuovi brani da scrivere e sul prossimo album. Dato riscontrabile facilmente scorrendo la loro discografia: Dogrel è del 2019, A Heroe’s Death del 2020, a cui è seguito l’album dal vivo Live at Kilmainham Gaol nel 2021 e Skinty Fia nel 2022. Ah, nel 2023 Chatten ha pubblicato il suo disco solista Chaos For The Fly. Se, come dicono, ci hanno messo quattro anni a imparare a scrivere canzoni, da quel momento sembra non se lo siano più dimenticato. Non solo per la quantità, ma, soprattutto, per la qualità e la costante evoluzione che in alcuni episodi di Romance li porta persino sulle lande orchestrali e sognanti di Lana Del Rey, in particolare di una sua outtake di Ultraviolence, e su quelle barocche degli Arcade Fire di Neon Bible.
I Fontaines D.C. hanno passato un mese a scrivere di nuovo insieme, tre settimane di pre-produzione in uno studio a nord di Londra, e un altro mese in un castello vicino a Parigi, dormendo tra le attrezzature da studio, completamente immersi nel flusso creativo. Un flusso che ha portato a un album distopico, immortalato dall’istantanea di proteggere una piccola fiamma mentre attorno il mondo sta finendo. Un’immagine cinematografica. Se per scrivere Skinty Fia la band si è chiusa in una fattoria per tre settimane guardando film “strazianti” e tendenti all’horror, questa volta è l’anime Akira di Katsuhiro Ôtomo a ispirare la distopia, con gli edifici sventrati di una Tokyo devastata da una terza guerra mondiale, diseguaglianze sociali e bande criminali che scorrazzano libere per la città. Film, come il noir Viale del tramonto e libri come la solastalgia di Land Sickness di Nikolaj Schultz o la “favola postmoderna” raccontata in Still Life With Woodpecker di Tom Robbins, che ha per protagonisti una principessa ambientalista e un fuorilegge.
Ma c’è anche la fantascienza oscura di Stalker di Andrei Tarkovsky, in cui il protagonista guida un intellettuale e uno scienziato per un territorio desolato in cerca della “stanza”, dove si dice che si possano avverare i desideri più intimi e segreti di una persona. Lo stesso regista in un’intervista ha spiegato che la “stanza”, in realtà, non è altro che la vita: “Attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero”. Probabilmente, arriva da qui l’idea che “forse il romanticismo è un luogo”, come canta Chatten nel brano che apre il disco. Ma, precisa: “Il romanticismo può essere un luogo da cui sei escluso, che ti confonde. Forse non hai il linguaggio per accedervi. Potrebbe essere qualcosa che sei determinato a proteggere, o una resa totale”.
Il disco è prodotto da James Ford. Tra i suoi numerosi lavori ci sono album degli Arctic Monkeys, dei Depeche Mode, dei Foals – in alcuni brani di Romance c’è un Juno che ricorda le atmosfere della prima parte di Everything Not Saved Will Be Lost, dei Gorillaz e del recente The Ballad of Darren dei Blur. In una maniera o nell’altra, volutamente o meno, nel disco dei Fontaines D.C. ci sono sfumature di tutto ciò. Deego: “Penso che sia stata davvero una grande esperienza avere James lì con noi. È un produttore molto professionale. Sa quello che fa. Sa come ottenere il meglio dai suoi musicisti. È stato interessante lavorare con un nuovo produttore, avendo lavorato principalmente con Dan Carey in passato. Il nostro rapporto con lui non ha bisogno di parole, ma avremmo fatto il nostro quarto disco con persone con cui i rapporti erano già ben consolidati. Invece, introdurre qualcuno di nuovo che sta imparando a conoscerci è stato un processo interessante per me. Penso che probabilmente avrebbe una prospettiva molto diversa su chi siamo come persone rispetto a Dan Carey, che ci conosce da quando eravamo molto più giovani”.
La sensazione che rimane dopo l’ascolto di Romance è la stessa che si prova a un concerto dei Fontaines D.C. Non sono un pugno dritto in faccia, anche se hanno brani di una potenza inaudita, ma ti trascinano lentamente verso il loro mondo, dove ci si può ritrovare senza nemmeno sapere com’è successo. Quando li ho visti per la prima volta dal vivo sono rimasto colpito da come il pubblico cantasse “Dublin in the rain is mine!” quasi gli scorresse nelle vene autentico sangue irlandese. Canzoni come Hurrican Laughter, che ad oggi forse è ancora la mia preferita, e A Lucid Dream hanno un fascino oscuro che ti avvinghia. Sei dentro il loro flusso, inerme. Quando Chatten sparge “Would I lie?” nell’atmosfera prima che riprenda I Love You sembra un imperatore romano che decide i destini di chi, nell’arena, pende dalle sue labbra. È proprio vero, come dice il cantante, che il brano dal vivo “esorcizza i sentimenti”. A Roma, nel giugno 2024, la sensazione è stata invece di assistere al concerto di un gruppo destinato alla grandeur, l’annuncio di Finsbury Park nel 2025 potrebbe essere la definitiva conferma.
Ma quanto incide la potenza della musica dei Fontaines D.C. in chi la scrive? Per Deego è stato “trasformativo”. “Penso che essere in questa band e avere questi amici con cui condividere questa esperienza sia davvero bello”, dice. E continua: “Penso che anche al tempo della sala prove, quando stavamo imparando a suonare, fosse davvero speciale. Perché eravamo solo dei ragazzini che stavano cercando di capire le cose, ma facevamo davvero affidamento sulla nostra passione per farcela. È stato questo a far crescere in noi l’importanza della passione che ci ha portato a creare una band che piacesse alla gente”.
Una passione che è tangibile. Chiedo al bassista se è vero quello che ha detto Chatten, cioè che il brano conclusivo di Romance, Favourite, già suonata in qualche concerto e uscita come secondo estratto dal disco a giugno, sia “senza dubbio il brano preferito di tutti e cinque, il più bello che abbiamo mai scritto”. Qui le cose si fanno serie. Deego rimane in silenzio. Le grida dei bambini, il vociare delle persone e la sirena di un’ambulanza riempiono la pausa. Quando penso che la risposta non arriverà mai, mi dice: “A essere sinceri, credo che sia una canzone davvero speciale per noi perché ci ha aiutato a salvare qualcosa che avevamo quasi perso. E a provare una nuova gratitudine per qualcosa che avevamo lasciato perdere e che era la nostra amicizia reciproca. È una canzone che parla di questo”.

Un altro tratto caratteristico dei Fontaines D.C. è l’idea precisa che hanno su ciò che stanno facendo. “Presentiamo alle persone cose piuttosto oscure e conflittuali”, ragiona il bassista: “Penso che sia molto facile abbattersi e soffermarsi sulla negatività. È più complesso trovare la radice di essa e cercare un’alternativa, un pensiero migliore verso cui portare la propria vita. Credo che sia per questo che il disco finisce proprio con Favourite. E speriamo di poter diffondere questo concetto alle persone”.
Quando stiamo per concludere la conversazione, spesso interrotti da un cane che sembra voler dire la sua, propongo a Deegan III l’idea che il gruppo sembra voler esplorare ogni millimetro di una terra di nessuno, in cerca di una connessione emotiva. Deego ci riflette e spiega il suo punto di vista: “Capisco perché lo dici, ma credo che ci sentiamo più come se stessimo navigando in un mare e ci dessimo l’aiuto reciproco per navigare in quel mare. Io sento dipendere molto dai miei compagni di band e credo che loro facciano affidamento su di me. Tutti noi facciamo affidamento l’uno sull’altro in questo senso perché vogliamo sempre essere liberi con la nostra creatività, ma abbiamo bisogno di sapere che siamo sulla buona strada, che siamo sulla strada giusta”. Evito di interrompere il suo flusso di pensieri. E, infatti, conclude: “Già. Per farlo è necessaria molta fiducia in sé stessi e credo che ci diamo fiducia l’un l’altro per capire quando un’idea è abbastanza coraggiosa e anche giusta per noi”.
Finita la chiacchierata, dopo i saluti, mi incammino per le strade di Milano. Ho già le cuffie, pronto a riascoltare Romance. Mentre i suoi brani scorrono via, uno dopo l’altro, sei parole si ripetono come una cantilena nella mia testa. Sono quelle con cui è iniziata l’intervista. Le stesse che i Fontaines D.C. hanno stampato sulle loro magliette: rock and roll died in vain.
