Gimme some inches

Gimme Some Inches #47

Inauguriamo il mese con l’ennesimo pezzo d’arte vinilica targato Father Murphy. Come se nulla fosse accaduto nel recente passato – la perdita del batterista Vittorio Demarin, che ha significato un ripensamento delle dinamiche interne all’ormai duo – e in scia al concettuale lavoro svolto su Pain Is On Our Side Now – un doppio vinile 10” da ascoltare singolarmente e in sovrapposizione –, i Nostri tornano ora col supporto di CorpoC, sempre più realtà lodevole e da incitare in questa scelta di valorizzazione del vinile. Registrato ancora in trio, il 12” single-sided e serigrafato Nozze Chimiche – unica traccia da 10 minuti e 10 secondi – è una perfetta commistione di musica e arti visive, oltre che ennesimo tassello nella ricomposizione di un immaginario sempre più intrigante: sorta di sonorizzazione delle 18 incisioni opera di Veronica Azzinari e ispirate dalla  “Chymische Hochzeit Christiani Rosencreutz Anno 1459” (“Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz”) inserite nel book illustrato, testo anonimo e manifesto della Confraternita dei Rosa Croce, la traccia è una specie di collage in cui confluisce molto del mondo del reverendo così come dell’immaginario della Azzinari. Un senso di inquietudine atavica che si snoda tra loop minacciosi, accartocciamenti di suoni trovati, malinconiche deviazioni pianistiche d’antan e squarci cameristici d’inquietante atmosfera. L’ennesima conferma per i Father Murphy ma anche per il prezioso lavoro di CorpoC.

Su tutt’altri lidi si muove invece Safe In Their Alabaster Chambers, il three-way split tra Empty Vessel MusicApash Twenty Twelve e Magnetic Poetry pubblicato da Under My Bed in splendida edizione assemblata a mano tra trasparenze, sovrapposizioni e carta velina che svelano molto ma non tutto del contenuto. Ispirata dalla poesia della Dickinson che la intitola, questa raccolta affida due “canzoni” – che in realtà sono interpretazioni – a gruppo, ma in realtà sembra realmente vivere dello stesso humus sonoro (ma, soprattutto, come immaginario e atmosfere). Malinconia a nastro, strimpellare di chitarre acustiche, ora sognanti, ora emotivamente instabili e rotte da incursioni rumorose, disturbi elettrostatici, pulviscolo sonoro, voci cristalline, nel loro far trasparire una disperazione di fondo (penso all’americana Jenninfer Jo Oakley in arte Empty Vessel Music) in un piccolo gioiellino che si rifiuta di aprirsi al mondo preferendo rimanere in penombra, in una stanza d’alabastro.

Una montagna di releases nero pece invece sono quelle che la Angst, etichetta un tempo nota come Sometimes e ora di stanza tra Roma e Berlino, rilascia già da qualche tempo. Nomi spesso sconosciuti e dediti alle peggiori efferatezze sonore condite da referenti filmico-letterari di un certo livello e spesso con incursioni extra-musicali, come quella nel mondo delle care e vecchie fanzine autoprodotto in modalità “xerox” con il numero (finora) unico “Ansia”.

Harsh-noise di matrice industriale e Pasolini – nel senso dell’intellettuale, ma anche dell’immaginario popolare romanesco, sanguigno, che un nome del genere sa evocare – sono il pane con cui si nutre A Happy Death, responsabile di un lato dello split condiviso con Autocancrena. Se quest’ultimo va più di basse frequenze e riprende anch’esso l’estro del poeta friulano esaltando più il versante cinematografico, al solito disturbante e profetico, con tre tracce tra cannibalismo in loop, larsen stordenti, senso di disagio generalizzato e tappeti harsh mai troppo invadenti, il collega di nastro propone asperità e frattaglie sonore decisamente più rumorose e malsane. L’altra tape è appannaggio di Urna, solo-project anch’esso made in Italy e pronto a perpetuare la ben nota tradizione industrial italica a forza di sfuriate ambient-noise stordenti, tra esplosioni di rumore bianco, esoterismo di risulta e modalità rituali – esemplare, in questo senso, Offering To The Vultures – che non avrebbero sfigurato affatto nel recente festival made in Dal Verme “Roma La Drona”. Tutt’e due le tapes sono prodotte in collaborazione threesome con altre lodevoli realtà del sottobosco come Scorze e Suicide. E se, come suggerivano eoni fa gli Starfuckers, “scegli il rumore”, caro lettore preparati all’offensiva di primavera targata Angst.

Su versanti decisamente più digeribili si muove l’altra tape del mese: Cold Cold è il passo numero due di Tucano, al secolo David Starr, personaggio fulcro delle Marche marce che già si era fatto notare con Homeless Mandingo. Tra elettronica minimale, approccio anarcoide e free-form, distorsioni e vocals trattate, slanci etno-groove malandati, afflato post-punk industrial della prima generazione, Tucano confeziona un dischetto ossessivo e ossessionante come potrebbe essere quello di un cantautore del dopobomba. Firma il tutto la benemerita Bloody Sound Fucktory con l’avallo della belga Jus Des Balles. Pollice su, ovvio.

Ultima, meritoria segnalazione per l’immateriale lavoro che il multiforme artista e polistrumentista veneto Mauro Sambo sta portando avanti col progetto 6’27”: fornire una canzone originale ad una serie di collaboratori sparsi per il mondo, in solo o in gruppo a seconda delle evenienze, per testarne le infinite possibilità assimilatorie e di riproduzione e ricreazione della stessa materia musicale. Nella pagina ufficiale del progetto, così come nella pagina soundcloud dedicata, è possibile seguire in divenire le varie declinazioni con le quali Edoardo Marraffa, Chris Silver T., Francesco Calandrino, Marcello Magliocchi, Paolo Sanna e molti, molti altri donano “vite” ad un unico stesso pezzo. Ponendo l’ascoltatore di nuovo di fronte alle molteplici sensibilità che una rilettura personale – siamo pur sempre in ambiti impro, jazz libero e elettroacustica – può generare.

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