Gimme some inches

Gimme Some Inches #42

Ci sono cose che si fanno solo per passione. Punto. Come metter su una label di sole cassette in edizione limitata assemblate a mano, scegliendo di volta in volta alcuni dei progetti più interessanti e stimolanti dell’underground e stando sempre attenti a non fare uscire una cassetta uguale alla precedente. È il caso della Old Bicycle, label svizzero-italiana gestita da Vasco Viviani passata già su queste pagine e che ci regala, questo mese, ben due nastri della Tape Crash series: nel primo splittano The Lay Llamas e Eugenoise, nel secondo Soft Black Stars con Zeno Gabaglio sfidano Mike Cooper.

Cominciamo dalla prima tape, inserita in una scatola cartonata extralarge e condivisa tra due progetti solisti affini per sonorità e ricerca. Da un lato Eugenoise aka Eugenio Luciano con due lunghe, rituali tracce di rumori trovati, tra field recordings entomologi e disturbi da macchinario rotto, strumentazione tradizionale africana, aggeggi modificati e voci che si sovrappongono a creare mantra ipnotici di matrice industrial. Più noise l’opener Cape Drepano, immolata all’interpretazione del mito della castrazione di Urano e arricchita di svisate simil-harsh; più introspettiva e d’ambient “naturalistica” Insect Warfare, tra deliqui da musica concreta e sperimentazioni aliene. Risponde la vecchia conoscenza The Lay Llamas, al secolo Nicola Giunta coadiuvato da Guido Broglio e Gioele Valenti (Herself). Siamo sullo stesso versante ritualistico dell’industrial più ambientale ma Lay Llamas mantiene in nuce una predilezione per gli esotismi afro, specie se virato tribal (Back To Planet Heart, pezzone) o psych, come nella lunga Desert Of The Lost Souls, in cui riecheggiano sparse sementi 60s immerse in una caterva di acido made in Not Not Fun.

Nell’altro nastro le atmosfere si fanno ancor più torrenziali, visto il sottotitolo The Old Good Summer. Soft Black Star e Zeno Gabaglio architettano, insieme ad una non meglio specificata Butar-Butar Gamelan Orchestra, un lunghissimo mantra da venti minuti (Iguanidae Awapuhi) che parte da lidi gamelan, attraversa lidi da field recordings tropicali, si inerpica su tribalismi rituali al sapor d’oriente per poi trascinarsi verso lande neo-classiche in cui ad essere protagonista è il violoncello di Zeno Gabaglio. Su tutto, sempre, una caligine umidissima da estate hypna. Risponde sul lato b Mike Cooper. Il bluesman inglese da tempo residente a Roma presenta tre tracce di paludoso blues notturno e screziato di rumorii (l’opener Lung/Trees), folk deformato dall’esposizione al calore solare (Toi-omoo) e crescendo polverosi e quasi (e)statici (Lyfotoo).

Buttandoci sul versante dei 7”, seppur virtuali, la segnalazione è d’obbligo per il n.18 del catalogo Shit Music For Shit People che già in passato ci aveva regalato robetta come Corpus Christi, Wildmen e Capputtini ‘i Lignu. In uscita “fisica” per Bored Youth, quattro tracce a nome Cane!, duo del nord-Italia avvezzo a brutture synth-punk, boccaccesche incursioni nel malessere e nel degrado – i Cane! sono qui per salvare il pianeta e abbassare gli standard culturali, culinari, del diy, del giardinaggio, del sesso e del r’n’r, parole loro –, depravati sbuffi punk-rock (la cover di Blew My Mind dei The Reatards), iconosclastia di  quella bella grassa e pure un certo tiro “orecchiabile” (Remote Control) che ce li fa amare da subito. Seguiteli sul bandcamp e vi beccate pure un dischetto in free dwld.

the lay llamas

Spostandoci su lidi ancor più ostici, segnaliamo l’esordio degli Orhorho, duo black-metal dalle implicazioni crust con personaggi noti dell’underground più duro, vedi alla voce Gottesmorder. Tre pezzi untitled che vanno dritti come un treno sull’asse del black più ossessivo e trascinante, growls d’ordinanza inclusi. C’è un senso di incipiente disastro nelle musiche del duo e molto probabilmente è l’enfasi sul lato crustone a far virare le musiche verso il punto del non ritorno, vedi alla voce chiosa della prima traccia. Bisognerà ascoltarli su distanze più ampie ma per ora non sfigurerebbero sul catalogo della nuova Southern Lord.

Ritornando ai vinili, sempre in modalità split, gira a 12” quello tra due tra le formazioni meno italiane (per riferimenti e circolazione) e più pesanti del panorama nostrano. Da un lato i torinesi Tons, dall’altro i romani Lento, per un vinile uscito su Heavy Psych Sounds e confezionato con un artwork al solito di livello superiore. Il lato A è appannaggio dei romani che mettono in chiaro perché siano in tour perenne, pubblichino per etichette europee di primo livello e vengano rispettati in ogni dove: toni apocalittici, peso specifico delle chitarre da far sbiancare nomi più in voga, intarsi strumentali, stacchi e cambi di ritmi ed atmosfere vicine a quelle dell’ultimo Anxiety Despair Languish. Più corposi, più densi (The Worried Man On Earth), più spietati (l’attacco di Embrace) eppure sempre più articolati e complessi (la suite in due minuti scarsi di Hands Off Love), con paradossali aperture aliene (la seconda metà della citata Embrace) che ci suggeriscono nuove, possibili vie di fuga future. Rispondono sul lato opposto i Tons con due pezzi per 10 minuti di sludge-stoner di quello in modalità muro di suono: In The Name Of Rasputin e Dark Medieval Skunk sono due calci in bocca a furia di rifferama infernale, ovviamente mai tirato ma dal peso specifico incredibile. La prima è un pantano di suoni southern come una jam tra EyeHateGod e Down disturbata da voci malate e samples da b-movie; la seconda viaggia sulle stesse coordinate ma si avvale del sax sfrontato di Luca Mai (Mombu) e di una dimensione doomy da far spavento.

Per l’ultima segnalazione ci spostiamo su lidi totalmente diversi. Peter, Nick And The Lads è l’ep digitale e fisico (5 tracce nel primo, 2 nel secondo rintracciabile ai live) che segna il ritorno degli Zabrisky e del loro pop-rock inglese bello corposo da sfiorare territori garage e sfumato da ricordare certe aperture Paisley. Aperture melodiche british (From Geese To Sea), colori luminescenti, mischioni acustico-elettrico dal cipiglio fiero (It Could Happen Then), citazionismo consapevole (Deep Blue Eyes) e una Not So New To Me praticamente perfetta. Ben ritrovati.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare