Laurie Anderson
Laurie Anderson, foto di Stephanie Diani

L’arte di raccontare storie (e bypassare confini). Intervista a Laurie Anderson

«Quando mi chiedono che cosa faccio, rispondo che racconto storie. A volte prendono la forma di dipinti, a volte di canzoni, a volte di film.» Eccola Laurie Anderson: musicista, artista, performer, scienziata, storyteller multimediale. Una cantastorie a suo modo, con quella sua vocazione a combinare forme e linguaggi, a giocare con le categorie precostituite, non solo di genere o tra arti, ma tra le stesse di idee e di “avanguardia” e di “cultura pop”, scombussolandole. È il motivo per cui ancora oggi possiamo vederla alla Biennale di Venezia (fino al 22 novembre) come a Umbria Jazz, accompagnata dai Sexmob (il 7 luglio), straordinario gruppo jazz. È sempre lei: curiosa, eclettica, ironica, visionaria. E la sua opere appare più attuale che mai: una sperimentazione continua di forme espressive e linguaggi che bypassa tutti i confini. Capace non solo di guardare al futuro, ma di vedere il futuro.

Prendetevi un attimo di tempo e leggete con attenzione i testi di vecchi brani come O Superman o Big Science. Fanno paura. Non sembrano solo scritti oggi. Sembrano scritti oggi pensando al domani che ci aspetta. «Cause when love is gone, there’s always justice. And when justice is gone, there’s always force. And when force is gone, there’s always Mom. Hi Mom! So hold me, Mom, in your long arms. So hold me, Mom, in your long arms. In your automatic arms. Your electronic arms. In your arms. So hold me, Mom, in your long arms. Your petrochemical arms. Your military arms. In your electronic arms.» Così era ieri (ma ieri non è per niente).

Così è invece oggi, 2026: «Ah America! L’abbiamo vista. L’abbiamo rovesciata. E poi l’abbiamo venduta. Io sono qui nella prima luce dell’alba, in questo paese fatto di storie, che avanzo sonnambula verso il futuro. Eccolo che viene». Queste parole quasi pasoliniane non ce le rivolge di persona, fanno parte dell’introduzione a Notebook, un quadro-ambiente che copre una stanza intera della Biennale di Venezia. Non un dipinto “classico” che ci si limita a guardare a distanza ma un graffito su sfondo nero in cui si entra letteralmente dentro con tutto il corpo. Le figure che dal pavimento, dalle pareti e dal soffitto si fanno osservare e ci osservano anche sono familiari: John Lennon, Lou Reed – il “mio Lou” come lo chiama Laurie – ma anche Donald Trump e uno smisurato milite dell’ICE alto come tutto il muro. Sembrano uscite da un fumetto underground e infatti lo spazio dipinto è pieno di parole scritte, di citazioni, di Lou, di John, di un altro maestro come Allen Ginsberg, o degli appunti dell’autrice sul vivere nel “disastro” che sono gli Stati Uniti attuali. Notebook è un diario personale e una sorta di mappa concettuale. O una visione. Ma è soprattutto un quadro di Storia e di storie, uno scontro di narrazioni sulla fine dei tempi, la giustizia, il progresso. Ci sono storie che prendono la forma di arte visiva, e altre storie che diventano dischi, o di spettacoli come The Republic of Love, uno dei progetti più recenti, a cui si ispirava l’esibizione alla Triennale di Milano del 28 maggio 2026 e che va in scena il 7 luglio 2026 a Perugia sul palco di Umbria Jazz.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare di persona Laurie Anderson nella hall di un hotel Milano il giorno prima di una sua brillante performance alla Triennale, e di sentire dalla viva voce di lei il flusso delle sue idee in una chiacchierata a mano libera su tanti argomenti diversi. Abbiamo tanto di cui parlare, dai suoi concerti con l’ensemble jazz Sexmob da cui è nato il disco Live X=X,  allo spettacolo Republic Of Love, alle due opere con cui partecipa in Biennale: oltre a Notebook c’e anche All In Your Head, un’installazione sonora. E lei ha tante cose da raccontare, tanta voglia di discutere, anche di interrogare se stessa. Parla in modo pacato, quasi a bassa voce, ma è un fiume inarrestabile di storie, di riflessioni – che come vedrete spaziano su tutto. Cominciamo però con il domandarle com’è nato lo spettacolo Republic of Love, in cui approfondire il rapporto tra “governo” e “amore”.

«Beh, la scorsa primavera mi è stato chiesto di partecipare a un festival a Vienna. Musica, teatro, danza, letteratura, poesia…. Il tema era l’ascesa del fascismo in Europa. Ho pensato: “Bello”. E loro: “Vogliamo che fai un discorso, sul rapporto tra governo e amore”. Di solito non accetto queste proposte. Ma stavolta ho pensato: “Ci provo”. Così sono chiesta: “Chi è che ha riflettuto su questo argomento?”. Ho riunito diverse persone che se ne occupano e ho scritto anche delle canzoni. Tutto parte con uno scrittore americano, Cornel West, secondo lui la giustizia è “l’aspetto dell’amore nella sfera pubblica”.

Questi concetti di giustizia e amore sono stati sempre presenti nelle mie canzoni, in un modo o nell’altro. Così ho pensato di ripescare anche alcuni brani più vecchi che ne parlavano. C’è Big Science, ovviamente. Che oggi, nel 2026, ha un significato diverso rispetto a quando l’ho scritta, ma fino a un certo punto. Se ci pensi ha quei grandi slogan: “Hallelujah, Big Science,Yodellayheehoo.”, viva la tecnologia, sì, ma dentro c’è già il suo fallimento perché finisce con un “si salvi chi può”, ognuno per se stesso. Come se stessimo tutti affogando, e nessuno può farci niente. Spingi e spingi sull’acceleratore del capitalismo e ti ritrovi spremuto da tutta questa competizione sfrenata, sopraffatto dallo stress. E la gente non ne è certo entusiasta. Negli Stati Uniti è tutto un disastro. Un vero disastro. Abbiamo un pazzo che gioca a fare il presidente. Sentiamo parlare di Trump ogni cinque minuti. Ha fatto questo, ha detto quello… Salta tre incontri e poi si sveglia una mattina e dice: “Mi sono stufato della guerra”. Ma che incubo è questo? Com’è possibile arrivare a questo punto? Mi ricordo di essere stata in Italia tanto tempo fa, quando tutti parlavano di Berlusconi: “Berlusconi ha fatto questo, Berlusconi ha fatto quello”. Io pensavo: “Ma finiamola un po’ con questo Berlusconi”. Ecco, noi americani con Trump abbiamo fatto la stessa cosa, solo cento volte peggio. È tutto così ridicolo. E io allora cerco di capire come un demagogo del genere si riuscito ad aver tanto potere. E poi c’è la guerra. Nel mio Republic of Love si parla molto di guerra. E anche molto di linguaggio. Di ciò che si può e non si può dire. Ci sono parole che oggi sono ufficialmente bandite negli Stati Uniti. Non si può dire “Golfo del Messico”. Non si può dire “nativo americano”. Non si può dire “femmina”. Non si può dire “trans”. Non si può dire “maternità”. Sono parole proibite, eliminate dai documenti federali. Non si può dire “testosterone”. Non si può parlare di potenza militare. Non si può parlare di soldati. Non puoi dire “genocidio”, altrimenti sei davvero nei guai. Sarebbe la terra della libertà, questa? No, no, e poi no. Il punto è proprio qui: raccontare come siamo arrivati a questa situazione, ma attraverso la musica. La mia idea non è di dire “adesso parliamo di storia” ma di domandarsi “come siamo arrivati a questo punto?”. Ci sono tante storie nel mio spettacolo che raccontano di tutto questo, e altre storie che invece sono racconti di empatia. Facciamo una nostra versione di A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan… Oggi la gente ha una certa immagine della guerra e ne ha paura, sa che è una possibilità concreta. È una cosa che non accadeva da tanto tempo. Ricordo durante la guerra fredda, la paura che da un momento all’altro scoppiasse una guerra nucleare. Oggi quella paura è di nuovo tra noi. Non sono una che ama seminare paura, quindi non insisto su questo aspetto. A Hard Rain’s A-Gonna Fall è una canzone bellissima che racconta delle domande che facciamo a noi stessi quando vediamo una catastrofe del genere all’orizzonte. Oh where have you been my blue-eyed son? O where have you been, my darling young one? Sono domande importanti da rivolgere ai giovani, per capire cosa vedono quando immaginano la guerra. Perché la guerra viene sempre idealizzata. Ma non da chi l’ha vissuta per davvero, e ha un ricordo diretto che noi non abbiamo. Per questo amo tanto Bob Dylan, quella sua pioggia è un’immagine straordinaria, e noi non vogliamo che diventi realtà. Ci sono tante canzoni nello spettacolo. Abbiamo detto di Big Science, c’è ovviamente anche Language Is a Virus, perché quello che dice il testo è più vero che mai. Il linguaggio è come una malattia. Diventa virale. E all’improvviso è ovunque. Non parliamo e non leggiamo più come una volta. Ci limitiamo a una lettura veloce, abbiamo un’idea del mondo in stile TikTok. E poi finisce che votiamo di conseguenza. Perché ci propinano una versione da cartone animato della realtà: “Oh, è davvero un tipo tosto. È un uomo forte, vedrai che sistema tutto”. Ma se è un farabutto, un criminale che riesce sempre a farla franca…»

Laurie Anderson
Laurie Anderson al Ravenna Festival, foto di Zani Casadio (2023)

Per noi qui in Italia questi discorsi sono familiari, i primi a non aver imparato dal nostro passato e a trovarci sempre allo stesso punto siamo proprio noi. «Sì, vedo che non state troppo bene nemmeno vii. Anche qui, nella capitale del design. È tutto molto bello, amo la tecnologia e adoro il design e tutto il resto. Ma vedo anche il rovescio di tutto questo stress, questa cultura competitiva dove devi andare sempre veloce, veloce, veloce. Concludo sempre i miei spettacoli parlando di Tai Chi per dire esattamente l’opposto: che bisogna rilassarsi. Ci si deve rilassare, ed è una cosa importante. Questo ragazzo che è appena uscito di qui [prima di me era stato il turno di Gianni Sibilla, NdSA], è un praticante di Tai Chi. Mi ha detto che l’ha imparato da Lou. E anch’io l’ho imparato da Lou. Il Tai Chi ti insegna come tenere i piedi ben saldi per terra e fare in modo che siano i tuoi piedi, non quelli di qualcun altro. E ti dà anche un senso di fiducia in te stesso, di felicità. La felicità è un altro punto importante. Che cos’è la felicità, come puoi trovarla, da dove viene? Ieri sera sul tardi facevo una passeggiata e sentivo tanta musica dappertutto. Ma non era quella che io chiamo musica. Bum bum bum…  In ogni bar, sempre la stessa cosa: con un ritmo leggermente diverso, ma sempre la stessa musica techno. E ho pensato, mio Dio, adesso le macchine sono fuori controllo e ci martellano con questa roba. Intendiamoci, alcuni erano buoni pezzi e altri meno, ma quando senti mille cose tutte uguali usate solo per vendere qualcosa…»

Amore e politica, i due poli della riflessione di Republic of Love, oggi sembrano due cose lontanissime: ci chiediamo se ancora sia possibile un rapporto, e come. «Per fortuna esistono ancora posti nel mondo in cui le persone si prendono cura le une delle altre, in modo genuino. Succede soprattutto nei posti più piccoli. Ricordo quando mi invitarono a un discorso di Hillary Clinton. Era poco più di un salotto, ci saranno state una trentina di persone. Hillary non faceva che ripetere: “Abbiamo davvero bisogno di più soldi per il Partito Democratico perché dobbiamo convincere la gente, bla, bla, bla”. C’era anche la presidente dell’Islanda. Dopo che Hillary ha parlato per un’ora, le ha detto: “Hillary, adesso capisco perché i giovani non ti votano. Parli solo di denaro e potere. Di nient’altro. Non stai dicendo cosa farai per le persone. Parli solo di Partito Democratico, soldi e potere.” E noi tutti entusiasti perché aveva ragione. Ma poi ho pensato: okay, lei è la presidente dell’Islanda. È un intero paese delle dimensioni di una piccola città degli Stati Uniti. È impossibile fare un paragone tra l’Islanda e gli Stati Uniti, che sono enormi: è come se fossero trenta paesi diversi. Boston è diversa dal Texas, è diversa dalla California. Sarebbe come dire che l’Europa è tutta uguale. No, non è tutta uguale. Ci sono così tante persone diverse che vivono in Europa. In Islanda si può avere un bel club del libro per tutti. Puoi prenderti cura di tutti i bambini dall’asilo. È molto comodo e accogliente, ma tutto questo non potrà funzionare in un paese gigantesco. Non puoi fare un confronto. Oggi i confini tra nazioni sono sempre più chiusi, negli Stati Uniti lo sono quasi del tutto. Una delle cose che, come artista, penso sia davvero importante ora è la connessione tra città e città. Perché è così che viaggia la musica. È così che viaggia la moda. È così che trovi l’arte e la letteratura. Quando parto, non dico che vado in Germania, vado ad Amburgo. Non dico che “vado in Italia”, vengo qui a Milano. Le strade della cultura dove possiamo connetterci sono quelle che portano da città a città. Città, non nazioni. È così che ragionano gli artisti. Siamo parte di una cultura urbana di comunicazioni veloci: così possiamo bypassare i confini nazionali, ma non so ancora per quanto.»

Le città sono gli avamposti della comunicazione globale, ma restano comunque dei confini, anche fisici, da attraversare. «Certo, fa paura quello che sta succedendo alle frontiere negli Stati Uniti. Non lasciano davvero entrare nessuno. E stanno cancellando molti tour di musicisti. Io non sono mai a favore dei boicottaggi. Sai, ho partecipato alla Biennale di Venezia. Avremmo dovuto firmare un appello contro la partecipazione di Israele. Ma su questo non ero d’accordo. Israele sta perpetrando un genocidio, lo dico a chiare lettere, però i suoi artisti no. E io voglio ascoltare cos’hanno da dire gli artisti. Non credo debbano essere puniti solo perché israeliani. Tutti hanno diritto di poter partecipare. Questa mia idea non era popolare, la maggior parte voleva bandire Israele. Non è una strategia efficace, quando gli artisti mettono al bando altri artisti. Si finisce per comportarsi come uno Stato, si giudica e si censura, invece di dire semplicemente: “Siamo artisti, parliamoci tra di noi”. Poi la situazione è diventata ancora più caotica, perché gli artisti israeliani hanno fatto causa individualmente ai membri della giuria. E quando i giurati si sono rivolti alle istituzioni che li sostenevano – come le università – queste hanno avuto paura: “Israele vi sta denunciando? Be’, arrangiatevi, e buona fortuna. Non vi sosterremo. Non possiamo farlo”. Insomma, le cose sono più complesse di come le ho messe giù, anzi sono supercomplicate. Ma rimango sempre della stessa opinione, è meglio non giudicare e dare tutti la libertà di dire ciò che hanno da dire. Nell’arte, perlomeno. Forse non alle Nazioni Unite.»

Laurie Anderson
Laurie Anderson, foto di Stephanie Diani (2023)

Lì in effetti sarebbe molto complicato. «Certo, alcune parole ti possono mettere nei guai. Quindi, la mia guida è Borges, che diceva: “la censura è la madre della metafora”. Quando non puoi dire qualcosa, lo puoi esprimere con una metafora. Pensare: che sensazione ti dà? Ecco, dovresti fare così. Odio quando la gente mi dice cosa fare. Penso: ma tu non mi conosci nemmeno. Non dirmi cosa devo fare. Io non lo faccio mai. Non ne ho il diritto. Non ho la conoscenza. Non ho nulla. Chiedo a qualcuno: “Ehi, cosa ne pensi?”. Chiedere: “Cosa ne pensi?” è l’approccio giusto. Non dire cosa si dovrebbe fare. È una cosa che detesto davvero. Quando gli artisti o i musicisti lo fanno – dire alla gente cosa fare o pensare – non rispettano le persone. Le persone sanno tante cose. Anche cose che noi non sappiamo. E hanno le loro vite. Un artista deve suonare musica che apra i loro cuori. Tutto qui. Non deve dire loro cosa fare politicamente. È troppo complicato.”

Suonare musica che apra i cuori quindi, ma anche le menti: «Certo, che apra anche le nostre menti. E ci faccia vedere le cose da un’altra prospettiva.» Laurie hai sintetizzato in poche parole l’essenza della tua ricerca, un’immagine perfetta di ciò che fai. «Cerco davvero di farlo. Ma mi interessa anche ciò che accade dentro la nostra testa; alla Biennale, per esempio, presento due opere. Una è un grande dipinto, una sorta di manifesto di come ci si sente nel mondo di oggi. Un insieme di tutte queste cose di cui ti ho parlato. L’altra si trova in una piccola torre in fondo all’Arsenale: è un’opera binaurale. È un brano di 21 minuti pensato per l’ascolto in cuffia, così da percepire davvero lo spazio all’interno della propria testa. È un’esperienza incredibile. Si intitola Your Eyes in My Head ed esplora la sensazione di trovarsi dentro la testa di qualcun altro. Letteralmente. Si sentono dei suoni particolari. Il brano inizia con una risonanza magnetica e poi… wow, la testa diventa una grande casa. È piena di riverbero. Si percepisce qualcosa che vaga lì dentro in modo davvero insolito. Per me è un modo di lavorare completamente nuovo, perché adoro le cuffie. Amo i brani composti per l’ascolto in cuffia. Ma parlo di cuffie di alta qualità, la maggior parte di quelle in circolazione ha un suono pessimo. Vorrei che qualcuno realizzasse delle cuffie dal suono eccellente, ma molto piccole. Sono certa che prima o poi succederà.»

Oltre alle opere alla Biennale, un’occasione per vederla di nuovo in Italia sarà il concerto a Umbria Jazz il 7 luglio. Ad accompagnarla saranno ancora i Sex Mob. «È un privilegio lavorare con loro, perché prima di tutto sono tutti compositori. Hanno tutti le loro band e i loro progetti, mi sento davvero fortunata e grata per questa collaborazione. Sono grandi musicisti e possiedono quello spirito di improvvisazione che apprezzo molto. Volevo suonare alcuni dei miei vecchi brani con i Sex Mob perché hanno una sezione fiati fantastica, con parti davvero belle. Mi sono detta: “Ho una mezza dozzina di pezzi in cui i fiati sono protagonisti”, ma è una cosa che dal vivo non ho mai potuto fare per decenni. Chissà perché non aveva ancora suonato in concerto con una sezione fiati. Hanno un’intesa perfetta e poi, sai, ognuno di loro è un musicista eccezionale; lavorando insieme di tanto in tanto – come un paio di sere fa a Zagabria, un posto davvero divertente, un teatro enorme – riusciamo a fare cose molto belle grazie all’acustica: quella era un ambiente vivo, bellissimo, ideale per suonare. Il suono non era asciutto e preciso, ma ricco di riverbero e splendido; bastava che uno strumento suonasse per creare un effetto wow: sentivi il basso risuonare e il suono era incredibile. Percepivi l’onda sonora e tutte quelle sfumature, quindi è stato davvero emozionante ascoltare i singoli musicisti; amo valorizzarli in questo modo, non solo come band, ma come singoli individui.»  Com’è stato riarrangiare la tua musica con loro, dandole delle sonorità jazz? «Beh, inizialmente abbiamo usato molti degli arrangiamenti per fiati, poi loro ci hanno messo del loro, quindi è un po’ un mix. Ci incontriamo musicalmente su un terreno insolito, sai, tra esperimenti e cose del genere; loro arrivano da percorsi sperimentali simili, ma con un’impronta jazz. Quanto a me, ho suonato molto con John Zorn e con Christian McBride; ricordo la prima volta che ho suonato a Newport con McBride: mentre ero sul palco e guardavo il pubblico – il tipico pubblico jazz – percepivo quella sensazione del tipo “chi è questa qui che suona tutte quelle cose strane?”. Poi, durante lo spettacolo, ho visto che la loro diffidenza lasciava il posto all’interesse per ciò che stavamo facendo; è stato fantastico suonare per il pubblico del jazz e vedere che capivano davvero la musica. E così, dopo l’esibizione, alcune persone sono venute da me a dirmi: “Ehi, non sapevo che sapessi suonare jazz. Sembrava lo stile di Ornette”. E ho aggiunto: “Sai, ho suonato con Ornette”. Loro sono rimasti sbalorditi: “Stai scherzando? Hai suonato con Ornette Coleman?”. “Sì”, ho detto, “abbiamo suonato tanto insieme”. È che a volte ti chiudi nei tuoi schemi – avanguardia, pop o jazz – e pensi che non si possano mescolare. Invece le cose si mescolano sempre, in continuazione. Etichettare le persone funziona solo per una logica commerciale. Per alcuni ha senso, certo. Sai, persone che sono davvero radicate nella tradizione, che fanno quel genere di cose. Ma la maggior parte degli artisti si muove continuamente tra i confini. Succede spesso, specialmente ai festival: vedi qualcuno e pensi “Ah, credevo fosse un jazzista”, e invece no, sta facendo cose davvero sperimentali. Oppure pensi che una musicista scriva solo piccole canzoni intimiste, e poi scopri che sta realizzando qualcosa di veramente sperimentale. Insomma, in situazioni del genere le etichette spesso non reggono. Ti rendi conto che la realtà è molto più complessa e imprevedibile di quanto sembra a prima vista.»Le etichette nel suo caso sono più superflue che mai. Il suo percorso si snoda tra musica, arte audiovisiva, performance. «Già, non ne abbiamo poi così bisogno, di queste etichette.» Mi permetto un’ultima domanda, piuttosto generica. Si parla tanto di dibattiti sull’intelligenza artificiale ma proprio perché Laurie ha sperimentato tantissimo con la tecnologia, ma sempre con una grandissima lucidità critica, volevo sapere il suo punto di vista sull’uso creativo dell’AI ma anche come strumento creativo. «Se l’ho usata come strumento? Sempre, sempre. Prima della pandemia ho lavorato molto in Australia, dove sono stata artista residente presso il più grande supercomputer linguistico al mondo. Dato che ti interessa molto la tecnologia, vorrei conoscere — brevemente — il tuo punto di vista sull’intelligenza artificiale. L’hai mai usata come strumento creativo? Sempre, sempre. Prima della pandemia lavoravo molto in Australia, dove ero artista residente presso il più grande supercomputer linguistico del mondo. Mi chiesero: “Bene, cosa vuoi che faccia?”. Io risposi: “È un supercomputer, non avete bisogno che sia io a suggerirvi qualcosa del genere”. Così proposi: “Insegniamogli a leggere la Bibbia”. Insegniamo a questa macchina a leggere la Bibbia. Tutti conoscono la Bibbia, no? Cosa dice? Inserimmo quindi le tre lingue in cui è scritta — ebraico, aramaico e greco — e c’erano dei cursori per regolare l’incidenza di ciascuna lingua; si poteva, ad esempio, ridurre la componente ebraica per ottenere un tono più mistico. Era difficile da descrivere a parole. Ma poi fecero un’altra cosa: caricarono nel supercomputer tutto ciò che avevo scritto — canzoni, testi, interviste, ogni singola cosa — e lo incrociarono con la Bibbia. Mi inviarono un libro di 9.000 pagine: la Bibbia secondo me. È una cosa che mette i brividi. Avevano catturato il mio stile, il mio modo di parlare, e nel libro raccontavo la creazione del mondo… proprio per come la vedo io. La creazione, il dominio dell’uomo sugli animali. Parlavo della fine del mondo tra le fiamme, dell’Apocalisse, di cosa sarebbe accaduto agli angeli. E io pensavo: “Di cosa state parlando? Non ne so nulla”. È un’esperienza che mi ha insegnato tanto, perché l’IA ha un modo di esprimersi molto vivace. Quando viene addestrata sui tuoi contenuti — un modello basato sui tuoi scritti — ricorda tutto ciò che hai detto. Tutto quello che hai affermato nel corso della tua vita: è come un enorme diari personale. Magari scrivevo qualcosa e il sistema mi faceva notare: “L’hai scritto tre anni fa, ma avevi detto l’esatto contrario”. E mi chiedevo: “Ma davvero?”. Ed era così. È uno strumento potentissimo, anche per gli scrittori. C’è un aspetto inquietante, certo. Preferisco dire così che non “fa paura”, che è un’affermazione eccessiva. È un concetto troppo vasto: l’IA è qualcosa di enorme. L’IA sta mettendo a punto cure per malattie come l’Alzheimer; analizza il DNA e individua la soluzione giusta. Può curare le persone. Fa anche questo genere di cose. Si dice sempre che i ragazzi non dovrebbero guardare troppo il cellulare.  Ma allora chi può usarlo? Il fatto, semmai, è che non sappiamo come controllare questo fenomeno. Ma non si può. Non sappiamo controllare nemmeno noi stessi, figuriamoci i ragazzi: non torneranno certo a leggere libretti di storie, visto che ora possono accedere a sport, racconti, immagini o film. Quindi, è troppo tardi per dire che l’IA non ci piace. È decisamente troppo tardi.» È davvero troppo tardi anche per noi già ci fanno segno che il nostro tempo è scaduto. «Ma non è troppo tardi per imparare a controllarla» chiosa un’ultima volta. «Speriamo di no, speriamo». Siamo dentro un mondo nuovo, ma non sappiamo ancora governarlo, speriamo di imparare in fretta. Laurie Anderson affrontava questo discorso tantissimi anni fa. Le cose si sono evolute, non sono cambiate sul serio. Per fortuna c’è l’arte che sembrerà la cosa meno necessaria di quelle necessarie, ma almeno un pregio ce l’ha: ci aiuta ad aprire gli occhi, il cuore, la mente.

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