Gimme Some Inches #45
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Andrea Napoli
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Stefano Pifferi
- 3 Febbraio 2014
Cominciamo il nostro scandaglio nel sottobosco con l’insolito incontro tra Kurt Vile e Robert Robinson a.k.a. Sore Eros. Insolito perché nato da una conoscenza comune e da una fatto curioso (avere la stessa data di nascita, il 3 gennaio dell’80, per chi volesse saperlo) e non dalla pruderie di far incontrare mondi in apparenza distanti come quelli bazzicati con le rispettive sigle. Che poi a ben vedere tanto distanti non sono, dato che Robinson ha bazzicato i Violators di Vile, ma che sembrano provenire da dimensioni diverse e avere prospettive diverse, oltre che approcci quasi antitetici. Nel 10” Jamaica Plain (un invito alla fuga verso spiagge bianche e ganja ottima?) i due in realtà offrono una sola canzone, Serum, ballata sfatta e oppiacea impreziosita dalla voce di Sore Eros e trattata come un carillon sotto acido dal sodale. La title track e Calling Out Of Work non sono da meno coi loro rispettivi lunghi deliqui strumentali: più astratta e introspettiva la seconda, più meditativa e pastorale la prima, per un EP niente male.
Afrofuturismo a go-go invece nel vinile che segna Problems, l’esordio per il duo Primitive Art. milanesi d’adozione, i due musicisti dietro la sigla mischiano influssi ed influenze per elaborare un 4 tracce (per 25 minuti) che spiazza e sorprende per quel suo essere un lavoro di cesello su concetto e idea, piuttosto che sul mero suono; un suono che si stratifica e monta lieve e leggero, tirando in ballo ambientazioni e suggestioni capaci di prendere il dub, trattarlo alla maniera di Bristol (c’è quella roba drogata e in bassa battuta che una volta chiamavamo trip-hop, in Elevaciòn), corroborarlo di infiltrazioni industrial d’antan (a tratti pare di ascoltare robe strambe come i 23 Skidoo sintetici) o esoteriche – riecheggiano i Coil, in certi momenti – e giocare con un immaginario di suoni sfasati, sfocati, scivolosi e ipnotici. A firmare il tutto è la benemerita Hundebiss, sempre più all’avanguardia per suoni da “bastard avant-pop” in grado di far collidere mondi distanti (vedi alla voce Stargate e Dracula Lewis). Long live Vernasca.
Avviandosi verso lande decisamente più oscure, da segnalare alcune uscite a nome L.C.B., ovvero Le Cose Bianche, progetto industrial old school sia nelle modalità da “nascondismo”, che nella incessante prolificità. Se avete pensato a M.B./Maurizio Bianchi avete fatto bene, perché i due dividono un doppio CD-R intitolato Zyklusters- Structural Sessions in cui si sfidano a colpi di mazzate: se per M.B. non c’è nulla da aggiungere, se non che le 4 tracce di Zyklusters sono al solito una riedizione di uscite in numero risibile e si sviluppano su modalità dark-ambient belle grumose, L.C.B. in Structural Sessions va di analog synth e manipolazioni in 4 pezzi in cui si sgranano harsh-noise in bassa frequenza, borbottii e gorgoglii industrial horrorifici e inquietanti visioni vecchia scuola. Tra maestro e allievo, almeno cronologicamente, non si nota la differenza.
Spostiamoci a nord, più precisamente nella periferia di Stoccolma, per accogliere un’ottima iniziativa a cura della Unik Eld, tape label gestita da Henrik Söderström, in arte Händer Som Vårdar. Assolutamente low-profile, l’etichetta del giovane noiser scandinavo ha di recente rilasciato Venice Of The North, compilation su nastro che raccoglie le giovani promesse del panorama industriale della capitale svedese. Operazione diffusa, quella della compilazione nel sottobosco rumoroso (si vedano uscite analoghe per Release The Bats e Posh Isolation, per fare due esempi recenti), ma non sempre all’altezza del compito. Fortunatamente non è il caso di questa cassetta che aggrega nomi sconosciuti anche ai più incalliti consumatori di elettronica deviata. Concepita come un piccolo manifesto portatile del disagio che alberga nei quartieri popolari di Stoccolma, Venice Of The North porta alla luce tracce inedite di novelli rumoristi locali come Broken Lights (già una tape su Posh Isolation) e i loro droni ribollenti, Corrosion coi suoi feedback saturi, lo stesso Händer Som Vårdar e il suo concretismo organico. Ma la vera sorpresa è Vit Fana, ovvero il debutto del progetto solista di Ossian Ohlsson, e le due tracce anonime qui presenti. Un misto di amarezza sbiadita, marzialità elementare e ferocia abbozzata, a metà strada tra Ättestupa, Alfarmania e chi altro più vi intriga. Assolutamente da tenere d’occhio. Notevole anche l’artwork, freddo e minimale come – per l’appunto – i quartieri da cui questi ragazzi provengono.
Sempre in ambiti di elettronica danneggiata, ma spostandoci oltreoceano, ritroviamo uno dei personaggi più emblematici e produttivi di sempre aka Mr. Dominick Fernow. Ormai insindacabilmente consacrato grazie al progetto tech-industrial Vatican Shadow, l’artista americano ha un passato (ben noto) da aggressore sonoro sotto l’egida Prurient ed proprio con questo moniker che torna con un 7” per Handmade Birds. Continuando sulla falsa riga dell’ultimo (ed eccellente) Through The Window, Washed Against The Rocks rilascia due nuove tracce di rumoracci sapientemente miscelati con un pizzico di cassa dritta e tutta la produzione di cui è capace il signore in questione. Difficile andare più in profondità in questa sede, non vi resta che dare un ascolto. Siamo sicuri che non rimarrete delusi.
Restando nel Nuovo Continente ma cambiando completamente sonorità ci imbattiamo nuovamente nei prolifici (ma non per questo prolissi) Kinit Her. Il duo composto da Nathaniel Ritter e Troy Schafer ha salutato l’anno appena concluso con ben tre uscite (Storm Of Radiance, The Cavern Stanzas e l’ultimo album The Poet & The Blue Flower) e saluta il nuovo con 12” per la sodale Pesanta UrFolk. Tre tracce per circa 25 minuti su questo Hyperion a testimoniare ulteriormente un’incredibile capacità compositiva ed esecutiva. Timpani altisonanti, violini e chitarre cristalline, voci baritonali e melodie ascensionali, tra Current 93, Blood Axis, Changes e il freak-folk inglese dei 70s. Per certi versi è incredibile la tensione lirica che i due giovani del Mid-West riescono a creare nelle loro composizioni: come una tensostruttura in costante equilibrio tra una solenne drammaticità e la ricerca di un’elevazione dal mondo sensibile. Troppi paroloni? Ok, lasciate che sia Hyperion a parlare.

