Recensioni

Questione di emisferi. C’è quello destro che si emoziona, si lascia pervadere di aspettativa, cedevole come sempre alla nostalgia, al ricordo un po’ sfumato ma consistente che – sì – è anche grazie a dischi come Siamese Dream e Mellon Collie se anni fa ricominciai a sperare in un rock ad un tempo voluminoso ed ammaliante, incazzato ed etereo, esotico e stradaiolo, epico e ferito. Questo naturalmente accadeva prima che comprendessi la solenne futilità di questa come di tante altre speranze, che a un disco in fondo è sufficiente chiedere anche solo un po’ di bellezza, la forza di trasportarci per qualche istante dalla sua parte, e farci vedere le cose da lì. Gli Zwan sono una band-maschera dietro alla quale Billy Corgan gioca al giochino dell’istrione nascosto, checché i comprimari rispondano al nome di Jimmy Chamberlin (batterista, ex pumpkins), Matt Sweeney (chitarra, ex Skunk e Chavez), Paz Lenchantin (basso e cori, già negli A Perfect Circle) e David Pajo nientemeno (chitarrista e non solo, autentico globetrotter del post rock, dagli Slint ai For Carnation passando per Tortoise e Will Oldham). Ma è di Corgan la voce, la scrittura e la confezione di queste quattordici tracce al cui ascolto – diciamolo subito – il cuore accenna un sussulto breve, ci pensa un po’ su, e poi tira dritto come nulla fosse. Carine, innocue, epidermiche. Solennemente scontate.
Tocca quindi all’emisfero sinistro, quello del (sedicente) raziocinio, occuparsi della questione. A partire dalla scelta se vincolare o meno ogni giudizio all’ingombrante avventura Smashing Pumkins: confronto ingrato per non dire scorretto, d’accordo, però è difficile chiudere gli occhi su tanta attenzione mediatica, sulla fibrillazione dei fans (che solo in Italy hanno già dedicato loro due siti curatissimi: niente male per una band al debutto) e sul semplice fatto che di per sé questo disco sembra ispirarsi palesemente – tra gli altri – al lato più potabile dei Pumpkins, lasciando da parte ogni pretesa neo-prog (che pure in Adore aveva messo a segno qualche ottima suggestione) per concedersi ad un sempre remunerativo power pop a pronta presa. La ricetta? Un po’ di grunge infrollito, un pizzico di glam vitaminizzato, una spolverata di synth-wave languida e voilà, ecco un’ottima soundtrack da cameretta piena di sogni acerbi, rabbie frustrate e tempeste ormonali. Quasi impossibile quindi sottrarsi alla tentazione di valutare, ipotizzare, soppesare, tracciare le topografie che potrebbero aver portato l’ex Nosferatu di Chicago – capriccioso e inconsulto ma a suo modo geniale – ad appiattirsi su questa sorta di basso profilo. Intendo: arrangiamenti prevedibili, melodie automatiche (non parlatemi di minimalismo corganiano, per favore), interpretazioni rigorosamente autoreferenziali. Forse per mettere a tacere chi lo voleva ormai disperso nel labirinto della propria tortuosa egomania recentemente incline alla complicazione deliberata di marchingegni sonori fiacchi, sciapiti, quasi mai all’altezza del proprio passato. Può essere: il disimpegno è una tappa tipica di ogni artista in crisi, talora anche salvifica ma sfortunatamente non in questo caso. O almeno non dal punto di vista – ahem – artistico.
Molto più facile capire perché un tipo dal pedigree tutto sommato integro come Pajo abbia deciso di sposare la causa: male che vada Mary Star Of The Sea venderà qualche centinaio di migliaia di copie, il tour farà strage di auditorium e palazzetti, e questo significa affitto, pane e companatico assicurato per un bel po’ (scusate se è poco). Che gli acquirenti debbano poi far quadrare i conti in virtù di rari sprazzi di antica ispirazione (la gradevole – quantunque ordinaria – spensieratezza di Yeah, il torvo proclama di Jesus I) e un battaglione di chitarre sintonizzate sullo standard qualitativo medio alto contemporaneo, è il fatto – ne converrete – che più ci amareggia. Sì perché, amici, di anima ce n’è davvero pochina, quasi niente, a meno che non ci si accontenti di motivetti risciacquati (il valzer pneumatico di Of A Broken Heart, la coercizione sinto-acustica di Heartsong, le complicanze pseudo Fripp di Declaration Of Faith – con un riffettino riciclato pari pari da For Martha), di stolidi jingle jangle (l’ibrido Buffalo Tom di Lyric, una Endless Summer che pare un Ligabue apocrifo) o di qualche preziosismo sonico (il gioco aereo di corde sfrigolanti in Honestly, l’incorporea manipolazione sintetica che spande inquietudine sull’irrisolta Desire, la bella prova ai tamburi di Chamberlain nell’interminabile Mary Star Of The Sea, inutile spreco di sospensioni ritmiche e dinamiche roventi su pasticcio art-prog-metal-pop, in cui Pajo e Sweeney riescono a sembrare ora Eddie Van Halen e ora Maurizio Solieri).
Altrove viene semplicemente voglia di skippare per non infierire sul cadavere (il monumento all’insulsaggine ammiccante di Settle Down, il rigurgito Kiss di Ride A Black Swan, oppure quella El Sol che ricalca – banalizzandola – Tales Of DustyPistol Pete), mentre sul goffo scimmiottamento Oasis–Blur (lasciamo stare i Beatles, per cortesia) di Baby Let’s Rock si ride per non fare di peggio.
Spossato, gli emisferi infine di nuovo sincroni, sodali, riuniti e complementari, arrivo all’ultima traccia, definitiva chiusura del cerchio intorno a quel basso profilo cui accennavamo un po’ di righe fa: accademia di chitarre e discreto baluginare di tastiere, melodia vicinissima al grado zero, armonica che strizza l’occhio (rimpiange) alla schiettezza d’assalto della beatlesiana (argh!) Love Me Do, insomma un ascolto perfettamente inoffensivo, beneducato, appagante. Di sicuro efficace perché perfettamente funzionale alle aspettative del target a cui si rivolge. Ah, dimenticavo, il pezzo si intitola Come With Me: certo, caro Billy, vai pure avanti tu.
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