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Il successo di Strappare lungo i bordi, la prima serie animata Netflix di Michele Rech – al secolo e per tutti ormai Zerocalcare – è stato clamoroso, così clamoroso che la sua eco è rintracciabile in ogni fotogramma di questo suo secondo progetto, quasi come una spada di Damocle che poggia sulla testa del suo autore e gli ricorda quanto il successo possa essere passeggero e soprattuto effimero. Glielo hanno ricordato anche alcuni “recensori”, che non hanno gradito molto il cambio di passo decisivo riscontrato in Questo mondo non mi renderà cattivo, eppure Zerocalcare era stato chiaro fin dal principio: la sua nuova serie non sarebbe stata una Strappare lungo i bordi 2, ma un’altra storia, dotata di ben altro respiro, ma in grado di conservare la stessa attitudine di quei personaggi per raccontare uno stralcio della realtà quotidiana del suo autore, un pezzetto di vita che va a sbattere contro problemi di attualità lacerante, che spesso e volentieri preferiremmo ignorare (ma che ci colpiscono come un macigno quando meno te lo aspetti).

Se, appunto, in Strappare lungo i bordi emergeva chiaro e limpido il Zerocalcare-pensiero, fatto di digressioni praticamente infinite sugli argomenti più disparati, di esternazioni di sensi di colpa e complessi psicologici insormontabili del suo protagonista e della sua cerchia di amici, Questo mondo non mi renderà cattivo è il suo rovescio, è la realtà che emerge e si fa strada tra quegli stessi sensi di colpa per dar loro una connotazione più tangibile e meno evanescente, più concreta e radicata nel substrato sociale che non può in alcun modo essere intaccata dalle distorsioni provocate dalla mente umana. Certo, il personaggio Zerocalcare è sempre dilaniato da un profondo malessere, la maggior parte delle volte autoinflitto, ma stavolta è messo alla berlina non per una mancata comprensione delle proprie fragilità, ma a causa di una visione fin troppo rigida di ciò che gli sta attorno.

Ecco perché, fin dal suo efficacissimo titolo, Questo mondo non mi renderà cattivo si impegna costantemente a mettere in chiaro che non esistono solo due schemi di pensiero, che non tutto è o bianco o nero, ma che viviamo all’interno di una scala di grigi vastissima e contraddistinta da diversi piani di lettura. La storia di Cesare (o di tutti quei Cesare che almeno una volta nella vita è capitato di incontrare) è emblematica ma allo stesso tempo non vuole in alcun modo essere pedagogica, perché è il protagonista stesso il primo a perdere la bussola, a non avere la più pallida idea di come una persona X possa scegliere consapevolmente di battere certe strade, di imboccare un percorso piuttosto che un altro, di lanciarsi in certe affermazioni. Imparare a mettersi nei panni dell’altro, di qualunque altro essere umano, è una delle operazioni più difficili in assoluto, proprio perché ognuno è unico e insondabile dall’esterno; esistono migliaia di motivazioni diverse e non è detto che alcune siano più giuste o sbagliate di altre. Perfino i sogni tramite cui indirizziamo le nostre aspettative possono rivelarsi un brutto deterrente.

Scegliere da che parte stare, per chi battersi, analizzare un problema da diverse angolazioni senza risultare pedante o fazioso (ma al contrario, mantenendo intatta la patina squisitamente pop fatta di rimandi e una colonna sonora azzeccata), può essere molto coraggioso di questi tempi, condizionati da un’ansia da prestazione perenne, da intelligenze artificiali che sfornano risposte tramite un semplice algoritmo, da sondaggi costantemente consultati per cavalcare la polemica del giorno.

Zerocalcare riporta tutto sui binari di un’umanità più complessa, stratificata, impegnata, descrivendo un contesto sociale tra i più attualmente problematici (e strumentalizzati) e, nel suo piccolo, rende evidente come non esistano risposte mai semplici alle domande più difficili, ma che prendere posizione una volta analizzata umanamente la situazione (mettendo in discussione qualsiasi tipo preconcetto morale ci abbia condotto fino a quel fatidico momento di scelta) possa spianare la strada a una possibile soluzione.

Questo mondo non mi renderà cattivo è una serie che rischia (di inimicarsi quelle stesse persone che invece avevano osannato Strappare lungo i bordi) e lo fa consapevolmente, fa politica senza vergognarsene, perché se nemmeno un autore vero, in grado di veicolare certi messaggi universali mantenendo un tono profondamente personale e unico nel suo genere, è più capace di rimettersi in discussione e osare, con il rischio di perdere tutto quanto, allora che senso avrebbe continuare a cercare messaggi e sottintesi in una sfera, quella dell’arte, che ogni giorno fatica sempre di più e per la maggior parte del tempo si preoccupa di giustificare se stessa?

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