Recensioni

Non ce l’aspettavamo un disco così dalla Ipecac. Non per sfiducia nella label di Patton, ma per l’identità precisa che si è accaparrata, fatta di eredità noise novanta dell’ultima ora. E invece Astrological Straits di Zach Hill è qualcosa di profondamente diverso. E sì che nella impressionante lista dei nomi dei credits del disco compare gente come Chino Moreno dei Deftones, e soprattutto Les Claypool al basso; che Hill era il batterista (e co-fondatore) degli Hella (rappresentati qui anche da Carson McWhirter e Josh Hill), dallo stile batteristico torrenziale quasi inconfondibile; cosa che nell’ultima traccia (nonché title-track) si traduce in un combo Hill-Claypool da supersayan di terzo livello, che è tutto nel loro curriculum. Se però ripartiamo dall’inizio del disco ci accorgiamo che nei confronti dello scorso decennio non c’è deferenza, anzi che questo album è decisamente dei duemila. Si sentono iBattles, in una loro versione molto malata e pirotecnica, in Iambic Strays; e c’è anche una sorta di techno virulenta, fatta di un sistema di sincopi “suonate” non troppo lontane dalla digital hardcore, come una versione sintetica dei Big Black (pensate alla Plastic Complexion di Atomizer), e specialmente ci sono le rasoiate techno-mutant-wave di Von Lmo. È a quest’ultimo, più che a un Reznor, che vogliamo riferire quei combattimenti spaziali (Toll Road, peraltro disturbata dai cartoon di Dan Deacon) da cyberpunk pieno di anfetamine che sono abbondantemente salite in testa e stanno per scendere. La sbornia musicale di Zach Hill comunica infatti la fine dello sballo elettro-trash, ancora pieno di energia sintetica ma in fase di spegnimento mentale; ci mostra un cervello obnubilato dalla sua stessa velocità di pensiero – a partire da quella sua batteria che non finisce mai di cavalcare tempi velocissimi (Street People) secondo una scuola (ecco il perché del “quasi” di cui sopra) familiare a Kevin Shea. E via con le metafore. Se i pellerossa avessero i denti d’amianto, morderebbero come Uhruru. Oppure, altra figura dell’eccesso definitivo, Astrological Straits ci sembra un baraccone che sta per chiudere ma che per fare le ultime acrobazie rischia l’ernia al disco – come se tutto stia per crollare per aver preteso troppo dalla struttura architettonica dei brani.
Va in questa direzione l’hard rock di Dark Art, piena di collisioni stellari da Man Or Astro Man. Ma il piatto forte sono le miscele che dei duemila hanno la disinvoltura colta, come il melange Don Caballero-Silver Apples che fa la base della schizzatissima Keep Calm And Carry On, su cui Hill riesce a costruire una canzone tradizionale, con tanto di ritornello. Zach si affianca così ai Battles, come va a braccetto l’eppì dei Pivot, ad alimentare quel gruzzolo di band che ci hanno fatto esaltare e parlare del gioco intelligente post-novanta. Hill può persino velocizzare i Royal Trux (Unseen Forces) – e vedete che il discorso sull’alterazione neurale funzionava? E bravo Patton: l’hai annaffiato bene il giardino della tua etichetta. Di acqua-più.
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