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A cinque anni da Nexus che lo presentava come un estemporaneo e sotto sotto ambizioso progetto sulla falsariga del Wild Bunch, il collettivo Young Echo torna con un omonimo album via Ramp Records che ne ripropone sostanzialmente le coordinate, focalizzandosi però sull’aspetto vocale, ovvero su una urban poetry che vede in Chester Giles degli Asda, Rider Shafique (Bigger Heads) e soprattutto il duo Jabu ideali Caronte. Il disco è un dipanare fumosi corridoi (Never) dove l’anima e il cuore nero di Bristol vengono evocati come se ci trovassimo nei luoghi di antiche pratiche giamaicane. Sono musiche che alzando l’asticella del trip (tra loop, drone, ambient, glitch) affondano le mani nel terriccio dell’hip hop, un viaggio gotico e lunare che viene inaugurato con l’hauntologica Never, come a rinfocolare la sinistra bellezza dei Portishead, anche se la prima vera traccia è Rocksteady, la scena di un crimine osservata a mo’ di quei racconti da esperienza extracorporea. Beninteso, c’è ben poco del genere evocato dal titolo qui, e tantomeno con lo ska. Segue una Sedate Private che è un’altra astrazione cinematica, tutta al ralenti, terreno per un parlato/rappato che striscia e s’insinua, rimugina catartico e volteggia, prima della caduta.

Lo avrete capito, qui è tutto uno slow mo di porte che si aprono, di flash auditivi: bordoni electro e scarti di risulta industrial (Psychology Of Destrucive Cult Leaders), giapponeserie medievali (Hake), dancehall apocalittica, voci angeliche/soul, sci-fi e retrofuturismi (Dominocro) sono alcune delle suggestioni proposte; le altre sono disimpegni dove il fumo si fa ancor più fitto ma in cui è più chiaro che i differenti interior designer fanno parte del medesimo condominio, proprio come in quel videoclip dei Massive Attack, con la differenza che qualcuno ha spento la luce all’ingresso e quel poco che vediamo assomiglia ad un impolverato mobilio novecentesco.

Anche quest’album unisce variegate teste impegnate in altrettanto distinti progetti: Ishan Sound ha un taglio di scura ambient dub anche declinato grime (Namkha), Amos Childs, Alex Rendall, Seb ‘Vessel’ Gainsborough e Sam Kidel, sotto la ragione sociale Killing Sound, esplorano confini tra industrial, dub, techno e ambient su Blackest Ever Black, Childs e Rendall come Jabu, sperimentano una sorta di nu trip hop che è stato definito anche blue soundsystem (e quest’etichetta ci piace assai), e ancora Childs e Sam Barrett (Neek), come O$VMV$M, si occupano di una sinistra looping elettronica quando Vessel declina quel sound su un misto goth ambient, dub e techno.

Per quest’album, i membri attivi, vocalist compresi, sono 11, e il risultato sono queste 24 stanze della memoria per quasi un’ora e con neppure un pezzo a toccare i quattro minuti di durata. È un disco senza picchi e senza luce, da ascoltare però tutto d’un fiato. È l’unico modo per passare di là, nell’altromondo degli Young Echo, ideale bacino underground dal quale gente come Dean Blunt, Gaika e Ghostpoet ha preso e prenderà a piene mani in futuro.

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