Recensioni

Giunto al suo terzo film in poco più di due anni, con Bugonia, Yorgos Lanthimos firma quello che probabilmente è il suo film più conciliante fino ad oggi, senza dubbio il più disposto ad andare incontro allo spettatore. È un’opera che conserva brandelli della sua identità autoriale, contraddistinta dalla sua capacità di mettere in scena un assurdo controllato, l’umorismo secco, l’interesse per il comportamento umano come fenomeno quasi zoologico, ma in formato ridotto, potremmo dire “tascabile” .

Questo esito non sorprende più di tanto se consideriamo che si tratta di un progetto su commissione, prodotto da Ari Aster, che arriva dopo il fragoroso scivolone di Kinds of Kindness (di cui potrebbe benissimo costituire una quarta storia ampliata), accolto freddamente da critica e pubblico. Un’operazione vera e propria che sembra nascere esattamente da lì, dal desiderio di rimettersi in carreggiata, soprattutto agli occhi dei finanziatori da cui spesso dipende il destino di un autore (soprattutto a Hollywood). Non tutto però è da buttare in un film che, anzi, intrattiene con sorprendente scioltezza. A far funzionare davvero Bugonia sono soprattutto Emma Stone e Jesse Plemons, a cui il film deve la sua vitalità. Le loro interpretazioni non solo reggono un impianto narrativo che non fa leva solo sul colpo di scena finale, ma lo espandono: i loro scambi, spesso su più livelli, sono cesellati con una precisione quasi musicale (vedasi la magnifica sequenza che vede i tre protagonisti scambiarsi i convenevoli a cena). C’è un piacere autentico nel vederli interagire, nel modo in cui modulano ritmo, ironia e tensione emotiva. Laddove la sceneggiatura rischia di semplificarsi, loro stratificano, sfumano, arricchiscono il quadro.

Ed è quasi paradossale quanto Lanthimos (e il suo direttore della fotografia Robbie Ryan), pur mettendo al centro un rapimento e il successivo imprigionamento, evitino qualsiasi sensazione di claustrofobia. Il regista gestisce gli ambienti con un’attenzione minuziosa, da vero stratega della messa in scena: la disposizione degli oggetti, l’uso degli angoli, la geometria dei movimenti rendono ogni stanza un microcosmo narrativo a sé stante. L’oppressione, infatti, non passa attraverso lo spazio, ma attraverso l’umanità distorta dei personaggi ed è qui che l’autore si riavvicina maggiormente alla sua poetica.

Eppure, quello di Bugonia rimane un Lanthimos “addomesticato”. Meno crudele, meno perturbante e più accomodante rispetto al passato. Non ritroviamo la ferocia degli esordi né la radicalità visionaria delle sue prove migliori. A fine visione si resta con la fastidiosa sensazione che si sia assistito più a un un esercizio di stile privo dell’intensità di quello sguardo (che a tratti poteva anche risultare indigesto ma rimaneva comunque interessante e urgente), quella dissonanza umana portata all’estremo, che rendeva il cinema di questo autore greco trapiantato ormai a Hollywood immediatamente riconoscibile.

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