Recensioni

7

Inizia col maldipancia, il nuovo capitolo in studio degli Yak. Bellyache, prima traccia in scaletta, è di quelle che fanno strizzare lo stomaco (in senso buono). E il resto dei brani non frena gli spasmi. Disco sfrontato è dire poco. Anche perchè la band di Oli Burslem vanta notevoli estimatori: Jay Watson dei Tame Impala, tanto per dire, che con Burslem ha lavorato in passato (tra l’altro proprio nello studio del leader della band australiana Kevin Parker), ma anche Jason Pierce (Spiritualized), che ha arricchito il lavoro oggetto di questa review con un prezioso feat. nel brano conclusivo, This House Has No Living Room, la produttrice di Björk, Marta Salogni, qui – appunto – dietro la consolle, e Jack White, che con la sua Third Man Records ha stampato l’album. Insomma, quanto a spalle coperte, il trio inglese non può lamentarsi, e dal canto suo ringrazia per la fiducia con un prodotto – il secondo, dopo Alas Salvation di tre anni fa – molto più che godibile.

Un prodotto sfrontato, abrasivo, elettrico, immediato, che cattura l’energia di un’esibizione live restituendocela in via multisensoriale, ossia richiamando attraverso l’ascolto sì la vista della band sul palco, ma anche l’odore del fumo misto a vomito e sudore del peggior scantinato. Il tutto, temperato da una meticolosa attenzione ai suoni ottenuti in studio. Un lavoretto da professionisti. Del resto, che non si tratti di tre sbarbatelli (da segnalare che il bassista Andy Jones è stato sostituito all’inizio del 2017 da Vincent Davis) si capisce per come ci sanno fare coi riferimenti, presentandosi come cultori di fragranze d’antan capaci di distinguere i diversi aromi a chilometri di distanza.

Dal garage/punk sporco e oleoso degli Stooges (Fried) alle allucinazioni acide degli Spaceman3, alle fluttuazioni nei mari Radiohead lisergici e malinconici di OK Computer (la title-track, caustica e allucinogena ballata tra i brani migliori del lotto; Words Fail Me, che tra l’altro muove dagli stessi accordi di Creep), fino a rimandi beatlesiani che vigilano dalle pieghe più recondite (Interlude). C’è infatti anche qualche discreta apertura melodica (Pay Off. vs. The Struggle, Encore), ma è nelle cavalcate selvagge, nei riff buttati lì come insulti, nella cattiveria ostentata del cantato, nelle accelerazioni improvvise, nel drumming possente e nel basso ipnotico di una White Male Carnivore o di una Blinded By The Lights che i tre danno il meglio di sé, mostrando il loro volto brutto, sporco, maleducato e cattivo, e guadagnandosi la palma di novelli Kasabian. Sarà pure stata una felicità momentanea, ma cavolo se ce la siamo goduta.

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