Recensioni

Un giorno del secolo scorso lessi una intervista a Exene Cervenka e John Doe. Avevano poco più di trent’anni, nella foto mi sembravano giovani, bellissimi, posseduti dall’aura e dal carisma di chi seguiresti pure nel fuoco perché, cristo, questa non è solo gente che suona rock’n’roll. Questa gente è la nostra vita, come diceva qualcuno. Ricordo soprattutto una frase che dissero, rispondendo alla domanda su quale sarebbe stata la prima cosa che avrebbero fatto fossero stati i sindaci di Los Angeles. “Tenere le biblioteche pubbliche aperte 24 ore su 24 nei quartieri poveri”. Non era esattamente quello che ti saresti aspettato dalla coppia regina del punk di quegli anni. Ma era comunque una cosa intelligente e profonda. Come potevi non amare artisti come quelli, compagni come quelli, una band come quella? E quanto li abbiamo amati, gli X. Quanto li amiamo anche adesso che – per citare il titolo del tour mondiale dei prossimi mesi – “the end is near”.
Smoke & Fiction non è solo il loro nuovo album: è l’ultimo, in tutti i sensi. Quello che sigilla una storia lunga più di quarantacinque anni, parca di dischi (solo nove, e tutti belli: sì, compreso quell’Ain’t Love Grand? che dopo il formidabile poker iniziale sembrò una delusione, ma solo perché a quei tempi eravamo abituati tutti troppo bene) eppure così ricca di passione, di mito, di avventure. Una storia che ha bruciato come la X sulla copertina di Los Angeles. E poco importa che Exene, la meravigliosa e selvatica Exene che incarnava tutto il fascino e il malessere e la rabbia di quegli anni, abbia avuto una deriva complottista-reazionaria forse anche figlia di una condizione fisica e psicologica non serena. Fa un po’ male, ma alla fine chi se ne frega. Billy Zoom, invece, reazionario lo è sempre stato (o forse sarebbe più corretto definirlo “conservatore”, di un conservatorismo anni 50 tutto americano come il suo ciuffo rockabilly), ma anche lì: finché con la sua Gretsch ci piazzava quei lick r’n’r, con un ghigno psicopatico da Jerry Lee Lewis alla sei corde, poteva votare per chi voleva, cazzi suoi.
Exene, John, Billy e DJ: di nuovo loro quattro assieme, come nel precedente Alphabetland e nei tanti concerti che hanno tenuto nell’ultimo decennio. Per chiuderla in gloria. E accidenti, che closure (nel caso lo fosse davvero) fantastica, è questa. Una pallottola dum dum che arriva dritta al cuore. Un disco compatto, veloce, appassionato, di una immediatezza straordinaria per musicisti che vanno per i 70 anni. Non è il 2024, oggi: è il 1979. Insomma, quasi. “Let’s go around the bend, get in trouble again” cantano Ex e John in Sweet til the Better End, con le loro voci intrecciate e in forma strepitosa come ai bei tempi, quando erano la Grace Slick e il Marty Balin della generazione punk. Può far sorridere, ma per il tempo di una canzone ci puoi credere. Dalle battute di apertura di Ruby Church al sipario di Baby & All non mollano un attimo, con una convinzione che ha persino qualcosa di esilarante. Pezzi come Flipside o Winding Up the Time sono travolgenti, una doccia fresca di rock’n’roll, punk, power pop, rasoiate rockabilly e appena accennate inflessioni country roots (chi si ricorda, carriera solista di Doe a parte, il progetto laterale dei Knitters?). L’unico brano che si distacca lievemente dagli altri è Face in the Moon, che procede minaccioso per riff sincopati e vagamente funk per poi distendersi nel ritornello. Eccellente anche questa, comunque, e il drive (dalla Hollywood Freeway a San Francisco, come racconta il testo) non si interrompe minimamente, così come il tiro pazzesco del disco.
Questo album è anche e soprattutto una auto-celebrazione, certo. Come è giusto che sia. Quando hai una storia come quella alle spalle, rivendicarla è il minimo. Con tutte le citazioni e le gioiose strizzate d’occhio che vuoi. The Way it Is può ricordare alla lontana Nausea o Unheard Music, mentre il riff che apre Struggle non è che sembra quello di Los Angeles: è quello di Los Angeles. E ovviamente i riferimenti autobiografici abbondano. Come in Big Black X, un hard-boiled condensato in tre minuti e mezzo. Il loro “ a quello che siamo stati, a quello che saremo”. Sul gancio chitarristico così inconfondibilmente Zoom, Exene dice che “memories are getting late/ not erase like a tape/not replaced with fake/drivin’ state to altered state”. C’è tutta la loro LA, in una visione a metà tra nostalgia e apocalisse: le lettere della scritta “Hollywood” che cadono a terra, alberi di Natale in fiamme, la villa in rovina di Errol Flynn, i rovinati dall’acido che ciondolano sullo Strip, i bikers sulla 101, i 78 giri registrati su cassetta, le radio AM. E una piccola X su una locandina bianca. ”Stay awake and don’t get taken” è il loro ultimo consiglio. E lì mi sembra davvero di rivederli giovani, bellissimi e carismatici. Ok, ragazzi: staremo all’erta e non ci faremo prendere. Il mondo è un casino, il mondo è nei nostri baci, il mondo sarà sempre in una canzone degli X.
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