Recensioni

Affluenza non numerosa ma attenta e curiosa al Transilvania per David Eugene Edwardse i suoi Woven Hand. Un manipolo di fedelissimi – come abbiamo
constatato – che pende dalle labbra del carismatico leader nerovestito,
che da subito comincia ad attirare l’attenzione su di sé. Scioltisi i 16 Horsepowerdi cui il Nostro era il frontman, tocca ora alle sue “mani giunte”
proseguire il suo discorso in chiave dark folk/country blues, con la
febbrile urgenza espressiva peculiare marchio di fabbrica.

E
il live non poteva che essere così come da copione, con un repertorio
che abbraccia l’intera produzione della band, con Edwards che si
alterna tra chitarra e mandolino, cantato in loop e sussurri, tra
autismi solistici al limite dell’incomunicabilità, siparietti
teatral-religiosi con tanto di ringraziamenti al signore, a mo’ di
benedizione (è nota infatti la sua discendenza da un nonno predicatore,
con tutto l’immaginario e le ossessioni che ne sono conseguite) e
lunghe e sonnolente ballad, che diventano spirituali jam dark-blues.
Comprese alcune rivisitazioni del gruppo madre, tra le quali una
sulfurea cavalcata di Black Soul Choir. Chi scrive non fa
mistero di preferire lo slancio 16 Horsepower (e la sua roots music
selvaggia) alle cupe e rarefatte riflessioni wovehandiane, che viste
qui alla lunga (dopo un’ora e mezza di concerto) rischiano un po’ di
uniformarsi, per arrangiamento ed esecuzione.

Ma Edwards fa
sempre comunque la differenza con il suo show nello show, da oscuro
predicatore dell’apocalisse ai cui sermoni non si può sfuggire,
malgrado tutto. Lo diresti un singolare incrocio tra Gordon Gano e Nick
Cave, con parti assortite di Gun Club. Musica devozionale dal forte
contenuto spirituale che non accetta alcun compromesso. Prendere o
lasciare. E a giudicare dall’accoglienza riservatagli in
quest’occasione, il pubblico milanese è stato ampiamente conquistato.

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