Recensioni

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Qualcosa nella press release che accompagna questo settimo disco di Wovenhand fa venire in mente le cronache anni ’80 che seguivano le gesta delle band metal. Deve essere quel calcare la mano sulla sterzata che David Eugene Edwards vagheggiava per la sua band. Da qui un passaggio nella suddetta nota che si preoccupa di informarci come Pascal Humbert, collaboratore di lungo corso, abbia lasciato la band ritirandosi nella nativa Francia, onde aiutare il padre a mandare avanti la vineria di famiglia, nei pressi di Bordeaux. Questo evento è quindi responsabile del cambio di line-up con l’ingresso di Chuck French e Gregory Garcia jr. per quella che viene definita l’incarnazione “più heavy” mai avuta dai Wovenhand. Sembra di leggere di nuovo qualche entusiastico annuncio riguardo i Metallica o gli Slayer

Aggiungiamoci la longa mano di Alexander Hecke, uomo della decadenza mitelleuropea di Neubauten, Crime And The City Solution e Bad Seeds, che interviene sui suoni della band dando profondità e riflessi inediti per la formazione. A questo punto è lecito attendersi un disco rinnovato nei suoni e nelle movenze. Il risultato finale copre solo metà delle intenzioni di base. Il verbo è sempre lo stesso. Lo sguardo di Edwards non si scosta di un millimetro dalla linea dell’orizzonte. Come sempre Wovenhand calca la terra polverosa del più classico dei meridiani di sangue. Da un lato, abbiamo la cadenza esaltata di Long Horn, dall’altro il fatalismo claudicante di The Laughing Stalk, entrambe riportano le lancette indietro a Sackcloth 'n' Ashes come non gli era riuscito nemmeno nel furente Ten Stones. Il resto del canovaccio però si adegua rapidamente al classico songwriting di prassi e tutta questa heavyness di facciata non serve altro che a coprire una sceneggiatura che conosciamo fin troppo bene.

La più pesante del lotto dovrebbe facilmente essere riconosciuta in King O King, che fa sembrare i Wovenhand quasi una stoner band e non aiuta certo il modo assurdo di Hecke di mixare la voce di Edwards, impastata nel missaggio finale allo stesso livello degli strumenti, con una coloritura cupa a là Cave che a tratti lo trasforma in una copia di Mark Knopfler. Poi, per carità,  l’intervento del tedesco si dimostra particolarmente felice su brani blues umidicci e noir come Closer e Maize che portano tutto in direzione Simon Bonney e forse visto anche i contatti tra Edwards e i rinnovati Crime and the City Solution sembrerebbe una direzione presa coscienziosamente. La finale Glistening Black riassume tutto questo in un’unica cavalcata dark che lascia intravedere quello che saranno domani i Wovenhand se seguiranno le strade incominciate a battere qui. Certo, la storia è sempre quella del vecchio west, ma chiedere a Edwards qualcosa di completamente diverso sarebbe come chiedere a Cormac McCarthy di scrivere una commedia sulle donne in carriera nella metropoli newyorkese. A ciascuno il suo.

(Ascolto full streaming su Grooveshark a questo indirizzo)

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