Recensioni

6.5

È il 1993: la scena alternativa americana sta vivendo un momento di particolare splendore. Subito dopo gli scossoni epocali del grunge, e la paurosa scollatura tra indie e mainstream che ne è derivata, nel circuito indipendente impazza fiera la tendenza del lo-fi, una musica immediata e formalmente poco curata, manifesto di rivalsa e indipendenza verso il music business, e, quasi inevitabilmente, culla di talenti che segneranno un decennio.

Pavement, Lou Barlow e i suoi Sebadoh, Royal Trux, Silver Jews, Beck (di lì a poco un fenomeno da MTV) sono tra i protagonisti più noti di questo nuovo panorama musicale. Accanto a questa tendenza, da un punto di vista stilistico-formale sta prendendo piega un approccio compositivo ed esecutivo votato alla destrutturazione della forma canzone e a un minimalismo di matrice post-punk, ricco di pathos e di espressività: è il cosiddetto Post Rock, che si sta evolvendo sulla scia di un album uscito in sordina nel 1991 e oggi considerato all’unanimità un lavoro epocale, Spiderland (Slint).

Nell’orbita di questo quartetto di Louisville, Kentucky, gravita il nostro Will Oldham che, dopo alcune esperienze come attore, ha da poco intrapreso una carriera da musicista, prima nei Box of Chocolate e poi nei Sundowners. Dopo la pubblicazione del 45 giri Ohio river boat song per la storica Drag City, l’esordio full lenght a nome Palace Brothers è già un piccolo classico di songwriting: nel rocambolesco marasma a bassa fedeltà delle uscite ad esso contemporanee, tra rigurgiti punk, hardcore, wave e garage, There is no one that will take care of you propone un cantautorato fedele alla lezione di grandi maestri come Fahey, Young, Dylan e Drake, in un crocevia musicale tra le tendenze in atto. È infatti già chiaro da questa prima prova come il giovane autore riesca, quasi magicamente, a restituire alla country-music la sacralità dei grandi padri, in un crocevia musicale tra folk, post, e country (aprendo di conseguenza la strada a musicisti come Cat Power e Califone).

Facendo uso dei mezzi espressivi del suo tempo, Oldham non opera, come sarebbe lecito pensare, una frattura netta con la tradizione, ma traccia, tramite l’estetica lo-fi, una linea di continuità col presente, che all’ascolto appare del tutto naturale. C’è un filo sottile che lega le esili ballate dei Palace Brothers (ovvero Will, coadiuvato dai fratelli Ned e Paul e dagli ex-Slint David Pajo e Brian McMahan) all’illustre passato del folk americano. Le storie tristi, oscure e maledette dei troubadours, gli ancestrali cantori della Vecchia America (da Guthrie a Cash, giusto per citarne due), rivivono in questo disco drammatico, fatto di cantilene, melodie sul filo della stonatura, atmosfere fuori dal tempo.

Il cuore dell’America rurale batte e sanguina sotto la veste scarna di queste ballate folk; nelle chitarre scordate e la vocalità incerta di King me, nelle suggestioni western guidate dal banjo della corale Idle hands are the devil’s playthings, nella lunga nenia di Long Before, nella ninnananna waltz di O Paul, nel canto da hobo di (I was drunk at the) Pulpit, nella spettrale atmosfera evocata dall’organo della title track (l’episodio forse più vicino a un certo lirismo younghiano) ci sono già gli elementi chiave che faranno di Will Oldham uno dei più grandi e interessanti cantautori americani del nostro tempo.

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