Recensioni

Tutti i gruppi indie esplosi durante la retromania degli anni Zero hanno trovato una propria strada, nel bene e nel male: ad esempio, Arctic Monkeys e Franz Ferdinand hanno evoluto con consapevolezza il loro sound, mentre Editors e Two Door Cinema Club hanno forse deluso le aspettative rispetto alle loro prime opere. In quest’ultima categoria rientrano anche i We Are Scientists, che in cinque album sono riusciti a lasciarsi alle spalle il furore ritmico e l’intreccio micidiale di chitarre degli esordi, per abbracciare gradualmente un pop ad ampio respiro.
Helter Seltzer è un disco pop che devia verso il rock, ma pecca proprio in fase di scrittura, con ritornelli poco convincenti e brani che non riescono nell’intento di attrarre più di tanto. In My Head, ad esempio, sarebbe stata più efficace se suonata dai Boxer Rebellion, così come Never Too Late potrebbe essere un brano scartato dai Band Of Horses. Hold On ravviva la tracklist con un ritmo coinvolgente, ma il dream pop messo in mostra in Wee Need A World soffoca subito le speranze. In scaletta c’è anche qualche richiamo ai The Shins (Want For Nothing), assieme a brani tutto sommato discreti come Headlights, eppure manca una hit – nessuna Nobody Moves, Nobody Get Hurts – ma soprattutto mancano la buona scrittura e la freschezza di With Love And Squalor, dove sembrava girar tutto a meraviglia.
L’ultimo disco dei We Are Scientists è come quell’amico che col passare del tempo perde la verve e pare sempre meno interessante. Helter Seltzer è un lavoro che sfiora la sufficienza per colpa di testi poco brillanti e, soprattutto, di canzoni che puntano al pop nel modo sbagliato, ancor più se messe a confronto con un passato decisamente più interessante.
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