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7.3

Jeremy Nutzman, già noto in precedenza come Spyder Baybie Raw Dog e Pony Bwoy (oltre che come strumentista/performer per Poliça e Marijuana Deathsquads), è pronto per meritarsi fama e successo sotto il relativamente nuovo pseudonimo di Velvet Negroni. I tre singoli apripista del resto promettevano molto bene, aprivano un discorso r’n’b giocato in purezza, screziato di rimandi e delicatezze africane primo SBTRKT (via Sampha), e incastri acustico/elettronici di area post-dubstep (Mount Kimbie, Four Tet, Caribou ecc.).

Tiriamo in ballo nomi britannici per dare i contorni di un progetto i cui riferimenti diretti sono tutti americani, a partire dal più noto: è Justin Vernon / Bon Iver a dare al musicista di Minneapolis un’inedita visibilità nel 2017: rimane affascinato dal debutto come Velvet Negroni – lo sperimentale sulla eclettica falsariga di Yves Tumor T.C.O.D – e lo vuole in apertura dei suoi concerti di quell’anno. Un paio di anni più tardi i due si ritrovano a collaborare in i,i e la sua presenza, seppur indirettamente, è ravvisabile nel ritornello di Feel The Love, brano contenuto nell’esordio collaborativo tra Kanye West e Kid Kudi, Kids See Ghosts, che ha preso ispirazione dalla sua – ottima! – Waves.

Velvet Negroni – il cui alias deriva da un omonimo cocktail acquistato da un amico ad Austin per la bellezza di 30 dollari – shakera velluto e glicemiche asprezze attraversando le porte di soul e r’n’b, pop e funk, avvalendosi di una produzione debitrice verso l’Hip Hop e la Trap, e servendosi di fascinazioni africano-caraibiche. Come dire: s’inserisce in una delle aree musicali più inflazionate degli ultimi anni nonché quella sulla quale si sono maggiormente assiepati gli hype più o meno giustificati promossi da testate come Fader e co. Da Channel Orange – giusto per citare IL capolavoro di macro area anni ’10 – sono passati ben 7 anni, e se siamo qui a parlare di questo ragazzo dall’ottimo look non è proprio per i suoi tatuaggi e per quella bandana che ferma il cappello da rabbino e tiene strette le sue ciocche rasta.

Stiamo parlando di uno che in due anni ha fatto salti da gigante, che ha trovato una quadra potabile e raffinatissima, che cita Sting/Police (Wine Green e Kurt Kobain) in maniera non banale, e che in scaletta passa con disinvoltura attraverso una molteplicità di registri e umori (anche dub, ascoltatevi Confetti) tenendo ben salde narrativa e pathos. Gli arrangiamenti, che non sono la prima cosa che si nota di quest’esordio, sono ben ragionati e curati, e passano in secondo piano unicamente perché l’attenzione si concentra sulla performance canora. È la riprova di una cifra stilistica già matura e padrona della scena e di un album vario e senza sbavature, che si guarda bene dall’affogare nell’FM – vedi un Twin Shadow ultima maniera – preferendogli un raffinato contrappunto comunque spendibile radiofonicamente. Ad arricchire la proposta anche un misto di naturalismo e spiritualità, caratteristiche evidenti in brani come Choir Boy e Scrathers permeati dal contesto in cui il ragazzo di Minneapolis è cresciuto – il nucleo famigliare bianco di fede evangelica che da piccolo lo ha adottato – ma testimoni di un periodo particolarmente dissoluto trascorso del musicista prima della stesura del disco.

Minneapolis non fa sempre rima con Prince, ma qualche legame – attitudinale – tra i due c’è. Per tutte queste ragioni Neon Brown è uno degli album r’n’b più interessanti dell’anno.

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