Recensioni

7.2

«Il rock and roll esiste ancora o è un continuo revival?»: questo è quello che si chiede il chitarrista, compositore, produttore e scrittore Lenny Kay all’inizio del suo più recente saggio Lightning Striking. Un quesito che al contrario gli statunitensi Urge Overkill non sembrano essersi mai posti, ben consci ed orgogliosi del fatto di essere parte di un continuum, una tradizione da portare avanti nonostante tutto, tra alti e bassi, anche tra fallimenti ed insuccessi, quelli che nella loro pluri-trentennale carriera non sono di certo mancati.

Tra gli alti, i Nostri sono stati salutati come “the next big thing” intorno all’uscita, nel 1993, di Saturation, il loro album più riuscito e realizzato grazie al passaggio alle alte sfere del colosso Geffen, dopo anni passati nel circuito indie statunitense sotto il patrocinio dell’iconica label Touch and Go, periodo al quale risale anche la loro fortunata cover di Girl, You’ll Be Woman Soon, mentre alcuni lettori più attempati li ricorderanno forse a fare da spalla ai Nirvana durante il tour Nevermind European Tour del 1991.

Nonostante queste premesse, il power trio – ai tempi composto da Eddie “King” Roeser (basso, chitarra e voce), Nash Kato (chitarra e voce) e Johnny “Blackie Onassis” Rowan (batteria) – non fu più in grado di mettere a segno altri centri di rilievo, con il seguente Enter The Dragon (1995), ottimo dal punto di vista musicale ma purtroppo dall’appeal di massa decisamente ridotto rispetto alle aspettative e fatalmente segnato da eccessi e faide interne. Le stesse turbolenze e problemi personali che nel 1996 portarono la band ad un temporaneo scioglimento.

A dieci anni di distanza da Rock & Roll Submarine, il loro settimo album realizzato come risultato di una sorta di reunion o tregua temporanea, gli statunitensi ritornano con una raccolta di undici nuove canzoni ed un’inaspettata cover, consci del fatto di avere una esigua ma solida fan-base sulla quale contare ma senza aver nessun tipo di pressione, aspettativa o ambizione di successo commerciale. Con la sola intenzione di rendere pubblica dell’arte per amore dell’arte stessa, e null’altro. Come al solito la composizione delle canzoni e le parti vocali sono divise tra Roeser e Kato – qui coadiuvati alla batteria da Brian Quast (Polvo) – garanzia questa di varietà e relativa ecletticità, sempre e comunque nel segno di un rock che dalla lezione dei classici prende il meglio – i riff che uno dopo l’altro la band riesce ad inanellare sono come sempre il suo forte – a cui si unisce una inesauribile vena melodica ed un taglio aggressivo, mai addomesticato.

A confermare una certa sensibilità (definiamola pop per comodità) la sorprendente cover che apre la tracklist, ovvero Freedom di George Michael. Un piccolo esempio da manuale di come la rilettura di un grande successo possa essere fatta senza stravolgere le intenzioni dell’autore o limitandosi ad una riproduzione da copia-carbone. Gli UO la fanno letteralmente propria riarmonizzandone la sequenza di accordi e riarrangiandone ingegnosamente l’impianto ritmico, il risultato non è meno anthemico dell’originale, anzi.

Nel solco della più collaudata tradizione, la prima metà di questo Oui è quella che include i brani più forti, immediati e convincenti – A Necessary Evil, How Sweet The Light, Follow My Shadow, I Been Ready e Forgiven sono le ovvie highlights di tutto il lavoro. Dal punto di vista dei testi Kato e Roeser attingono dalle proprie esperienze di vita e lo fanno con onestà, facendo ammissione di colpevolezze di vario genere e mettendosi apertamente in discussione, ma sempre con una certa ribalda sfrontatezza e non poco senso dell’umorismo.

Anche se le vette raggiunte da quel piccolo capolavoro mancato ed incompreso che è stato Saturation sembrano un lontano ricordo, questo nuovo lavoro ne ravviva in parte i fasti rivelando anche una maturità personale duramente guadagnata.

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