Recensioni

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Nel panorama pop contemporaneo Ultimo rappresenta per le generazioni più giovani la quota belcanto, la tradizione che più italica non si può e che fa contente anche le mamme. Lui canta molto bene e scrive al pianoforte, parla solo di amore e solitudine senza mai cambiare marcia, e raccoglie in sé tutta una serie di riferimenti ultra-noti e altrettanto nazionalpopolari che evidentemente sono stati masticati e assimilati. Spesso sembra di stare ascoltando Tiziano Ferro, o Massimo Ranieri (con le dovute proporzioni), o tanti altri ancora. Detto in altre parole, Ultimo è la serenità rassicurante di chi ha una formuletta che già in nuce non contiene fratture, e la porta avanti imperterrito senza mai osare la benché minima variazione. I fan – tantissimi – lo seguono a prescindere e tutti sono contenti. 

Il problema per chi non è fan, al di là della zuccherosità dei testi (ne parliamo tra un attimo), è la marcia unica a disposizione. In ogni disco di un qualsiasi altro artista pop si trova la ballatona strappa-lacrime (o strappa-mutande) con l’arrangiamento alternativamente pomposo o dimesso, il pezzo papabile singolo che ai concerti fa abbassare le luci e sospirare le anime più sensibili presenti. Ultimo invece ha solo pezzi di questo tipo. Non c’è mai nient’altro, ed è chiaro che si può arrivare alla fine di un disco da 17 pezzi tutti così un pochino disidratati. C’è sempre una pesantezza tutta sanremese nella voce, nelle parole e negli arrangiamenti che ammorba costantemente l’album. Questo al netto di una voce sicuramente importante, delle melodie spesso belle e ben costruite e pure di una scrittura mai veramente disastrosa, ma che spesso e volentieri scivola nella bacioperuginata a effetto («il mare negli occhi», «L’inverno in tasca» e così via all’infinito). 

Le poche variazioni sul tema si limitano a un boom-bap inaspettato (Niente) – non che abbia granché di old-school visto che il ritornello sfocia nella solita sofferta chiamata agli accendini -, una dignitosa coda di sax in Supereroi, un cosplaying di Mecna in Nuongiorno vita (titolo orrendamente jovanottiano), poco altro. Troppo poco per gestire indenni questa mole di emotività esasperata e decisamente furbetta. 

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