Recensioni

I TV Priest, formazione londinese costituitasi nel 2019 e che ha partorito il suo debutto (Uppers) in piena pandemia, torna con un nuovo album, sempre via Sub Pop, ovvero My Other People.
Si conferma il mood complessivo, che si adagia su un generico post punk (formula odiosa, oramai anacronistica, che è sempre più impropriamente adoperata per etichettare ibridi incerti che non ci convincono poi tanto – perdonaci, dunque, Simon Reynolds). Un post punk, dicevamo, che potremmo definire randomico, capace di pescare qua e là echi e reminiscenze, e di ricordare a turno gli Idles (ma con la metà della metà della loro cazzimma, come in I Have Lerant Nothing, Unravelling o nella stessa title track), Strokes (I Am Safe Here), e persino i Coldplay (Limehouse Cat, The Breakers).
Non si conferma invece quel clamore (a nostro parere un po’ troppo frettolosamente riposto) che pure aveva suscitato il primo disco, salutato da taluni come un debutto assai promettente, e che in effetti presentava qualche tratto d’interesse (al netto della palese derivatività): energico e volenteroso, sia pur non eclatante, Uppers aveva un margine di rilevanza, quantomeno in potenza.
My Other People, duole riconoscerlo, è ancor meno convincente del suo predecessore, con palesi deficit di mordente (sarebbe bastato veramente poco per alzare un po’ di più il tiro). Parimenti, nei momenti più acustici, l’intensità ricercata sfocia il più delle volte in un lamento privo di autentico spessore (Sunland).
È proprio questo costante oscillare tra un noise-rock mai abbastanza noise, e un pop-rock mai dichiaratamente pop, a suscitare due ordini di quesiti: 1) quanto la musica contemporanea ha ancora bisogno di caute “vie di mezzo”? 2) quanto la musica contemporanea cosiddetta post-punk ha ancora bisogno dell’ennesima band ad affollare la stanza?
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