Recensioni

Arrivati al traguardo del primo disco a un anno dalla loro formazione, i Tunguska (al secolo Nicola Monti e Gennaro Spaccamonti, rispettivamente batteria e voce/chitarra) si propongono come un duo autore di un rock dalle venature shoegaze, con più di un debito nei confronti dell’ondata britpop esplosa a cavallo degli anni ’90. Se nelle armonie vocali è facile ritrovare palesi riferimenti alla scena inglese di cui sopra, altrettanto chiari sono i rimandi, e nell’uso delle chitarre – wall of sound, distorsioni acide, feedback e riverberi liquidi – e nel timbro di Spaccamonti, ai Jesus And Mary Chain di Psychocandy (Days Go By è una sorta di versione 2.0 di Just Like Honey) e ai Black Rebel Motorcycle Club (l’iniziale Tomorrow’s Voice, su tutte, pare uscita dall’omonimo esordio della band di Peter Hayes).
L’album scorre veloce mantenendo salde le proprie coordinate, tra ammiccamenti più o meno palesi ai mostri sacri dello shoegaze (l’incalzante Ego Building pare un omaggio tanto ai My Bloody Valentine quanto alle meteore My Vitriol, che nel 2001, col loro sottovalutatissimo Finelines, provarono, riuscendoci, a dare una boccata d’ossigeno al genere). Una menzione speciale, oltre che per i pezzi già citati, va alla conclusiva Knives, su cui si allungano le lunghe ombre degli The Stone Roses e dei fratelli Gallagher.
Tirando le somme, A Glorious Mess è un esordio molto più che promettente: pericolosamente in bilico tra omaggio e revival, ma altrettanto ricco di buone, quando non ottime, canzoni.
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