Recensioni

Le vie dell’hype sono infinite, ma di certo non passano sotto casa di Tony Joe White, settantenne da Oak Grove, Louisiana, leggenda vivente del cosiddetto swamp rock. Uno che ascolti il suo ultimo disco – il quindicesimo di inediti se non ho contato male, a nove anni dal precedente The Heroines nel quale ospitava Lucinda Williams ed Emmylou Harris – e non puoi fare a meno di pensare ad un impasto di luoghi comuni southern, Americana terrigna bluesy, storie di fiumi misteriosi e cerchi magici nei campi di cotone. Fuzz e wah-wah, profondità baritonale e assolo intagliati nel legno ancora caldo di accetta, un’armonica che sfarfalla tra le brume dell’anima.
Roba che un JJ Cale ci si è scolpito l’effige tra i capisaldi, mentre Mark Knopfler – tra l’altro grande amico di Tony – ci si è fatto soldi e fama. La fama invece il buon White la vive da una posizione più defilata, malgrado le sue canzoni siano state interpretate da gente come Elvis, Cash e Tina Turner. E’ forse grazie a questo che continua a scrivere pezzi interessanti come un paio di jeans da falegname, incisi senza troppi take proprio come se suonare fosse una questione di abilità artigianale, di attitudine smerigliata dall’esperienza. E naturalmente sta proprio qui la sua forza: la sensazione che non ci siano alternative possibili, che la sostanziale monotonia di soluzioni armoniche e timbriche e quel blando ondeggiare tra sincopi narcotiche e boogie resinosi siano la forma perfetta per queste vampe espressive.
Un po’ nipote atmosferico di John Lee Hooker (9 Foot Sack, Holed Up) e un po’ cugino flemmatico degli ZZ Top (The Gift, Storm Comin’ ), capace di cavarsi dallo stomaco un’amarezza cruda (The Flood) e struggimento evocativo (una Gypsy Epilogue che sembra la versione desertica di Nights In White Satin), con questo disco Tony Joe White ci fa provare brividi di schiettezza un bel po’ prima di sembrare banale.
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