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Bruno Dorella è l’archetipo del musicista a cui si dovrebbe impedire di fare musica, non per la qualità delle sue proposte, sia chiaro: OvO, Bachi Da Pietra e Ronin vantano discografie e riconoscimenti che molti si sognano; gli si dovrebbe impedire di far musica perché è un vero e proprio vulcano in perenne eruzione, instancabile globetrotter, circumnavigatore del pentagramma e polistrumentista più che apprezzabile. Tanto per mantener fede a quanto accennato sopra, eccolo con una doppia nuova prova, una in completa solitudine, l’altra in ottima compagnia. Cominciamo da quest’ultima, ovvero Tiresia, il duo condiviso con Stefano Ghittoni, già Dining Rooms e moltissime altre cose, tanto per rimanere al livello del sodale. Questo omonimo primo passo esce in cassetta per Bronson Recordings di Chris Angiolini, un altro che andrebbe metaforicamente legato ma che in realtà non possiamo che ringraziare. Prendendo spunto dalla figura mitologica, i due offrono questo antipasto dell’album lungo prossimo a venire con due lunghe tracce, Inside e Outside, che prendono l’essenza del progetto – Tiresia era contemporaneamente “uomo e donna, indovino e fuggiasco, con molteplici vite vissute” ma è anche un personaggio cinematografico nel film della Cavani “I Cannibali” –, ovvero dicotomia e dualismo, ambiguità e ribellismo all’ordine costituito, per trasformarla in una musica che ha la dilatazione dell’ambient e la visionarietà della psichedelia docile e flemmatica, così come l’afflato della soundtrack immaginaria e – perché no? – la desolazione del western/desert-rock “in absentia” tra voci trovate, chitarre sospese, elettronica haunted tutte dosate con la giusta misura. Un ottimo primo passo che speriamo sveli presto del tutto le sue potenzialità.

Come Jack Cannon, invece, Dorella fa tutto da sé, e quando si dice tutto si intende tutto, ovvero ideazione e musica (batteria, basso, chitarra, elettronica, field recordings, ecc.), tranne qualche comparsata alle voci – Tegu, Moder, Marco Cavalcoli della compagnia Fanny & Alexander che incontrammo su queste pagine in una grande sonorizzazione di Mirto Baliani – di quella che potremmo considerare una sorta di “immaginaria” colonna sonora per “Trama. Il peso di una testa mozzata”, romanzo a fumetti di Ratigher a cui si lega in maniera inscindibile. È infatti Tegu/il mostro che ci introduce nella melma sonora di Jack Cannon, in una 1-4” (l’intero lato A, in pratica) che è tutta cut-up e curve a gomito, tribalismo d’accatto, melodie etniche, chitarre docili che sembrano distendersi su planate ambientali per poi esplodere in assalti all’arma bianca; similmente la gemella XLR (l’intero lato B, ovviamente) si apre mesmerica e tambureggiante con una lettura da Buzzati opera di Cavalcoli, per svanire lentamente in un fade out sospeso e immoto quasi fino alla stasi su cui si inserisce il rap di Moder ispirato da Vonnegut, prima, e poi un corale nonsense a mischiare ancor di più le carte di un lavoro complesso, eterogeneo e geneticamente “frantumato”.

Dopotutto, la sensazione è che le due lunghe suite siano evidentemente un accompagnamento per immagini che non esistono se non in una terra di nessuno situata tra la fantasia di Ratigher e la visionarietà di Dorella.

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