Recensioni

6.8

Mike Skinner ha cantato e prodotto singoli per i quali non è mai occorso avere Genius aperto per goderne. Certo, capendo il suo quasi rap si apre un mondo affatto banale, in cui il racconto di serate e relazioni andate male e peggio s’illumina di rimandi colti e pop, sarcasmo e doppisensi, prose letterarie e crudi freestyle, ma al netto di tutto questo la catarsi e gli anatemi che sono scattati con singoli quali Has It Come to This?, Blinded By The Lights o Dry Your Eyes non hanno mai avuto bisogno della spiega. Bastava quell’accento, la melodia e un beat generoso sì, ma sempre al posto giusto.

Erano nove anni, precisamente dal valido Computers and Blues, che la ditta The Streets non produceva un disco e questo perché il suo autore è uno che si è sempre fatto molti scrupoli, paranoie, troppa autocritica, mostrando costanti preoccupazioni sull’aver o meno qualcosa di interessante da dire, di saperlo dire in modo genuino senza appiattimenti su un formato che, volente o nolente, era già definitissimo e definitivo dall’indimenticabile Original Pirate Material.

All’inizio Skinner prendeva in prestito l’estetica, le tecniche di campionamento e le basi spezzate della UK Garage come colonna sonora di uno storytelling sbruffone, dell’oralità affabulante tra pile di Playstation, videocassette, giri di Rizla e birre. Si vantava di far musica col sussidio di disoccupazione ma poi i soldi sarebbero arrivati, e parecchi. A Grand Don’t Come for Free, suo secondo album, nasceva come opera rap per raccontare tutto questo, di come il nostro ludico cazzaro, che dissava con amore Craig David e gli Artful Dodger, era maturato nel cantore delle debolezze sue e della generazione dei maschietti suoi coetanei. Le sbronze a quel punto lasciavano strascichi più lunghi, così breakup e sconfitte si erano fatte e si faranno più drammatiche ad ogni giro di boa. Così da It’s Too Late in poi, in molti si sono riconosciuti in lui con la stampa a magnificarlo come uno degli antesignani di un nuovo rap intimista, libero da machismo, ossessione per il denaro, violenza e armi.

Nei primi anni zero, 808s and Heartbreak aveva ancora da venire e così Drake e co. Ma qui l’autotune non c’entra e così i paragoni con gli Stati Uniti dell’Hip Hop. Questa è una storia 100% british, oltre che una questione dai connotati fortemente anagrafici per il suo protagonista che, nel 2008, quando esce Everything Is Borrowed ha 30 anni e di The Streets ne ha piene le palle. Quel disco si teneva in piedi su qualche bel numero (l’amara fanfara dello sfratto raccontata della title track, la ballata 80s volutamente kitsh di On The Edge Of Cliff, la traccia conclusiva The Escapist) ma apprezzarlo diventava più una questione di capire cosa Mike avesse da dire più che come lo diceva. E anche quando lo capivi al volo, tutta questa giovinezza che si fugge tuttavia non era il massimo. Riascoltando The Way Of The Dodo è inoltre evidente quanto gli Sleaford Mods sapranno fare meglio sul lastricato di questo working class street rap, meglio di quanto Skinner e il tipo dei The Music faranno in seguito con i D.O.T. una volta messo nel cassetto The Streets.

Nel fu ultimo capitolo della saga, Computers And Blues, preceduto da quello che è stato soprannominato il Twitter Album, il cemento delle tower inglesi tornava a far da sfondo a quello che rappresentava, tutto sommato, un degno e agrodolce addio. C’è del senso anche in operazioni del genere come in quest’ultima che s’intitola None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive, solido edificio che mostra come le abitudini del nostro – tra pub, ragazze, suburbia e scogli sul mare dove andare a riflettere – non sono cambiate, ma che gli schermi LCD che dividevano a inizio 2010s ora si chiamano smartphone e basta.

I 30s di Skinner non sono poi così differenti dai 40s. Nuove sbronze e serate nei club, come ammette al Guardian, ne capitano ancora ma concerti e nuove collaborazioni – vedi il pezzo d’n’b con Chris Lorenzo del 2019 (che poi finirà nella tracklist del nuovo disco) sono la dimostrazione che il vecchio fuoco arde ancora ma, per continuare ad alimentarlo, servono stimoli nuovi. Skinner sogna di fare un film, magari (la buttiamo la) con in testa Danny Boyle, ma anche e più concretamente un progetto discografico che gli permetta di uscire dell’empasse solipsista per mezzo di una serie di giovani artisti di cui è dichiarato fan, tra cui Slowthai.

None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive, il mixtape e a detta sua l’album dei duetti, è il risultato di tutto questo, un lavoro maturato tra faticose session e brainstorming, condotti in studio con tutti i protagonisti, vis a vis. Sarebbe crudele bollarlo come una marchetta per inseguire pruriti di regia, il disco è migliore delle tre precedenti uscite sulla lunga distanza. E sebbene The Streets, al solito, rischi di fare meglio a contorno dei propri lavori principali (vedi Difficult Times, parla degli effetti del Covid-19 e della vita durante il lockdown), il singolo di un ritorno come si deve c’è ed è il tormentone Call My Phone Thinking I’m Doing Nothing Better.

Ai cori troviamo Mr Tame Impala, col sole di LA all’orizzonte, perfettamente calato nella parte, la ciliegina sulla torta di un pezzo di quelli che canti a memoria senza dover far caso che al blues da computer di prima c’è blues da smartphone di adesso. Il resto è materia anche più adulta di quanto ci siamo abituati a sentire da lui, salvo qualche tentativo di tornare al deboscio degli esordi, cosa che accade nella title track con Talbot degli Idles, pezzo che sulla carta prometteva molto bene e che si rivela invece una mezza delusione. Il parlato qui va imprescindibilmente compreso e al netto di quello il ritornello stanca già al secondo giro, cosa che non accade però nella serrata, su spezzati UKG, I Wish You Loved You As Much As You Love Me, pezzo in cui Greentea Peng e Donae’o hanno ampio spazio di manovra ai cori e ai controcanti, e nella altrettanto buona You Can’t Afford Me snocciolata su basi grime e sul rappato della Banks. Il rischio di queste brevi e compatte produzioni è semmai quello di rimanere inchiodate a una scacchiera fin troppo obbligata. Tolto il pezzo con i Tame Impala di pop qui non ce n’è e di ironia non quanta ne servirebbe. Al suo posto troviamo strofe con la morale e ritornelli anche sfiancanti: Eskimo Ice con Kasien (con citazione wileyiana) ne è il perfetto esempio, mentre Phone Is Always In My Hand è il brano più emblematico per comprendere quanto retorico possa risultare il sopracitato tema della telefonia come distanziamento esistenziale tra le persone.

None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive è stato concepito come un disco dei Gorillaz ma più che una festa tra amici sembra una seduta dallo psicanalista. Qualche pensata in meno avrebbe sicuramente giovato ma questo è Mike Skinner e il suo nuovo disco, al netto dei difetti, non è affatto malvagio, anzi.

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