Recensioni

Dici Liverpool e dici anche Beatles, c’è poco da fare. Ma nella cuspide tra ’70 e ’80 qualcuno si agitava per svincolarsi da quella ferrea concatenazione, e lo faceva incendiando le più nobili istanze psych per mezzo di aggiornatissimo combustibile new wave: se Teardrop Explodes e Echo And The Bunnymen furono i principali alfieri di questo movimento, che ben presto si estese a tutto il regno e alla cui ombra spuntarono come funghi una pletora di valide formazioni. Tra di esse gli Outsiders, trio di Wimbledon dedito a una sorta di post punk acidulo, colpirono ben presto le sensibili antenne della indipendente Korova, l’etichetta – appunto – dei Bunnymen. Il trio presto si sfaldò per ricomporsi come quartetto: Graham Bailey (basso), Bi Marshall (tastiere), Mike Dudley (batteria) e Adrian Borland (voce e chitarra). Avevano buoni pezzi in carniere, una certa personalità e l’immancabile piglio funesto.
Per un debutto ad hoc mancava però ancora una cosa: cambiare nome. Non un affare da poco. Comunque, scegliere The Sound come ragione sociale testimonia la semplicità disarmante e risolutiva del genio. A disperdere ogni sospetto di velleità pensò l’album d’esordio Jeopardy, in cui il suono – appunto – è una gragnola di pugni e infarti, pervaso da un senso d’urgenza adeguatissimo ai dettami del periodo (quelli stessi così saccheggiati – pardon, presi a modello – da tante nuove grintose proposte attuali). Ovvero: tensione imperativa e dolciastra, tastiere che palpeggiano brumose allucinazioni, la duttile abrasività delle corde sguainate, il battito incalzante e tetro del drumming, melodie che sembrano esitare nell’aria come minacce in agguato. La stampa non lesinò elogi. Il pubblico, invece, ignorò.
Vai a capire il motivo. Nel nostro piccolo (non siamo certo i primi, né – spero – gli ultimi) cerchiamo di restituire un po’ del maltolto, e del resto è un autentico piacere: non capita spesso infatti d’impattare con la sordida intensità di Hour Of Need (incubo Joy Division sforacchiato da synth puntuti, assediato da un cupo crepitare di corde e letteralmente scosso dal motorismo Can del basso), con l’insidia stridente regalataci dalla title-track (un sordido rovello di basso, fasci di luce sintetica, voce gangster, chorus scorticato) o con la geografia d’inquietudine istigata da Unwritten Law (riff di corde e tastiere su rotaia di basso, linea melodica minimale, percussioni trattenute sull’orlo di qualcosa, fatalismo inzuppato di rabbia rappresa).
Un suono che non si esaurisce in sé, adombrando la promessa di qualcosa a venire. Che – ahiloro – altri manterranno. Mi riferisco agli U2 prima versione profetizzati dalla travolgente Heartland (ma – con tutto il rispetto per una band che ho amato – Bono e soci non possedevano questa visione d’inferno terreno, questa pelle d’insofferenza, tanta incontenibile asprezza sonica), oppure alle dissonanze teatrali di stampo Bauhaus–Stranglers così evidenti nella conclusiva Desire (con quel piglio diretto ed essenziale che sembra inchiodare al muro la realtà), al post punk più potabile alla Billy Idol di Words Fail Me o all’implacabile narcosi Sisters Of Mercy di Night Versus Day.
La vis adrenalinica salva persino i due episodi meno brillanti e perciò un pelo invecchiati, vale a dire Resistance e Heyday (emeriti rock’n’roll totalmente rovesciati su riff ormonali in condominio tra chitarra e tastiera). Della serie: se questi sono i punti deboli, allora i pezzi forti cosa sono? Bombe, nientemeno.
Definizione quasi oziosa se applicata alla sconvolgente Missiles (nevrastenia a dirotto dilaniata da feedback radenti e gelidi plateau di synth) ma adattissima a sottolineare il potenziale esplosivo (!) di I Can’t Escape Myself, i cui versi sono timore che avanza, il motorik del basso è ben più di una minaccia, le rasoiate di chitarra una sordida prefigurazione, le spirali affilate di synth un imminente presagio, la voce di Adrian una paura che si fa strada e infine deflagra in un ritornello indelebile, marchio a fuoco nell ’anima.
Sapete, ci sono parabole e parabole. Quella dei Sound, scoccata con i presupposti di cui si è appena detto, era destinata a conoscere un altro sussulto importante con From The Lion’s Mouth (1981), fallendo però da par suo l’auspicata affermazione commerciale (che per inciso avrebbe ben meritato). Non andò meglio con i lavori successivi, neppure all’eccellente svolta pop di Heads And Hearts (1985), tanto che il rompete le righe del 1987 avvenne più o meno nell’indifferenza generale.
Ciò non impedì a Borland di proseguire il volo, spendendosi tanto come solista quanto come apprezzato produttore (tra gli altri, per i grandissimi Felt). Una parabola piuttosto lunga e priva di sussulti, tragicamente destinata a spegnersi sui binari di una stazione londinese: depresso, l’anima chiusa in un angolo, nell’impatto col treno andò forse a cercare una specie di liberazione, ma – ci perdonerà – noi non possiamo che chiamarlo suicidio. Sono passati anni da quel 26 di aprile, ma ho segnato la data sul calendario, per regalargli un pensiero.
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