Recensioni

Ricordate i Clash cantare Police On My Back, cover di un vecchio brano di Eddy Grant interpretato dagli Equals? Lo ricordate, certo. “La polizia mi insegue”. In un gioco di parole e significati, come si trattasse di una metafora, traduco in “i Police alle mie spalle”. I Clash del 1980 sono una band capace, intelligente, combattiva, e proprio per tutte queste caratteristiche stranamente di enorme successo, beniamini indiscussi in patria. I Police sono meno inquadrabili, poco politicizzati, di successo ma non quanto la band di Joe Strummer. Inseguono. Ma si stanno avvicinando, fanno sentire il fiato sul collo ai Clash di Sandinista! e nel giro di pochi anni, nel 1983, completano il sorpasso.
Se nei ’60 era il “power trio” à la Cream, basso-chitarra-batteria virtuosi, e nei ’70 con l’avvento delle tastiere la triade spinge sul funambolismo modello EL&P, negli ’80 i Police chiudono il cerchio tornando alle origini. Seppure sgravando la formula sia dal concetto di “power”, sia dell’idea di fare uso degli strumenti come attrezzi ginnici. Certo ci sanno fare, ma l’esibizionismo di Eric Clapton e Ginger Baker non fa parte della filosofia dei Police, intenti a scrivere canzoni che miscelano prima rock e reggae in modo irresistibile e unico, per poi diventare, cambiando pelle, smash hit maker seriali e nel caso di Sting icone pop.
Unici sono anche alcuni tratti biografici della band. Gordon Sumner in arte Sting ha ottima cultura e lavorato come insegnante, Stewart Copeland è americano ma ha suonato con i Curved Air gruppo di culto del Progressive rock della prima ondata (e sposato la cantante Sonja Kristina), Andy Summers proviene dalla zona di Buornemouth dove Robert Fripp che conosce bene è di casa, e dato che ha quasi dieci anni in più dei colleghi, al Prog rock è anche più avvezzo del batterista. Inoltre, in fatto di unicità, e sempre a proposito di anagrafe, va notato come ai tempi Outlandos d’Amour, 1978, Sting e Stewart erano più vicini ai 30 che ai 20, e Summers addirittura ai 40 anni: età poco consone per chi si presentava al mondo del punk – quale inizialmente vennero accostati i Police – nella veste di esordienti.
Dopo Reggatta de Blanc che ne consolida lo stile e li porta alla fama grazie soprattutto a Message In A Bottle, all’inizio del nuovo decennio i tre pubblicano Zenyatta Mondatta che nonostante sia stato approntato frettolosamente, rappresentando il lavoro meno riuscito della loro discografia, produce singoli di successo come Don’t Stand So Close To Me e De Do Do Do, De Da Da Da. È la fine dei “biò-bieiooo” che erano l’urlo di guerra di Sting, tratto distintivo – di nuovo unico – del trio.
Altri due anni e Ghost In The Machine consacra i Police in via definitiva. Ora se la giocano con pochissimi altri per il titolo di rock band più famosa del pianeta: grazie al lavoro di back office di Hugh Padgham, il produttore del momento che ha liberato la bestia che viveva dentro alla batteria del Phil Collins di In The Air Tonight, e ammantati di sintetizzatori, i tre biondi platinati portano in vetta alle classifiche Invisible Sun, Everything She Does Is Magic, Spirit In The Material World, Secret Journey, i brani immancabili nella scaletta di qualunque stazione radio che si rispetti e favoriti di MTV del periodo. I tour diventano estenuanti e le personalità ingombranti si scontrano: è ancora clash… questa volta of the titans. Al momento di entrare in studio per Synchronicity, il quinto album in sei anni, il livello di tensione è altissimo. Hugh Padgham che viene confermato al banco di regia deve impegnare le sue abilità tanto per la registrazione quanto per fare da paciere.
“Anche se erano in gran parte canzoni di Sting – racconta il produttore –, gli altri ragazzi hanno sicuramente dato la loro impronta al suono. Tuttavia, all’epoca di Synchronicity erano stufi l’uno dell’altro: Sting e Stewart si odiavano a vicenda, e Andy pur non mostrando altrettanto veleno poteva essere piuttosto scontroso. C’erano scontri sia verbali che fisici”.
Asserragliati negli AIR Montserrat di George Martin per sei settimane a partire da dicembre 1982 (questo per le tracce base, mentre sovraincisioni e missaggio sono portati a termine a Le Studio di Morin Heights in Quebec, Canada), in un paradiso sulla Terra come i Caraibi in grado di placare i bollori del più rissoso degli spiriti, condizione ideale ma non sufficiente alla non belligeranza per i tre Police, Padgham trova una soluzione obbligata alla convivenza, forse l’unica possibile. Mentre lui registra nella sala di controllo dotata di un banco MCI a 24 tracce, i membri della band eseguono le loro parti in tre ambienti separati e distanti: Sting che rimbalzava sul suo tappetino da jogging nella sala di controllo alla presenza di Padgham, Andy Summers nell’area ricreativa, Stewart Copeland nella sala da pranzo al piano superiore in un edificio adiacente. In una sorta di anticipazione di quello che tanti musicisti avrebbero sperimentato in tempo di pandemia da Covid.
Ci fu momento nel quale Miles Copeland, fratello di Stewart e manager dei Police, fu convocato da Londra per presiedere a una riunione indetta nei pressi della piscina subito fuori lo studio: oggetto della discussione se proseguire o meno con le registrazioni. “Quell’album fu a un passo dal non essere realizzato”, afferma Padgham.
Ascoltando il secondo lato di Synchronicity, lo scorrevole fluire di Every Breath You Take, King Of Pain, Wrapped Around Your Finger, Tea In The Sahara ispirata dal libro The Sheltering Sky dello scrittore inglese Paul Bowles (come già successo ai King Crimson che nel 1981 pubblicano Discipline contenente l’omonimo brano strumentale), dominate quasi in toto da un senso di condivisa accondiscendenza, da un filosofico afflato di conciliante senso di comprensione di un “generico qualcosa” di più ampio del destino dei singoli, sorge il dubbio che lo sfondo da guerra aperta tra Sting, Summers e Copeland sia frutto di gossip o addirittura leggenda metropolitana. Ma ecco che se le parole della canzoni – estrapolate dal contesto, è vero – animano minacciose intenzioni o tragiche previsioni: “Credo di sperare sempre che tu ponga fine a questo regno / Ma è il mio destino essere il re del dolore / È la stessa cosa di ieri, è la mia anima lassù / (…) Sarò sempre il re del dolore”, canta Sting in King Of Pain; “Mi consideri il giovane apprendista / (…) Sono venuto qui solo in cerca di conoscenza / (…) Ascolterò con attenzione le tue lezioni / (…) Trasformerò il tuo volto in alabastro / Quando scoprirai che il tuo servo è il tuo padrone”, in Wrapped Around Your Fingers; “Come se le nostre menti fossero squilibrate / Non chiedeteci perché” in Tea In The Sahara. Per arrivare a “Potrai far fuori tutti i membri della tua famiglia / E chiunque altro trovi noioso”, parole tratte da Murder By Numbers che si trova sulla cassetta, sul CD, ma non sull’album in vinile.
Si tratta di illazione, di conclusioni arbitrarie, di letture tra righe che sfumano nella sbandata junghiana di Sting. Resta inconfutabile la certezza delle confessioni di Padgham che c’era, testimone oculare, in camicia bianca e farfallino come arbitro di un match a tre ai limiti della boxe, attento a vietare i colpi sotto la cintola o altre scorrettezze anche più gravi degne di squalifica o incolumità fisica. Tutti gli altri tiri mancini permessi (parole pesanti, pesantissime), anzi auspicabili quando animassero lo spettacolo o generassero – in questo caso – tensione creativa. Every Breath You Take, il caso più emblematico, il brano di maggiore successo dell’album, più di ogni altro sboccia in tutta la sua bellezza su un terreno minato. È ancora il produttore a parlare: “Sting voleva che Stewart suonasse solo una ritmica molto lineare, senza riempimenti o altro, e questa era la completa antitesi di ciò che Stewart faceva. Stewart diceva: ‘Voglio metterci la mia cazzo di parte di batteria!’ e Sting: ‘Non voglio che tu ci metta la tua cazzo di parte di batteria! Voglio che tu metta quello che voglio io!’ e così via. Era davvero difficile. Ricordo di aver chiamato il mio manager, Dennis Muirhead, e di avergli detto ‘Non ce la faccio’, e ricordo anche chiaramente di aver lavorato a pieno ritmo per 10 giorni a Montserrat e di non aver avuto nulla su nastro che fosse utile”.
A un lato B che prenderà la forma della parata di singoli, uno più bello dell’altro, uno più efficace dell’altro per l’assalto alle classifiche, corrisponde un lato A discontinuo, sia nella qualità dei brani sia nella unitarietà dell’amalgama emozionale che non riesce a toccare i vertici della compatta e inattaccabile seconda metà del disco.
Sting è un avido lettore di Arthur Koestler, poliedrico intellettuale ungherese con passaporto britannico, i cui saggi spianano la strada al bassista verso l’opera del celeberrimo Carl Jung. Lo psicanalista svizzero è l’autore di La sincronicità (in Italia dal 1980 per i tipi di Bollati Boringhieri, ma pubblicato originariamente come Synchronicity: An Acausal Connecting Principle nel 1960), libro che folgora Sting al punto da infarcire Synchronicity I e Synchronicity II, i puntelli che aprono e chiudono la prima facciata del disco intitolato giusto per insistere sul tema allo stesso modo, di osservazioni basate sulla teoria del luminare del Canton Turgovia (secondo la quale alcune apparenti coincidenze non sono coincidenze ma qualcosa di più).
Accoppiata che musicalmente rappresenta il consolidamento del cambio di scenario attuato con Ghost In The Machine: se non sono “macchine” primarie, nell’economia dei Police attuali i sintetizzatori ricoprono per lo meno un ruolo importante. E non si tratta solo del Synclavier che Sting ha definito come “strumento ideale”, perché anche Copeland si avvale di percussioni synth (Walking In Your Footsteps e Wrapped Around Your Finger), e allo stesso tempo Summers non si risparmia nell’uso del Roland GR-700 Guitar Synthesizer.
La copertina di Synchronicity si divide in tre strisce orizzontali di foto in b/n dedicate ognuna a uno dei musicisti, poi evidenziate da un colore che cambia tra front & back cover. Sting domina al vertice in giallo (e blu sul retro), sotto di lui Copeland e infine Summers. (Ma si tratta solo della versione più comune: ne sono state stampate una miriade, in diverse combinazione dei colori che possono cambiare semplicemente nella sfumatura così come nella gerarchia posizionale dei musicisti; qualcuno dice 40, Goldmine Record Album Price Guide ne stima addirittura 93).
Una delle foto ritrae Sting leggere proprio Jung. Pur non essendo un concept dichiarato si può dire che nell’interesse del bassista per il pensatore svizzero, Synchronicity ha un filo, sottile o un po’ più spesso dipende dagli episodi, che cuce insieme l’intero lavoro. Fatto salvo i due soli episodi che non sono frutto dell’ingegno del leader oramai conclamato. La nevrotica Mother di Andy Summers (“ho avuto una madre piuttosto intensa che era molto concentrata su di me … ho subito una certa pressione da lei… è stata scritta in modo ironico, per essere un po’ divertente ma folle, un po’ ispirata a Captain Beefheart”), e la breve Miss Gradenko che seppur dettata dall’ipnotico arpeggiare di Summers è merito della fantasia di Stewart Copeland, abile nel tratteggiare una vicenda dai vaghi contorni del noir/spy-story da oltre “cortina di ferro” (forse reminiscenza dei racconti del padre, ex dipendente della CIA).
O My God, per chiudere la parata: non è un caso che il basso pronunciato, insieme ai lontani echi di reggae che trapuntano sia il lavoro ritmico sia il prodigarsi di Summers, ricordano i bei tempi in cui il clima tra i tre “poliziotti” era disteso. La prima strofa e il ritornello sono eredità di Three O’Clock Shot, un inedito di Sting e Summers ai tempi degli Strontium 90 poi diventati Police. Per attualizzarla il cantante ci aggiunge il suo sax e tutti insieme l’irrinunciabile, oramai, topping al gusto synth.
Quando esce Synchronicity i Police hanno in un pugno critica e pubblico letteralmente wrapped around their fingers, (quasi) proprio come canta il secondo singolo estratto dall’album, uscito l’8 luglio 1983 ed entrato nella top ten di UK e USA con la stessa facilità che porta il singolo in testa alle classifiche di tutto il mondo. Un successo, come era stato in maniera persino maggiore per il precedente Every Breath You Take, come sarà per King Of Pain, e per l’intero album che ricoprirà i musicisti, letteralmente, d’oro: Synchronicity, tra i tanti record registrati, verrà ricordato per avere spodestato dal 1° posto della classifica di Billboard, Thriller di Michael Jackson, fino a quel momento l’album più venduto di tutti i tempi.
Toccato il culmine, quasi arrivata a sfiorare il Sole come moderno Icaro, la “meravigliosa creatura” – per dirla à la Nannini – precipita e si schianta al suolo. Dopo l’ultimo concerto del tour di Sinchronicity, a Melbourne il 4 marzo 1984, dopo essere ufficialmente iniziata la carriera solista di Sting con la pubblicaziione The Dream Of The Blue Turtles (1985), e dopo tre concerti a sostegno del tour organizzato da Amnesty International intitolato A Conspiracy of Hope nel giugno del 1986, nel luglio dello stesso anno i Police entrano in studio per dare un seguito a Synchronicity, sforzo che non funzionerà. Come ebbe a dichiarare Andy Summers: “Il tentativo di registrare un nuovo album era condannato fin dall’inizio. La sera prima di entrare in studio Stewart si è rotto la clavicola cadendo da cavallo e questo ha fatto sì che perdessimo l’ultima possibilità di recuperare un po’ di affiatamento semplicemente suonando insieme. In ogni caso, era chiaro che Sting non aveva alcuna intenzione di scrivere nuove canzoni per i Police. Era un esercizio vuoto”. Le apparenti coincidenze che non sono coincidenze ma qualcosa di più. La sincronicità. Forse è proprio così.
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