Recensioni

Tra i settanta e gli ottanta i Police riuscirono nella difficile impresa di mettere d’accordo naufraghi del post-punk, rockettari inveterati e greggi di yuppies in embrione, lasciando in eredità almeno tre dischi epocali, una manciata di canzoni che non vogliono saperne di appassire e una “firma sonora” particolarissima: non molti, mi sembra, possono vantare palmares simili. Sospeso tra ingenuo entusiasmo e precoce compiutezza, Reggatta De Blanc arrivò nel ‘79 a bissare l’improvviso successo del folgorante debutto (Outlandos D’Amour, 1978), imponendosi come un’indimenticabile, fragorosa, coinvolgente opera seconda.
Tutto il tipico armamentario del trio viene sfacciatamente esibito fin dall’iniziale Message In A Bottle: rapida schermaglia introduttiva di basso e batteria, melodia serrata, i vocalizzi di Sting come un Marley impazzito, la chitarra ora graffiante ora diluita in esotiche dissonanze, drumming asciutto e impetuoso, l’escalation ritmica che nel finale si colora di mille riflessi, schegge e timbri, un volo radente impressionista sulle estreme capacità espressive del pop. Discorso che prosegue con Reggatta De Blanc, quasi uno strumentale (a parte un abbozzo di melodia urlato) abitato dalle stilettate rarefatte e metalliche di Summers e – soprattutto – da Copeland e la sua capacità di comprimere l’energia, caricarla di straordinari cromatismi, lasciarla infine precipitare in una sorta di rollercoaster emozionale, veemente, pulviscolare, stilizzata, libera…
Con la successiva It’s Alright For You si torna coi piedi per terra, tra velleità “garage” e progressioni armoniche all’adrenalina: Sting spiana il basso ad alzo zero e carica a mille un giro spezzato, mentre i due commilitoni sparano colpi ora beffardi (un ironico assolo-sirena) ora letali (sentite come montano chitarra e drumming in una coda acidissima, il suono che ispessisce, diventa un brodo di colori e visioni). A questo punto, ci sono i primi trenta secondi di Bring On The Night: due bacchette-ali-di-farfalla pungolano il nervolino del ritmo mentre il basso definisce spazialità mute ed echeggianti, e tanto basterebbe per interminabili repeat, anche senza il successivo plateau melodico su cui germogliano distorsioni acute, fraseggi capricciosi, assedi ruvidi, arcobaleni ondeggianti in diretta da Uranio…
Torniamo un istante sulla terra con Deatwish, suggestione fifties passata al vaglio di sonorità inflessibili e nitidissime, buona ad apparecchiare lo spirito per le palpitanti desolazioni di Walking On The Moon, uno degli apici formali dei tre poliziotti, reggae sospeso tra spazialità jazzate e malinconiche ombrosità soul: non mi stancherò mai, presumo, del lavoro di Copeland in questo brano, quella percussività “ambientale” capace di confondere e avvinghiare spazio e tempo, di definire i limiti fisici entro i quali Sting e Summers possono svolgere compiti tutto sommato di prammatica (un canto quasi dimesso sulla povera melodia, il giro di basso pressoché seriale, così come i clang ritmici della chitarra).
Torniamo tra le braccia dell’antica malizia r’n’r’ grazie ad una scellerata On Any Other Day, ideale introduzione al reggae nevrotico di The Bed’s Too Big Without You, ossessivo in ogni suo componente, dal giro di basso alla cadenza implacabile e sghemba della batteria. Ci sbatte invece in faccia un bel frullato di colori la successiva Contact, figlia innaturale di marzialità “kraut” e matematiche accelerazioni post-ska, il basso ipertrofico a sommergere (piacevolmente) la tavolozza cangiante a cura dei soliti (mostruosi) Summers e Copeland: pezzo fresco e “obliquo” che – chissà – forse sarebbe (sarà) piaciuto a un certo Syd Barrett…
Segue una sconcertante Does Everyone Stare, dal sottile e inconsulto basso motoristico, il piano che detta la ritmica in levare, la voce involuta di Copeland poi quella invasata di Sting, un fantasma di sample operistico (!), scie di archi spettrali, un crescendo da cardiopalma che nel finale si dissolve – filmicamente – in nero: bellissimo, oscuro oggetto da riscoprire. Chiude scoppiettando No Time This Time, delirio ritmico (Copeland non sbaglia un colpo, tra grappoli crepitanti e spiattate secchissime) e melodia circolare con il velopendulo e i polpastrelli di Sting messi a dura prova (se la cavano egregiamente entrambi), mentre Summers si dimostra eminentemente sprecato nelle situazioni “normali” (l’assolo e l’accompagnamento sanno di mero mestiere).
Punto e accapo: seguiranno due album contraddittori (il frettoloso Zenyatta Mondatta, il problematico Ghost In The Machine), una fama sterminata e lo stupendo epitaffio di Synchronicity (1983), in bilico tra acidità rabbiose e aspre raffinatezze, titolare di quella Every Breath You Take che definì standard pop ancora attualissimi e abbondantemente scopiazzati. Inaspettato e repentino, quindi, lo scioglimento del gruppo: Sting prosegue sulla scia di un enorme successo commerciale, Copeland e Summers più defilati tra soundtrack suggestive e ritorni di fiamma per l’amato jazz. Sembra finita qui, ma tra il 2007-2008 arriva un’aspettata reunion che li porta in un tour celebrativo in giro per il mondo per i 30 anni dal loro esordio.
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