Recensioni

Mass Romantic guadagnò alla band fior di elogi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Juno Award (in pratica il Grammy canadese ) come miglior album alternativo, a cui seguì un trionfale tour statunitense dove gli capitò di dividere il palco con Ray Davies nientemeno. Malgrado tutto questo “carburante” però – a testimoniare la benedetta inconsistenza del combo – occorsero tre anni per licenziare l’opera seconda Electric Version: tredici frutti popadelici in sempre più ruspante versione elettrica, giusto come titolo vuole. Peccato ahiloro che rispetto al corrusco debutto l'ispirazione sembri un po' in affanno, nonostante la formula sonora continui a proporre impasti psych, glam, surf e power che è una bellezza, che le angolosità trasudino ludibrio, che le accelerate tradiscano tempeste ormonali e le sospensioni una suppurante visionarietà. Le canzoni però annaspano, faticano a trovare quadrature memorabili (a parte un paio di circostanze) potendo contare su poche melodie adesive, ragion per cui le buone intenzioni finiscono spesso col rimanere tali.
Tuttavia, è sempre contagioso l'alternarsi vocale, cariche le corde, ipercinetici i tamburi. Insomma, siamo di fronte ad un lavoro da cui traspare l'indubbio mestiere e (quindi) la prosaica intenzione di volersi intrattenimento nudo e crudo, né più né meno. Anzi, a dirla tutta, più meno che più, nel senso che talora la piega si fa fin troppo accomodante, addentrandosi senza remore nel territorio del radiofonico più mero e deleterio. Fortuna che c'è sempre in agguato quella certa verve che scava nicchie scomode, deviando in agro sconcerto, brandendo fotogrammi acidificati.
Scorre così un programma tutto sommato frizzantello, rapido e variegato, tredici pezzi che fanno baluginare la silhouette di Kinks e Supertramp (l'irruenza impertinente di Chump Change), Pavement (la spigolosità sorniona di From Blown Speakers) e Soft Boys (l'iperstrutturata Testament To Youth In Verse), concedendosi curiose ibridazioni come Loose Translation (omeopatie Beatles in salsa T. Rex/Beach Boys) o It's Only Divine Right (i Pixies riletti dai Buggles o viceversa). Tutti pezzi gradevoli con qualche passaggio irresistibile, ma vieppiù incapaci di oltrepassare la soglia della carineria. Cosa che accade invece con il surf travolgente di The Laws Have Changed, non a caso nobilitato da una irresistibile primo piano di Neko Case, sulla cui generosa performance vocale il chorus s'impenna e fa le fusa, sculetta e vacilla, ammicca e abbraccia con la palpitante lascivia di cui la sappiamo capace, ciò che del resto un po' avviene anche in All Swinging You Around (quasi un'antica allegria R.E.M.).
Il resto è florilegio di organi pungenti e clavicembali asprigni, festose centrifughe popsicle e febbrili svolte melodiche, fino alla conclusiva Miss Teen Wordpower, che tra venature acide e nevrastenie wave si concede una palpitazione di feedback col basso a comandare il decollo dell'organo, ed è il modo in cui i New Pornographers guardano il cielo. Senza troppo genio, almeno questa volta.
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