Recensioni

Secondo album delle Mothers Of Invention di Frank Zappa, Absolutely Free riprende l’impostazione dissacrante e satirica di Freak Out!, il disco che aveva messo nero su nero vinile la turbinante proposta del braccio musicale armato della controcultura losangelina. Ancora coprodotto da Tom Wilson, registrato in sole quattro doppie sessioni (24 ore in tutto) a metà novembre 1966, Absolutely Free uscirà solo il 26 maggio 1967, una volta risolte le questioni di autocensura con la casa discografica: solo pochi giorni prima quindi di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, album la cui struttura ha preso sicuramente, anche se sottotraccia, più di un riferimento dal lavoro delle Mothers (lo sviluppo senza interruzioni delle canzoni, la reprise in chiusura di un brano in apertura, i crescendo orchestrali…). I due dischi esprimono lo yin e lo yang della Summer Of Love: tanto più solare e aperto è Sgt. Pepper, tanto è più oscuro, cinico e disincantato Absolutely Free. Entrambe opere di importanza clamorosa, indispensabili capisaldi della storia della cultura contemporanea e ancora in grado oggi, a cinquanta anni di distanza, di dare scosse ed emozioni.
Dalla band di Freak Out! è uscito il chitarrista Elliot Ingber, sostituito da Jim Fielder (che a sua volta lascerà il gruppo nel febbraio del ’67, mesi prima dell’uscita di Absolutely Free: il suo nome verrà tolto dai credits dell’album); a Zappa, Ray Collins, Jimmy Carl Black e Roy Estrada si aggiungono Don Preston (tastiere), Bunk Gardner (fiati) e Billy Mundi (percussioni), alzando il livello qualitativo dell’ensemble. L’album è composto da due suite, una per lato del disco: i primi due di una serie di “Underground Oratorios”, precisa la tracklist. La definizione dell’Oxford English Dictionary di oratorio è «lavoro musicale in larga scala, di solito narrativo, per orchestra e voci, senza scene, costumi e azione»: sintesi perfetta del disco, centrifuga di citazioni alte e basse, flusso inarrestabile di satira eversiva.
La side A si apre presentando il Presidente degli Stati Uniti in evidente stato confusionale. Plastic People è costruita su Louie Louie, ovvero uno dei più triti standard di quel mondo pop amato/odiato da Zappa, ma in tre minuti e quaranta i passaggi di stile sono tanti, replicando nel micro il macromondo dell’album. I riferimenti nel testo agli scontri tra freaks e polizia davanti al locale Pandora’s Box sul Sunset Boulevard si tramutano in surrealistici richiami alla verdura e alle prugne secche: la love song The Duke Of Prunes/The Duke Regains His Chops (il riferimento a Duke Of Earl di Gene Chandler rimane più implicito, mentre vengono invocate direttamente le Supremes), farcita da incongrue (quindi perfette) citazioni stravinskijane (Amnesia Vivace), precipita in inno alla regolarità intestinale (Call Any Vegetable/Invocation & Ritual Dance Of The Young Pumpkin/Soft-Sell Conclusion: tripudio di follia tra Holst, i Beatles di Twist & Shout, pernacchie, yodeling, assoli incrociati tra Zappa e Gardner, ancora Stravinskij, blues e Ives): «Dada dynamite», commenta lo stesso Zappa.
L’«oratorio underground» del lato B è intitolato «The M.O.I. American Pageant», ovvero la versione delle Mothers di uno dei libri di testo di storia più utilizzati nelle high school americane. «One, two, buckle my shoe»: America Drinks comincia con l’incipit di una popolare nursery rhyme, prende spunto da Little Red Book di Bacharach («Da-Doop Doop Doop») e prosegue sghemba su base swing fino a diventare circense (la Marcia dei Gladiatori di Julius Fučík e altri detriti); Status Back Baby “è una canzone sull’America con l’acne” (rifacimento di un brano della proto rock-opera I Was A Teen-age Maltshop, realizzata nel ’64 con Captain Beefheart e mai ufficialmente pubblicata), tra ragazze pon pon e l’ordine di DeMolay, con citazioni da Petrushka di Stravinskij. «I’m dreaming» …of a white Christmas: Uncle Bernie Farm è “una canzone sui brutti giocattoli” a disposizione del bambino americano medio, tra i quali, oltre a bombe, tirapugni e bambole che ruttano e pisciano, c’è tanta plastic people (mamma, papà, il Congresso, l’uomo che comanda la nazione) che quando si scioglie comincia a puzzare. Son Of Suzy Creamcheese (ancora Louie Louie!) approfondisce, attraverso un tour de force di cambi di tempo, il personaggio introdotto in Freak Out!, utilizzando anche qui la terminologia da horror movie di serie B (“il ritorno del figlio di Monster Magnet”): una freaky groupie che si fa di acido, frequenta i locali (Canter’s) e la gente (Vito Paulekas) giusta, e partecipa alle marce di protesta a Berkeley. Il pezzo forte della suite è la potentissima Brown Shoes Don’t Make It, meccanismo ad orologeria alla Looney Tunes che in sette minuti e mezzo racchiude un mondo di mondi musicali per “un esplicito atto d’accusa contro la corruzione dei governanti e la vuota sterilità della società consumistica americana” (Barry Miles): hard rock, psichedelia, music hall, jazz, riferimenti beachboysiani, musica classica tonale e atonale (le Mothers sono qui coadiuvate da un quartetto d’archi e due fiati ulteriori) per raccontare l’ipocrisia di sindaci che nascondono fantasie sessuali su provocanti tredicenni. Il titolo fa riferimento ad un articolo del Time del 1966: le scarpe marroni (One, two, buckle my shoe…) sono quelle che il Presidente Lyndon B. Johnson indossava con un completo grigio il giorno prima di una sua visita in Vietnam. La side B si chiude come si era aperta (come Sgt. Pepper!): America Drinks & Goes Home manda tutti a casa parodiando la lounge music che Zappa suonava alla fine degli anni Cinquanta con Joe Perrino & The Mellotones, in un tripudio di voci ubriache e registratori di cassa.
Nelle riedizioni in digitale tra i due oratori sono inserite le due canzoni che componevano il 45 giri uscito ad aprile 1967 per riempire il buco discografico in attesa dell’uscita dell’album: Why Dontcha Do Me Right?, semplice blues rock che nella sua scolasticità sembra essere stato suonato tutto da Zappa in sovraregistrazione, e Big Leg Emma, divertente giochino in stile Fifties presleyano («There’s a big dilemma / About my Big Leg Emma»). L’inserzione a forza delle due bonus track un po’ inquina il concept di Absolutely Free, ma non tanto da scalfirne la portata. Ascolto irrinunciabile.
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