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Finiranno i combustibili fossili e l’acqua potabile. Finirà l’aria pura – anzi – respirabile. Finiranno le scorte alimentari e le democrazie. Finirà tutto, in questo mondo divorato dal nostro appetito da specie suicida. Ma non finirà la nostalgia. Di quella ne avremo in abbondanza, sempre di più. Vivremo in un mondo plasmato dalla nostalgia, non riusciremo a vedere, assaporare, comprendere nulla che non abbia attraversato la sua membrana (una membrana polverosa come un’ala di farfalla). Il passato sarà l’unico futuro di cui comprenderemo la lingua, ma non servirà a non rimpiangerlo. Ecco: la nostalgia potrebbe essere (sarà) un modo per rimpiangere il futuro, peraltro ipotetico, ovvero quel futuro che non avremo la possibilità di vivere, che non sapremo realizzare. Un futuro tradito fin da quando avevamo i piedi e le prospettive ben piantate nel passato. Ma dovevamo parlare di un disco, vero?  

Prodotto da prodotto da Alessandro Fiori e Stefano Amerigo Santoni, Amore democristiano è l’album d’esordio degli irpini (di Avellino) The Mita, nome che già schiude crepe spaziotempo e ti proietta nel cuore biancosporco della Prima Repubblica, in quel Belpaese che pascolava negli scintillanti Ottanta e pazienza se l’erba cresceva su macerie di ogni ordine e grado, tra cui quelle provocate dal disastroso terremoto in Irpinia (appunto) del novembre 1980. Le dieci canzoni  sono teatrini sardonici costruiti con elementi stilistici ben riconoscibili, soprattutto la new wave che si lasciava alle spalle le turbolenze dei Settanta e il synth-pop che li faceva evaporare in una nuvola radiofonica al neon, appropriandosi altresì del catalogo ideologico dell’epoca, dei feticci del costume e dei tic culturali. 

Sotto la patina dell’ironia – accentuata dal canto beffardo di Luca Caserta – cova una tensione evidente tra nostalgia (appunto) e allarme per la persistenza di certe strutture mentali da cui non sappiamo liberarci. Come dire, non si finisce mai di non uscire vivi dagli anni Ottanta. E tutto ciò escogitando piccoli ordigni pop che colpiscono in pieno il bersaglio:  si prenda a tal proposito Metalmeccanica d’amore – più o meno dei Cure caramellati Alberto Camerini – o ancor più quella Postal Market che ti spedisce in una festicciola delle medie ai tempi degli amori disperati di Nada e dei palloncini rossi di Nena

La vena comunque pulsa anche più oscura, come nelle frequenze New Order – ma ancora quasi Joy Division – di Educazione sentimentale (“Non potevi leggere la Gamberale/Invece di Camus”) e nella ballata a tinte melò di Nagasaki. Tuttavia predomina un senso di gioco, o meglio di disimpegno mimetico, come un fare i conti con nevrosi e sclerosi esistenziali un cortocircuito temporale alla volta (il collasso post punk tra Skiantos e Ivan Cattaneo di Due vasche – “I tempi stan cambiando/Solo tisane al mango” – o l’acredine strattonata Devo di Evita però), e c’è pure posto per Ichea, lenta ballad a base di organo e (addirittura) violino che declama amore surreale come potrebbe un Robyn Hitchcock ipnotizzato da John Cale.

Potremmo definirlo un album divertente, e sarebbe abbastanza. Poi però devi toglierti quelle spine dalla pelle, dalla testa, dal cuore. E chiamare tutto questo, se vuoi, nostalgia. 

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