Recensioni

La vena bollente e sparsa delle ballate folk-psych contagiata dai vibrioni stordenti del post-rock. Oppure, viceversa, il disincanto sperso del post recuperato alla pienezza emotiva del folk-rock psichedelico. Una delle due, forse entrambe, o nessuna. Il punto di equilibrio raggiunto da questo quartetto padovano all'esordio non ci permette di cogliere la direzione. In questo omonimo esordio – per il quale si sono scomodate ben tre etichette, In the Bottle Records, Fooltribe e Upupa – è tutto un gettare reti matematiche tra la spuma di un'onda impetuosa e la risacca asprigna, l'elettricità come un refolo noise a sparpagliare melodie accattivanti ma sempre un attimo prima di scivolare nell'indulgenza.
Vale a dire, a tratti ricordano i più morbidi Smashing Pumpkins via Folk Implosion (Rat), degli striniti Neutral Milk Hotel (Saigon) o una versione struggente dei Jayhawks (Sickness of the Great Nothing), o ancora un incrocio sottile e scafato tra Polvo, Decemberists e Mike Scott (la notevole Loser Song, la circospetta tensione di The Seventh Tale). Nulla d'inaudito quindi, ma abbastanza congruo da risultare convincente e a tratti avvincente. Un passo oltre l'estetica del "farci" che ammorba troppe proposte nostrane. La scala per diventare grandi è tutta da salire, ma intanto è imboccata.
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