Recensioni

7.3

Ed ecco quindi The Good, The Bad And The Queen, nome che anzitutto battezza un album che, concettualmente, potrebbe essere il nuovo The Queen Is Dead. O meglio, una sua versione meno sferzante e satirica, che si serve piuttosto di ricordi personali ed invenzioni letterarie per compiere un’amara riflessione sull’Inghilterra di oggi: una nazione alla ricerca di un’identità, persa tra le mille sfaccettature della mescolanza etnica e i problemi e le contraddizioni dei giorni nostri.
Come in Kingdom Of Doom, che si interroga sull’attualità di un Paese che non sa ammettere le proprie responsabilità; o nel mood welleriano di A Soldier’s Tale, riflessione sulla guerra, tra Iraq e Afghanistan, con citazione western morriconiana (e si ritorna al titolo del disco, dove il Cattivo risulta alla fine essere anche The Queen).

Così Damon pesca, assembla, strappa e ricuce brandelli di passato musicale e vita vissuta (vedi 80’s Life, pop song con echi 50’s sul crescere in quegli anni), in un ibrido che frulla in egual misura le parti che lo compongono. Ovviamente Blur (i classici nella title track, i recenti in History Song), Gorillaz (la voce filtrata à la Feel Good Inc.del primo singolo Herculean, le particelle electro di Northern Whale, che ha in sé i germi della melodia di As Tears Go By) e i Clash sandinisti (con tanto di semi-citazione di London Calling sul finale di Kingdom of Doom); e poi a dosi varie reggae, pop (la beatlesiana Green Fields), folk, old time music, psichedelia, dub (la malinconica Behind the Sun per John Peel), ed umori world (Three Parts).

Detto così, tutto risulta fin troppo ovvio. Ma The Good The Bad And The Queen colpisce nel segno proprio quando, aldilà di citazioni e contaminazioni, riesce a far leva su una certa impostazione letteraria ed iconografica, come se si trattasse di un volume di inizio secolo o di una vecchia pellicola. E non ci riferiamo soltanto ai testi o all’artwork o al look dei quattro, quanto al fascino tutto personale che l’intero progetto, vuoi o non vuoi, esercita su chi vi si accosta. Vintage e post-moderno al tempo stesso, Albarn riesce infine a raccontare la sua storia proprio nel modo in cui voleva, da abile burattinaio quale è diventato; e pazienza se la natura stessa del progetto fa pensare a un atto unico: è giusto così.

Fare centro con un side project è un’impresa piuttosto rara. Damon ci è riuscito. Di nuovo.

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