Recensioni

7

Passa appena un anno dal primo – per certi versi sorprendente – Gallowsbird’s Barke i fratelli Friedberger hanno già pronto un lavoro ancora più
ambizioso: un mastodonte di quasi 80 minuti, composto da tredici tracce
la cui maggior parte va raramente al di sotto dei cinque. Con Blueberry Boati Fiery Furnaces non si pongono limiti di sorta e puntano in alto,
tirando fuori dal cilindro una valanga di invenzioni decisamente
ispirate. Rispetto al disco precedente, il paesaggio sonoro si
arricchisce di qualche beat elettronico e sparuti synth analogici, il
sostrato garage viene infiltrato da sfumature più classiche (oltre ai
già venerati Velvet Underground e Pink Floyd)
e, soprattutto, spesso e volentieri si va oltre gli angusti limiti
della canzone, dirigendo improvvisamente i brani nelle direzioni più
inaspettate. Viene in mente il prog rock, certo, ma in questo caso
siamo probabilmente più vicini alle rock-opera degli Who (un mito d’infanzia di Matthew), alle pantomime dei Genesis, alle farse di Zappa e Residents. Più volte emergono melodie di quelle irresistibili – Chris Michaels, Mason city (che sembrano uscite dalla penna di Pete Townshend), Wolf Notes (degna del Gabriel più classico), Chief Inspector Blancheflower (suite sorprendente dal forte sapore british), Birdie brain (straniante filastrocca/walzer in odore di Barrett); si riesce a suonare classici in modo sperimentale – Blueberry Boat (strumentale psichedelico fitto di espedienti circensi), 1917 (figlia diretta di Black Angel’s Death Song) – non dimenticando l’attitudine per il cabaret (My Dog Was Lost But Now He’s Found)
nonché quella per il rock urbano (specialmente nelle chitarre, tra Reed
e Neil Young); insomma, un’opera massimalista e spiazzante, la cui sola
costante è il canto fiabesco e acido di Eleanor, (post) moderna Alice
nel paese delle meraviglie allestito dal fratello.

Il
primo impatto con questo disco può quindi essere straniante:
un’ubriacatura di intuizioni, di sviluppi inattesi, di mood
selvaggiamente altalenanti, di colpi di teatro ad effetto, di testi
surreali e dada. Ma, a dispetto della sua mole e della sua sostanza
(non certo lieve), Blueberry Boat non solo
resiste agli ascolti, ma rivela costantemente nuove sfumature,
rivelandosi in definitiva un disco complesso e ricco di chiavi di
lettura diverse, se non potenzialmente infinite.

Quando le parole
chiave finiscono con l’essere tante e tutte tanto poco adatte
(indie-pop, rock, dream-pop, progressive?), si ha di fronte qualcosa di
originale. Quando il disco in questione non si stacca nemmeno dallo
stereo, e invoglia sempre a nuovi ascolti, forse allora si tratta anche
di capolavoro. Nel caso di questo disco, ci siamo quasi: in realtà, per
raggiungere risultati ancora migliori ai Fiery Furnaces basterà
“addomesticare” questo estro imbizzarrito nelle briglie della canonica
canzone pop.

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