Recensioni

7.3

Alex Willner al terzo disco a nome The Field. Strafatto ancora una volta di loop che riprendono la lezione daftpunkiana e la infarciscono di savoir faire ‘easy’-tech ereditato da quel piacione per le masse di Paul Kalkbrenner. Praticamente una minimal shoegaze che esce dal tunnel psichedelico e rientra nell’organic techno berlinese. Una visione sonica che esce dallo schematismo della cassa dritta, confondendo le acque con suoni più rarefatti e leggeri. A discapito delle fumate psichedeliche, l'uomo innesca un meccanismo robo-meccanico che il kraut ha da sempre trasformato in umano – la lezione della men machine kraftwerkiana tanto per intenderci – tagliando il break con tappetini new-age (It’s Up There) e un modernariato glo d'effetto con l'ovvio richiamo al percussionismo di Steve Reich (Burned Out).

Un disco da viaggio, meno pestato dei precedenti e più da autostrada mentale; sette lunghe tracce che per essere capite al meglio vanno ascoltate ad altissimo volume per non pensare troppo alla scarna palette sonora che potrebbe scoraggiare i clubbers più avvezzi alla pista e far gasare invece chi sta più di metà della serata al bancone. Non è un caso infatti che il lavoro sia stato pompato dagli hipster di Pitchfork: che sia uno dei tanti segnali di come il looppismo spinto sia un trick compositivo da thumbs up anche per chi ha da sempre e solo pogato sotto il palco? 

Il lavoro di Willner alla lunga fa intravvedere una dimensione ‘rock’ (tra moltissime virgolette) innestata nell’elettronica post-IDM: vedi l’uso à la Badalamenti delle vocals e del piano in Then It’s White, la citazione Eno + Byrne pure in Burned Out, le coordinate kosmische di Lindstrøm (la titletrack) e pure i rave dei primi Orbital (Is This Power). Per chi nel weekend ha la testa nel club probabilmente il full perde un po' di energia rispetto al passato. Ma la forza di questo disco sta proprio nella capacità di coniugare mondi e pubblici differenti senza scadere nella banalità di troppa pop-wave snob contemporanea, elevando il looping a nuove ‘magnifiche sorti e progressive’. Ben fatto Alex. 

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