Recensioni

Proseguendo nel suo lungo viaggio, il veliero The Decemberists arriva fino al Vecchio Continente, e più precisamente sbarca in Spagna. L’ep in questione è stato stampato infatti dall’Acuarela di Madrid, etichetta che nel corso degli ultimi due lustri si è guadagnata sul campo il titolo di miglior indie label iberica. Titolo conquistato scoprendo e promuovendo artisti locali come i Migala, Sr. Chinarro, Emak Bakia, Manta Ray, Mus, Refree, Aroah e Viva Las Vegas; ma in particolar modo grazie alla felice intuizione di commissionare degli ep esclusivi ad artisti stranieri appartenenti alle scene musicali più disparate, con l’unico punto in comune di essere apprezzati per sensibilità o originalità dallo staff (ed in primis dal boss Jesus Llorente) dell’etichetta stessa.
E quindi ecco vedere partecipare all’ iniziativa nomi del calibro di Will Oldham, Thalia Zedek, Piano Magic, Spokane, Sodastream, The Album Leaf, Early Day Miners, Tara Jane O’Neil, The Clientele, Zephyrs, Xiu Xiu solo per citarne alcuni, che hanno permesso all’Acuarela di acquistare grande visibilità e credibilità ben al di fuori dei propri confini nazionali. Summa di questa operazione di conquista del mercato estero sono state le Acuarela Songs, compilation arrivate al terzo volume, nelle quali sono incluse canzoni inedite, e scritte appositamente per l’occasione, di artisti, band, entità musicali, che come unico obbligo avevano quello di inserire la parola acquerello (acuarela, appunto in castigliano, o watercolour in inglese) come titolo del brano o all’interno del testo.
Tornando a The Tain, Colin Meloy ha deciso di ispirarsi liberamente all’omonimo poema epico irlandese scritto nell’ ottavo secolo. La sua versione, suddivisa in cinque parti, e composta con l’aiuto di Rachel Blumberg (autrice del quarto capitolo), risulta essere, musicalmente parlando, l’opera più massimalista, enfatica e ridondante mai uscita a nome della band. Un unico brano, come precedentemente detto, diviso, solo a livello narrativo, in cinque sezioni. Venti minuti scarsi di flusso sonoro dove all’interno possiamo trovare di volta in volta l’hard-blues psichedelico dei Coral del debutto, il pop sinfonico dei Polyphonic Spree, mescolati e frullati con le sonorità più canoniche dei dicembrini. Special guest Chris Walla dei Death Cab For Cutie, che donaalla causa la sua voce e la sua abilità di produttore.
Pur apprezzando l’idea e lo spirito dell’operazione non si può fare a meno di notare come The Tain risulti essere il picco più basso della carriera di Meloy e co., in particolar modo a causa della sua estrema e prolissa eterogeneità, nonché della scelta di portare il suono verso territori più elettrici, ma non abbastanza incisivi, causando un totale effetto di pesantezza e spossatezza nell’ascoltatore. D’altronde quando si comincia a combattere su un territorio nuovo, in terra straniera, il classico passo falso è sempre dietro l’angolo. L’importante è ritirarsi velocemente per ridurre al minimo le perdite, e cercare di riorganizzarsi quanto prima. Quello che è certo è che la prossima volta il nemico non avrà pietà. Il capitano Meloy e i Decemberists sono avvertiti.
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