Recensioni

7.5

C’è voluta la benemerita Area Pirata per avere finalmente a disposizione praticamente tutto ciò che venne prodotto da una esperienza (in questo caso l’aggettivo ci sta tutto) seminale come quella dei Carnival Of Fools. A differenza della compilation Blues Get Off My Shoulder di una ventina di anni fa, infatti, in questo doppio dal titolo più che esplicito si ritrova tutto ciò che la formazione capitanata da un giovane Mauro Ermanno Giovanardi, noto come Joe, fondatore e frontman intorno a cui ruotarono realisticamente più musicisti che pubblicazioni discografiche, registrò nel lustro scarso di attività; lustro che a ben vedere coincise con i semi da cui, qualche anno più tardi, sarebbe germinata la fascinazione dell’Italia musicale per l’underground indi(e)pendente.

Ecco quindi cronologicamente e filologicamente compilati, i 3 full length Blues Get Off My Shoulder (1989), Religious Folk (1992) e Towards The Lighted Town (1993), tutti editi dalla Vox Pop, più la versione piano e voce di Love Will Tear Us Apart, uscita in split 7” con gli Afterhours (e infatti è Agnelli a suonare il piano) e nel tributo Something About Joy (Vox Pop, 1990), la cover di Shadows Of A Doubt apparsa sul tributo ai Sonic Youth Gioventù Sonica, una It’s Just That Song (Live in Bloom) catturata live nel locale milanese e tratta dalla compila Bloom Live Vol. 1 del 1992 e una inedita versione live in studio di Shehellshell.

Se nelle cover esce fuori l’animo se non proprio iconoclasta, quanto meno sfacciato e sperimentale nei confronti delle proprie “radici” – una Love Will Tear Us Apart che pare trattata come i Coil fecero con Tainted Love; una Shadows Of A Doubt che trasforma la cacofonia dei newyorchesi in un bluesaccio alla australiana, una Summertime che sembra un caleidoscopio tanto desertico quanto lisergico –, nelle composizioni originali esce fuori (prevalentemente) il blues, via via declinato in forme diverse: un po’ sixties psych, un po’ post-punk, un po’ garage. Non quello canonico ma quello alla australiana, ovvero deformato e grezzo e posseduto e lacerato che fu di band molto affini come Birthday Party e Bad Seeds, Beasts Of Bourbon, King Salmon e Hugo Race. Non le citiamo a caso ma perché oltre a giocarsela sullo stesso tavolo sonoro e con la stessa forza, attrattività, fascino, i Carnival intrecciarono spesso la loro breve esistenza con quella dei succitati, suonando con Hugo Race, andando in tour coi Beasts e aprendo, su esplicita richiesta di Mick Harvey, un concerto milanese di Nick Cave.

Concerto che fu praticamente la fine dell’esperienza Carnival con Joe ormai proiettato verso i La Crus e i restanti tre dell’ultima incarnazione dei Carnival (Luca Talamazzi, Maurizio Raspante e Mox Cristadoro) a proseguire come Santa Sangre. Ascoltare pezzi come Raving o Blah Blah Blues, SheHellShell o Swingin’ Thru The Chaos, Bright Morn o The Stranger dimostra la statura di una formazione che, nel continuo variare intorno al perno-Giovanardi, ha sempre dimostrato una coerenza e una lucidità più che invidiabili. E sì, parliamo spesso di best kept secret lamentandoci che forse sarebbe stato meglio che quei “segreti” non rimanessero tali, ma a giudicare dal percorso dei Carnival e dalle filiazioni, dirette o indirette (vedi alla voce Santa Sangre ma anche Tupelo, Playground, Satantango, ecc.), questa formazione, questa musica, questo atteggiamento ha realisticamente segnato dalle basi il decennio d’oro dell’indie italiano.

Perché, rubando le parole alle liner notes di Roberto Calabrò, se “nella Milano da bere degli anni Ottanta, con il Partito Socialista al comando tra potere esibito e mazzette nascoste, non tutto scintilla di soldi, di aperitivi, di edonismo sfrenato, di feste mondane, di moda e cocaina” è anche merito di Joe, dei Carnival Of Fools, della Vox Pop. Blues, get on my shoulder, since 1989.

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