Recensioni

Khaela e Melissa sono innamorate. Il progetto Blow, che dal 2007 le vede coinvolte insieme, è una sorta di patto d’amore, di generatore automatico di ironia appassionata in salsa electro-pop e lo-fi. Khaela, da Portland, Oregon, ex Microphones, portava le sue idee laterali in giro con l’amica Jona Bechtolt, aka Yacht, dal 2004, fino a quando l’artista di Shangri-La, per ragioni legate al sovraffollamento di progetti, ha ceduto lo scettro a Melissa Dyne. L’album omonimo, dunque, è una sorta di cambiamento di rotta, non solo perché è il primo senza la collaborazione preziosa di Yacht, ma, soprattutto, perché vede le due musiciste coinvolte su più fronti. E, certamente, la sfida vale la posta in palio, quella cioè di superare la popolarità guadagnata dal duo ai tempi del bel Paper Television (2007).
Il cambio di line up e la svolta esistenziale, più che estetica, dei Blow, dunque, producono una serie di controindicazioni (chiamiamoli pure cambiamenti) inevitabili. Non ultima, il sacrificio di una certa profondità negli arrangiamenti, con susseguente perdita di beat e profondità, elementi che rendono solitamente l’electro-pop un genere dignitosissimo. Intendiamoci, l’indole scherzosa (e spesso molto sentimentale) era ben presente anche nei lavori in collaborazione con Yacht, ma qui pare prendere decisamente il sopravvento, lasciando da parte quella vena un po’ graffiata, meno melodica e Metric oriented, che aveva caratterizzato, ad esempio, Paper Television.
L’amore rende ciechi, ma non sordi. Già perché, nonostante le inevitabili virate e l’assenza di qualche sofisticheria in più, The Blow è un disco fortunato. Lo è perché – e magari non ne sono consapevoli neanche le titolari del progetto – il minimalismo della forma, i silenzi, l’enorme spazio lasciato ai testi (e alle voci) diventano un’arma vincente, collocando il disco nei pressi di qualche recente (e fortunata) uscita 4AD (se non Grimes, sicuramente tUnE-yArDs). Khaesla Maricich concepisce, dunque, dieci episodi d’aforismi e ironia, dove le stesse basi musicali (e Like Girls ne è un esempio lampante) fungono da deterrente kitsch (che poi non l’abbiamo mai capito qual è veramente il confine col trash…) e malizioso.
Tema dominante, manco a dirlo, è il gender study, molto meno serioso di quello da biblioteca, ma comunque interessante. “Vuole parlarti perché sei una ragazza / e a lui piacciono le ragazze / a noi tutti piacciono le ragazze” si canta in Like Girls, ma anche le derivazioni più introspettive che aprono il disco e sanciscono il tema erotico (in senso etimologico) non sono da meno: “Pensavo a cosa fosse l’amore/ ma è venuto fuori che non avevo mai visto questa roba /…/ Cercavamo l’amore ma avremmo dovuto solo farlo accadere” recita Make It Up. E continua in questo stile l’ottovolante emozionale di Blow, concepito povero di musica, ma terribilmente olografico. E la timidezza di Khaela – che è difficile da non notare sotto i beat epatici di qualche brano veramente ben riuscito – diventa, per l’occasione, una qualità imprescindibile del disco: l’afro-jazz di I Tell Myself Everything, Hey (la cui interiezione del titolo sottolinea di nuovo la bipolarità rabbia/impassibilità) quasi ricorda qualche pattern di Joni Mitchell, la pessimista Not Dead Yet sembra citare i Depeche Mode di Home.
Fosse stato un esordio, il voto sarebbe stato diverso. Ma, se da più di dieci anni manca un disco (questo è il sesto fra eppì ed elleppì) completo e commestibile anche per i palati più sofisticati, un problema ci sarà. E il cambio di formazione – sebbene diverta leggerlo in chiave romantica – non aiuta di certo. Per una volta, potremmo fingere di trovarci davanti a una band vergine, che deve solo inquadrarsi meglio per poter entrare nei giradischi di tutti.
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