Recensioni
The Angels of Light
Everything is good Here / Please Come Home
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Edoardo Bridda
- 1 Gennaio 2003

Il nuovo lavoro degli Angels Of Light dimostra l’invidiabile continuità artistica del suo ideatore, Michael Gira. In Everything Is Good Here/Please Come Home ritroviamo di fatti la passione del cantautore newyorchese per l’ossessione umana, una spasmodica ricerca del senso dell’esistere, un viaggio nei meandri d’una psiche che strumentalizza brutalmente il corpo fino a martoriarlo e infine rifiutarlo perché involucro cingente e insopportabilmente imprescindibile. Può essere la brama di denaro, il desiderio di salvezza, il bisogno dell’amore o della morte, in ogni volere umano Gira ascolta la zona d’ombra, quella parte del pensiero che sfugge al controllo della ragione, quella che s’ingrana nelle emozioni più torbide che diventano manie; come chiodi che si conficcano nel cranio.
Completando la narrazione iniziata con New Mother e proseguita con le romantiche ossessioni How I Loved You; la nuova raccolta di canzoni esterna quel che in precedenza era celato: dal difficile mondo degli affetti, primo alveare delle malattie moderne, e attraversando il terreno conflittuale dei rapporti amorosi, s’approda a quello crudele della vita, terreno di violenze e ossessioni.
Molte delle canzoni rappresentano questo tema ponendo l’accento su ritualismi tribali e declamazioni teatrali; altre, più intimiste, sono intrise di romanticismo ma rappresentano luoghi di rifugio e solitudine. Tra le prime troviamo: All souls’ Rising,degna dei Birthday Party più infuocati, Rose Of Angles vorticosa danza tribale e Wedding, una tipica canzone “spezzata” alla Swans, dove le strofe procedono per tentoni come alla ricerca dell’uscita da un labirinto; per le seconde, oltre alle ballate già classiche nel ventennale repertorio del cantautore, come Sunset Park e The Family God, sorprendono What Will Come, ispirato omaggio a Ian Curtis, e Kosinski, che s’avvale di un violino suonato alla John Cale.
Se Ian Curtis fosse riuscito a superare la vergogna dell’epilessia e quel profondo spleen quanto bastava per sopravvivere, forse la sua intonazione vocale assomiglierebbe a quella di Michael Gira e se Nick Cave non avesse avuto paura del male, evitando di sfidarlo con le droghe, probabilmente, il suo lato selvaggio sarebbe stato perfettamente rappresentato dagli arrangiamenti di Everything Is Good Here/Please Come Home.
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