Recensioni

Da una parte, Mantova, i Tempelhof. Dall’altra, Venezia, Gigi Masin. Scintilla nata per caso, o quasi, con Marco “Peedoo” Gallerani di Hell Yeah a fare da tramite. Il duo mantovano, Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani, che con l’etichetta di Ferrara lavora dal 2012, inizia il suo percorso post-rock elettronico con We Were Not There For The Beginning, We Won’t Be There For The End, per Distraction Records, nel 2009. Poi, con Hell Yeah, oltre ai numeri in extended play, anche un album, Frozen Dancers. Gigi Masin debutta con Wind, nel 1986. Una magnifica raccolta di immagini di wilderness analogiche che segnano una carriera, ormai trentennale, fino ad arrivare alla recente riscoperta di certo suo materiale da parte dell’olandese Music From Memory, che rilascia la retrospettiva Talk To The Sea.
Due parabole artistiche che si uniscono, oggi, con Hoshi. Dieci tracce che sono disegni pastorali, slanci umorali che si perdono tra le nuvole, raggi di luce sintetica dopo la tempesta. Un viaggio, dalle pianure nascoste dalla nebbia e bagnate dalla pioggia (Jolla, The Dwarf) agli orizzonti infiniti squarciati dal sole (My Velvet Book), fino a toccare gli antipodi, l’oriente irraggiungibile, sognato sulle cartoline (Red Venus). E probabilmente proprio per questa sua vena disincantata e immaginifica, in questo disco si riconosce la stessa sensibilità del Luigi Ghirri – non a caso, nato a Scandiano, provincia di Reggio Emilia – che concepisce l’Atlante, e che ferma nello spazio di una fotografia tutto quel cinema che una mappa geografica si pensava non potesse rilasciare. Una lente sfocata, ingrandita in maniera esponenziale su un dettaglio, un simbolo, un toponimo. Così, Masin e i Tempelhof si muovono nella notte accennando motivi jazz (Interstellar Bop), vagabondeggiano in mitteleuropa (Joe Jordan), si tuffano negli oceani (Silver Wave, Buena Onda) e tornano a casa, alla campagna rarefatta, accompagnati dal lamento nostalgico di un pianoforte (Bow Down, She Left Home).
Poco importa chi ha fatto cosa, dove è iniziato il lavoro di Masin, dove è finito quello di Ermondi e Mazzacani. Quello che importa è che – tra gli echi di mondi distanti, le voci leggere come l’aria, le fantasie di sintetizzatore e drum machine – scopriamo un gran disco.
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