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Circa a metà dello show Kevin Parker ringrazia il pubblico e se ne va dal palco, lasciando i RIP Magic, giovane band londinese scelta come live supporter per il tour, soli soletti davanti ai tredicimila stipati a Casalecchio. Seguito ossessivamente da un cameraman, esce dall’Unipol Arena. Poi rientra, percorre qualche tunnel nelle viscere del palazzetto e si ferma in bagno. Insomma, pure le star devono pisciare, no? Poi si lava le mani e rientra su un palco secondario, che avevo quasi ignorato durante la prima fase del concerto.

Eppure il palco, piccolino e accogliente, si trovava al centro del parterre, in mezzo all’arena di battaglia, tra la gente sudata ed estasiata dai vari Let It Happen, Apocalypse Dreams e Borderline, che fino a quel momento avevano emozionato, trascinato, rapito. Kevin sale sul palchetto, quasi una ricostruzione in scala di un grazioso salotto vintage con lampade e parquet, e comincia a creare musica seduto per terra. Dalle console e dai mixer sul pavimento escono alcuni dei brani del nuovo album Deadbeat, precisamente No Reply, Ethereal Connection e Not My World. Sequenze house liofilizzate, quasi lounge, dove il cantato etereo di Parker si frappone a una ritmica compulsiva e a brevissimi sussulti melodici. Pezzettini di un disco che, diciamocelo, poteva essere tante cose e tante cose non è stato: un po’ impastato e poco vitale, stanco come l’immagine dell’uomo che voleva raccontare.

Tuttavia, osservando Kevin cantare e “comporre” sdraiato in quel palchetto dal forte aggancio domestico, ti apre inevitabilmente al senso di Deadbeat: una comfort zone per disadattati alla ricerca di una bolla. E in qualche modo, anche il peggior album di una carriera fino a ora ben strutturata, finisci quasi per rivalutarlo.

Tame Impala, Unipol Arena Bologna 2026, foto di Francesca Sara Cauli

Momento sacrale, un inciso di pura connessione con sé stessi in mezzo a uno show che è stato al contempo esaltazione della psichedelia e apologia del perdente. Qualcosa di straordinario che si interseca con l’ordinario. Tame Impala ha messo se stesso in rapporto con lo spettacolare. E spettacolari sono stati i riff, le reinterpretazioni, il ritmo dell’evento, la scaletta — eterogenea ma ben interconnessa — la voce di Kevin, identica a quella dei dischi, e la sua personalità da rockstar disadattata e simpaticona, a partire dall’outfit: maglietta con il disegno di una rana, jeans, ciabatte, capelli lunghi e scompigliati.

Arrivata puntuale all’appello, la one-man band ha ripercorso gli squarci di una carriera duratura ma nemmeno troppo lunga (sono “solamente” cinque gli album in studio in diciannove anni di attività), che dallo psych-rock retromaniaco si è spostata verso isole synth e dance pop, fino all’house/IDM dell’ultimo disco.

Tame Impala
Tame Impala, Unipol Arena Bologna 2026, foto di Francesca Sara Cauli

Dai primi lavori sentiamo Apocalypse Dreams e la “fan favourite” Feels Like We Only Go Backwards (Lonerism), Expectation e Why Won’t They Talk to Me? (Innerspeaker) — quest’ultima fuori programma, a detta di Parker, e da pelle d’oca. Ovviamente sono Currents e The Slow Rush ad aver attirato maggiormente il pubblico dell’Unipol: monumentali Let It Happen, Breathe Deeper e The Less I Know the Better, commovente Eventually e catartica New Person, Same Old Mistake, tutti brani cantati integralmente dal pubblico, e poco importava se duravano due, tre o sette minuti (che Kendrick Lamar possa prenderne qualche appunto).

Da Deadbeat vengono poi presi, oltre alla parentesi di cui sopra, alcuni degli squarci più interessanti del progetto: Dracula, che sta spopolando sempre di più come hit portante, l’evanescente Piece of Heaven (tra i passaggi più toccanti, con tutta l’arena che si illumina con le torce), e l’anthem Loser, con tutto il pubblico a gridare la cocente verità: “I’m a loser, babe, I’m a tragedy, tryin’ to figure this whole mess out”. E forse proprio nella dimensione live ritroviamo il vero senso collettivo della canzone.

Ad amplificare il rito contribuisce un gioco di luci che ci aspettavamo ma che non ha mai smesso di stupirci, oltre a un Parker in versione semi–stand-up comedian verso fine concerto, prima di chiudere con il trittico My Old WaysThe Less I Know the BetterEnd of Summer. “Se avessimo saputo che eravate così fottutamente divertenti, non ci avremmo messo così tanto” ha scherzato, riferendosi al fatto che questa fosse la loro prima volta a Bologna. Poi leggeva cartelloni, o non li leggeva (“è troppo lontano, non ci vedo niente; scusate, questo tour ci sta distruggendo”), rubava bandiere, parlava con i fan, si sedeva, fumava e beveva.

Tame Impala, Unipol Arena Bologna 2026, foto di Francesca Sara Cauli

Ecco, per quanto di routine e copione si parli, credo che l’informalità molto “terra terra” e aperta del capoluogo emiliano lo abbia fatto sentire a casa, in mezzo al metronomo impazzito della vita in tour. E noi con lui, senza dubbio, a casa ci siamo stati. Ci siamo potuti sentire perdenti, persone nuove ma con i soliti cazzo di errori, sfigatelli disagiati ma con un buon gusto musicale, schiavi delle synth, drogati del ritmo, affascinati dall’altro ma ancorati al qui e ora.

Già, noi tredicimila — e tanti altri in giro per il mondo — riflessi nel volto tutt’altro che artificioso di Parker. Noi tutti, in questo show da perdenti senza appello, un posticino del cuore lo abbiamo trovato.

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