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Come per lo Scott Walker di And Who Shall Go…, anche per la cantautrice newyorchese c’è voluta una commissione teatrale per accorciare le distanze, nel tempo sempre crescenti, tra i suoi dischi. E così, grazie anche all’aiuto di Duncan Sheik che si è occupato delle musiche, il successore di Tales From The Realm… arriva a soli due anni di distanza, invece dell’ormai consueto lustro abbondante. L’occasione è un musical sulla scrittrice americana Carson McCullers, nata nel 1917 e morta a soli 50 anni. Suzanne Vega dice che l’amore per questa figura, il suo coraggio e i suoi temi risale a quando, adolescente, lesse un suo racconto: probabilmente si tratta di La ballata del caffè triste, visto che, oltre alle canzoni dedicate a illustrare i due momenti scelti nel musical per raccontare la vita della scrittrice (il tempo del primo successo con Il cuore è un cacciatore solitario e un altro imprecisato momento di poco precedente alla morte), ci sono almeno tre canzoni che riprendono i temi di quel racconto (celebre per essere stato trasposto anche a teatro e al cinema). Il tutto a comporre un ritratto che si articola in ricostruzioni dei pensieri della McCullers, temi dei suoi libri e anche una patina di vintage musicale che cerca di evocare qua e là i suoi luoghi (l’America del Sud) e i suoi tempi – un vintage alternato a lenti 100% Vega, anche se è Sheik che compone.

Rispetto alla palette musicale dei suoi album da 99°F, stavolta niente elettronica; e l’ensemble rigorosamente acustico guidato dal fedele Gerry Leonard swinga volentieri nell’apertura di Carson’s Blues, nel cantautorato jazz di New York Is My Destination (che offre alla cantautrice l’occasione per un altro omaggio alla sua città), nello sbarazzino singolo Harper Lee (in cui la protagonista prende le distanze dalla scrittrice a cui molti la paragonano), con un finale che ricorda certi brani analoghi di Stan Ridgway, e in The Ballad of Miss Amelia, che riassume il racconto suddetto tra dinamismo narrativo e rallentamenti lirici. Una vaga aria Ridgway torna anche nel blues notturno di Twelve Mortal Men, altro brano dedicato alla Ballata (è la scena che lo chiude e lo riassume), mentre è difficile pensare che non sia Suzanne ad aver scritto le musiche di pezzi come i valzer lenti Instant of The Hour AfterAnnemarie, che sembrano provenire dagli angoli nascosti e sommessi dei suoi dischi attorno al terzo-quarto; o quelle del folk movimentato di We Of Me (una delle migliori del lotto) o della Lover, Beloved che dà il titolo al progetto: una riflessione (amara, come la musica che l’accompagna qui) su certe dinamiche amorose, contenuta anch’essa nella Ballata del caffè triste, a ribadire la centralità che quel testo sembra avere nel musical e nel disco.

Disco che alla fine, nonostante la mano esterna e l’occasionalità del progetto, non si discosta moltissimo dal canone veghiano, se non per quel velo di antico di cui si diceva: l’affinità di spirito con la scrittrice ha permesso alla Nostra di ricondurre a sé la materia, aiutata da una buona ispirazione.

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