Recensioni

L’impressione di fronte a Very Rarely Say Die, primo album degli anglo-australiani Sunset Sons, è che si tratti di un disco realizzato, rifinito e impacchettato per funzionare, per essere vincente in tour, per far impazzire un pubblico di teenager o di barbe lunghe nei festival estivi, per girare in radio e nel mainstream. Se questo era l’obiettivo, i Nostri lo hanno raggiunto, ma, oltre a questo, nulla di più. Il primo lavoro arriva dopo un tour internazionale che li ha visti registrare sold-out a Manchester e Londra, partecipare a Glastonbury e aprire le ultime 34 date degli Imagine Dragons in tutto il mondo. L’influenza della band statunitense è evidente, così come quella di Jacquire King dei Kings of Lion e di James Lewis degli Arctic Monkeys, produttori di un album registrato tra Londra, Nashville e la città francese di Hossegor.
Nel lavoro si ritrova tutto ciò che tali formazioni presentavano agli inizi o a metà dei Duemila, con pochissimi, se non nulli, tocchi di originalità, innovazione, sperimentazione. È il classico e ormai noioso pop-indie-rock-folk patinato ed edulcorato, costruito su stridenti riff di chitarre elettriche, pianoforti dalle tinte teatrali, cori. E la voce di Rory Williams che, caricata inverosimilmente di intensità e passione, oscilla tra Adam Levine dei Maroon 5 (She Wants) e Caleb Followill dei Kings of Leon (Know My Name, On the Road). I testi spaziano dal “quanto è bella la vita” a una certa, scontata e costruita, “sofferenza” indie, passando per il fascino dell’esperienza on the road e il divertimento con gli amici. Quell’ottimismo e quell’aria spensierata e solare da band di ragazzi che si sono conosciuti facendo surf e che, sui palchi e nei festival, attirano l’attenzione del pubblico femminile under 25 con l’aria da boy band dei Novanta. Del resto, come dichiarato dai musicisti, il qui presente è un album incentrato sull’idea di evasione e fuga.
Know my Name, in apertura, è in perfetta – anche troppo – simmetria con Sex on Fire dei Kings of Keon. Tick Tock, con le sue influenze rockeggianti e le melodie di chitarra, richiama subito alla mente i Red Hot Chili Peppers insieme ad una leggerezza pop. Nello scorrere, spesso poco coinvolgente, dell’album è facile trovare i Queens of The Stone Age del 1998, o il folk condito da energici riff elettrici dei Kooks di Inside In/Inside Out (Gold, Lost Company) o dei Mumford & Sons (On the Road). La chiusura I Can’t Wait, propone una ballata scandita da note di piano che strizza l’occhio agli Imagine Dragons.
Tra le tredici tracce, molto simili tra loro, è davvero difficile cogliere elementi che possano spiccare per personalità e lasciare il segno. In ogni episodio sembra di rivivere ascolti già vissuti, melodie vocali e sonore trite e ritrite. I brani entrano facilmente in testa sì, ma per la loro semplicità. Ci si trova di fronte ad una band di ragazzi con poche idee e poca voglia di sperimentare. I Sunset Sons potranno continuare a registrare grandi numeri, fare soldi, guadagnare notorietà, però difficilmente la musica che conta, in relazione anche al periodo storico, si ricorderà di questo album.
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